Errichetta Festival 2017. La grande festa della musica tradizionale

Errichetta Festival 2017. La grande festa della musica tradizionale

Finiva sempre così. Ogni volta che parlavo con Fausto finiva sempre così: mi ritrovavo a farmi più domande di quante gliene avessi poste. O, peggio ancora, era lui che poneva a se stesso più domande di quante potessi fargliene io, per poi frustrare ogni risultato d’indagine con un sornione “noi queste risposte non ce le abbiamo”. Una cosa è certa: dopo ognuna delle conversazioni avute con lui nei mesi che hanno preceduto il festival, mi ritrovavo con un bagaglio di incertezze e di dubbi ancora maggiore.
Avevo conosciuto Fausto Sierakowski in occasione della VI edizione dell’Errichetta Festival. Lui è un sassofonista virtuoso innamorato delle musiche tradizionali, alla cui ricerca e al cui studio ha deciso di dedicare tutte le energie. L’Errichetta Festival è la creatura sua e di un altro gruppo di musicisti altrettanto innamorati di musiche tradizionali. Un gruppo di musicisti che si riunisce nel collettivo Errichetta Underground, in cui ciascun membro si fa portatore delle proprie esperienze e dei propri studi ponendoli al servizio di una miscela che cerca di combinare tradizione e innovazione. Una miscela che, partendo da un approccio antico – essenzialmente quello della diffusione orale della conoscenza – riesce a essere ancora attuale nella realtà di oggi, sia che si tratti di creare musica nuova, sia che si tratti di reinterpretare brani che affondano le proprie radici in epoche lontane.
Fu il desiderio di veder suonare i musicisti che avevano avuto modo di ascoltare nel corso dei loro viaggi in Grecia, nei Balcani, in Medio Oriente e, soprattutto, di vederli suonare tutti insieme a spingere i membri dell’Errichetta Underground a creare, ormai sette anni fa, un festival che fosse lo strumento attraverso il quale veicolare e diffondere le proprie esperienze musicali e attraverso cui provare a crearne di nuove e del tutto inaspettate. Ancora non potevano sapere che questo desiderio di condivisione avrebbe silenziosamente portato alla creazione di una vera e propria comunità.

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Personalmente mi sono avvicinato a questa realtà piuttosto tardi, quando ormai era già ben consolidata e decisamente in espansione. E mi sono avvicinato da profano, da curioso, non certo da esperto di musiche tradizionali. Qualcuno me ne aveva parlato come di un “festival di musica balcanica” e solo dopo aver assistito alla VI edizione – la mia prima in assoluto – capii quanto lontana dal vero fosse una definizione così semplicistica.
Quell’edizione fu per me un’occasione di straordinarie scoperte e sorprese. Non si trattò, infatti, semplicemente di ascoltare sonorità in gran parte sconosciute. Si trattò, piuttosto, di un’iniziazione, dell’introduzione a una realtà per me del tutto nuova. Per il modo in cui sono abituato ad ascoltare e a conoscere la musica: tutto mi risultava nuovo, tutto risultava diverso. Diverso era l’approccio alla musica, diverso era il legame tra aspetti musicali e aspetti extra-musicali, diverse le metodologie di diffusione della conoscenza musicale, così lontane dalle nostre consuete tecniche di fruizione. Molti degli ospiti del festival erano depositari di una tradizione musicale legata a un determinato contesto storico-culturale o a uno strumento particolare. Dietro le diverse sonorità si celava quasi sempre una tradizione secolare, tramandata perlopiù per via orale. E dietro ciascuna di queste tradizioni viveva una realtà in cui la musica finiva quasi sempre per svolgere una specifica funzione sociale, segnando i momenti fondamentali della vita di una collettività.
Ma non era soltanto questa radicale diversità rispetto alle nostre abituali consuetudini l’unica fonte di sorpresa. Trovavo, infatti, straordinaria anche la mescolanza che si veniva a creare tra i diversi ospiti del festival e, allo stesso tempo, tra gli ospiti e gli organizzatori.
Accanto ai musicisti radicati in una determinata tradizione di cui si facevano portatori, c’erano altri musicisti provenienti da contesti del tutto diversi che pure si dedicavano alla ricerca e allo studio di musiche lontane non solo dalla propria realtà geografica, ma anche dalla propria realtà storica, finendo inevitabilmente per filtrarle attraverso la propria sensibilità. E questo contatto generava esperienze del tutto nuove, talvolta indotte dagli organizzatori del festival stesso – come l’opera commissionata a musicisti di un’edizione precedente – altre volta spontanee e inaspettate – come le collaborazioni improvvisate che spesso si venivano a creare durante i singoli concerti. Il tutto in un contesto di continuo scambio di conoscenze, di inappagate curiosità e desideri di scoperta dell’altro, di incessante confronto. In un contesto in cui nessuno, nemmeno gli organizzatori del festival, sapeva con esattezza quello che sarebbe successo. E così il festival, da evento predeterminato in tutti i suoi singoli istanti, diventava un luogo in cui le cose potevano accadere, spesso all’insaputa anche dei diretti interessati.

È evidente che, su queste premesse, era scongiurato alla radice il rischio che il festival diventasse un contenitore di carattere museale. Ma a beneficiarne non erano solo gli ospiti, la cui ispirazione godeva dell’incessante flusso di energie generato dallo scambio di esperienze e dal contatto tra realtà diverse. A beneficiarne era soprattutto il pubblico, la cui risposta, sia in termini di partecipazione che in termini di coinvolgimento, era impressionante: tutte le serate sold out; la sala pullulante non solo di esperti del settore, ma anche e soprattutto di appassionati e di curiosi; nessuna selezione generazionale, a testimoniare la natura trasversale del festival. E, cosa ancora più importante, tutti partecipavano con identico trasporto ad ogni singolo momento, sia che si trattasse di ascoltare in silenzio le poesie del poeta persiano Omar Khayyam, musicate da James Wylie per la voce di Ziad Rajab, sia che si trattasse di ballare ai ritmi frenetici della Sercuk Orkestar.

Il pubblico si lasciava investire dalle suggestioni e dalle emozioni provenienti dal palco senza alcuna intermediazione, senza alcun filtro. Senza alcuna preparazione dall’alto.
Il contatto tra pubblico e musica era diretto e le stesse presentazioni dei musicisti che avrebbero suonato erano scarne, essenziali, quasi a voler rendere ancora più forte il senso di spaesamento che l’alternanza delle diverse tradizioni già di per sé generava. E la reazione del pubblico sembrava confermare quello che più volte mi era stato detto, e cioè che dietro al festival si muove un’intera comunità, di cui il pubblico fa parte.
Insomma, quell’esperienza mi lasciò carico di entusiasmo, ma anche carico di curiosità. E non c’era solo la voglia di scoprire un altro pezzo di quella composita realtà alla quale ero stato appena avvicinato nei giorni del festival, ma c’era anche il desiderio di scoprire cosa ci fosse dietro e quali fossero le relative implicazioni.

Tutto era stato appassionante, eppure continuavo a farmi domande, come se qualcosa mi sfuggisse. E così le diverse conversazioni che ebbi con Fausto nei mesi successivi rappresentavano per me ottime occasioni per fare domande e confrontarmi con una persona che, proprio perché diretto interessato in qualità di musicista e di organizzatore, avrebbe saputo darmi delle risposte appaganti. Ma non andò esattamente così. Anzi, sentivo che dopo ogni conversazione con lui il mio spaesamento aumentava. Le mie curiosità e le mie domande, infatti, per lui erano dubbi ancora più radicali. Se io mi interrogavo sul ruolo del festival nella realtà attuale, lui si interrogava sul senso del festival. Le mie curiosità riguardavano perlopiù le possibili interazioni tra le tradizioni musicali veicolate dal festival e un contesto come quello moderno così lontano dalla diffusione orale della conoscenza; i suoi dubbi riguardavano direttamente le ragioni che potessero giustificare la scelta di far conoscere tradizioni musicali così lontane dalle nostre, di portare a suonare qui, in Italia, musicisti le cui composizioni sono così radicate nel contesto storico e sociale di appartenenza. Si chiedeva perché lui, così come gli altri componenti degli Errichetta Underground, insistessero nel voler riprodurre musiche appartenenti a realtà così distanti, magari anche col rischio di snaturarle. A questi dubbi Fausto riusciva a dare una risposta, dicendo: “la verità è che lo facciamo perché ci piace”.
Ma questa risposta, a sua volta, era fonte di dubbi ancora maggiori. In particolare, generava il dubbio che alla base di tutto ci fosse soltanto una questione di mero egoistico piacere. Ma, se davvero così fosse – si chiedeva Fausto –, questo era davvero sufficiente a giustificare tutto?
A queste e a simili domande, però, Fausto non riusciva a dare risposta. Anzi, ammetteva espressamente di non averne.

I dubbi di Fausto mi lasciavano confuso. Erano tutti dubbi legittimi, ma ciò che mi colpiva era la loro radicalità. Radicalità amplificata dal fatto che si trattava di dubbi espressi da uno degli organizzatori del festival. Eppure, superata la confusione, avevo come la sensazione che Fausto una qualche risposta l’avesse, ma non volesse rivelarla, che in realtà riuscisse a cogliere qualcosa che a me, invece, ancora sfuggiva.
Sta di fatto che i mesi passavano e la VII edizione del festival era ormai alle porte. Così decisi di smettere di pormi domande e di dimenticare i dubbi che Fausto aveva fatto sorgere anche in me per godermi appieno il festival.

Il cartellone, come al solito, era ricco e presentava la consueta straordinaria alternanza di tradizioni e di momenti. Il tutto concentrato in due serate, con un’appendice domenicale dedicata ai seminari, alla proiezione del film The Dazzling Light of Sunset e, da ultimo, al concerto di Hayden Chisholm. La roccaforte della VII edizione sarebbe stata il Teatro Italia di Roma, che si sarebbe rivelata location particolarmente azzeccata, soprattutto per come gli organizzatori hanno deciso di strutturare le due principali serate.
Insomma, tutto era pronto e, quando Luigi Lai, maestro della tradizione sarda, stava per aprire la prima delle due serate, la sala del Teatro Italia già pullulava di gente.
Come dicevo, mi ero ripromesso di godermi il festival senza pensare ad altro. Ed effettivamente così fu: mi godetti eccome ciascuna delle variegate esibizioni, a partire proprio dal concerto di Luigi Lai. Le sue launeddas hanno il potere di suonare come un’orchestra e di evocare immediatamente l’atmosfera delle feste tradizionali sarde. Si tratta di musica per danze garbate durante le occasioni conviviali tipiche della comunità di riferimento. Eppure, racconta Luigi Lai, ci fu anche un’occasione in cui gli venne chiesto di comporre qualcosa per un funerale. E allora gli toccò ripensare e riadattare in minore il suono delle launeddas: ne venne fuori una composizione enorme, capace di amplificare a dismisura la forza evocativa del suo strumento.

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Ma se il concerto di Luigi Lai era stato capace di realizzare un transfert geografico nelle zone del Sarrabus, il concerto immediatamente successivo di Sokratis Sinopoulos ed Evgenios Voulgaris realizzò un transfert storico nelle trame più antiche della tradizione ottomana. Il suono del yali tambur e della lira, la voce profonda di Evgenios Voulgaris e le continue improvvisazioni e divagazioni hanno inondato per più di un’ora gli spettatori di un vento caldo in cui epoche passate e presenti si confondevano in una straniante dimensione inter-temporale. E l’immersione in questa dimensione fu così profonda che il silenzio che seguì la fine della musica suonava quasi come una rumorosa sveglia nella contemporaneità.

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Non ci volle molto per ripiombare in nuovo passaggio ancora più a est con uno dei momenti salienti dell’intera edizione: il concerto di Mohammad Motamedi e dell’Ensemble Doosti. Se la forza del concerto di Sokratis Sinopoulos ed Evgenios Voulgaris era nel lento dispiegarsi e disvelarsi delle singole note e nella loro impressionante dilatazione, la forza dell’esibizione di Motamedi e dell’Ensemble Doosti fu al contrario nella incessante progressione verso quei momenti culminanti in cui il virtuosismo vocale di Motamedi poteva librarsi fino a trovare la sua massima espressione. Ad un tratto la potenza del celebre cantante iraniano fu tale che una delle più vetuste lampadine sul palco scoppiò. Un piccolo divertente incidente che è il riflesso dei terremoti emotivi che la composizione provocava nel pubblico.

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Terminava così la prima serata e il bilancio era più che positivo. Come promesso, pensavo alla musica e basta. E così feci anche la sera seguente, che si aprì con uno dei concerti più strabilianti, quello dell’Ensemble Lale. Si tratta di un ensemble georgiano che presenta una notevole peculiarità: il suo repertorio comprende brani cantati nella lingua mengrelia, una lingua minoritaria protetta dall’UNESCO. Ma la cosa che colpisce di più di questo ensemble, al di là della musicalità linguistica, è la semplicità e l’immediatezza delle composizioni: brani brevi, basati su pochi accordi ben ritmati e caratterizzati dall’intrecciarsi di voci, con l’intensità del canto femminile che fa da contrappunto alla potenza del canto maschile. Semplicità e immediatezza che sono sinonimi di accessibilità e di efficacia e che, unite all’atteggiamento teneramente schivo dei componenti più giovani dell’ensemble, rendono toccante ogni singolo brano.

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Quello che seguì fu uno dei momenti ormai caratterizzanti il festival: l’esecuzione di una composizione commissionata ad un artista dell’edizione precedente. Anche questa volta, come nella VI edizione, è toccato a James Wylie, supportato dal Lost Cities Ensemble e dall’ormai inseparabile Ziad Rajab. James Wylie, australiano d’origine, girovago della musica per scelta, è un indomito esploratore di suoni e tradizioni. La sensibilità con cui si avvicina a nuove sonorità per poi farle proprie e la perizia con cui sceglie i suoi compagni d’avventura sono due dei segreti della sua musica. L’altro grande punto di forza è la capacità di creare composizioni che, pur prendendo a piene mani da tradizioni differenti, riescono sempre a essere compatte ed incredibilmente attuali. La composizione della VI edizione era dedicata alle poesie del poeta persiano Omar Khayyam e, sebbene molto potente, a tratti rischiava di diventare didascalica. La composizione della VII edizione, invece, più libera e svincolata, è stata epica pura sia per il suo incedere maestoso che per l’alternarsi di sensazioni e umori, dall’oscurità iniziale alle luminose aperture del finale, dai battiti cupi e dai passaggi drammatici fino al conclusivo canto liberatorio di Ziad Rajab, accompagnato da quel senso di coralità che sa di catarsi.
Una composizione che porta il fuoco, lo custodisce, lo protegge e poi lo condivide con gli altri, per dare un attimo di luce e di calore. E tutti, per un momento, ne abbiamo beneficiato, sapendo che lo porteremo a lungo dentro di noi.

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Ma, in fin dei conti, non può esserci un’edizione dell’Errichetta senza le danze sfrenate. E così il gran finale al Teatro Italia è stato affidato ai virtuosismi del Marin Bunea Lautari Ensemble con Petar Ralchev che hanno fatto scatenare ed entusiasmare il pubblico, tanto che, nonostante i sedili del teatro, i più impavidi spettatori si sono anche lasciati andare finalmente al ballo. Gli altri, quelli rimasti seduti, hanno portato il tempo battendo le mani. E così sono terminate le due serate principali.

Qualche esperto conoscitore del festival potrebbe chiedersi: e gli Errichetta Underground? Possibile che il collettivo di musicisti organizzatori da cui è nato tutto e la cui esibizione era sempre un classico di ogni edizione non abbia suonato nemmeno per un momento?
Beh, diciamo che gli Errichetta Underground, ispirati anche dalla particolare conformazione della location, hanno ripensato il loro ruolo per questa edizione. E, perciò, piuttosto che esibirsi direttamente sul palco, hanno preferito esibirsi intorno al palco, introducendo alcune delle performance degli ospiti o svolgendo una funzione di raccordo tra una performance e l’altra, talvolta come banda in marcia tra il pubblico, talvolta come schegge impazzite sparse tra platea e gallerie; in ogni caso, generando sempre stupore e approvazione. Gli Errichetta Underground hanno così finito per presentare la musica con la musica, piuttosto che con le parole, per svolgere, attraverso apparizioni fulminee e decisamente scenografiche, la funzione di guida tra le molteplici tradizioni sonore ospitate. Insomma, gli Errichetta Underground come guida spirituale del festival, come Virgilio che conduce il pubblico tra le trame della musica tradizionale.

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Erano dunque terminati i due giorni principali del festival, ma, nonostante l’entusiasmo, sentivo che c’era sempre quel qualcosa che non riuscivo a cogliere, che continuava a sfuggirmi. Con questa sensazione mi avviai verso la chiesa Evangelica Metodista di via XX Settembre, dove Hayden Chisholm avrebbe chiuso la VII edizione con il suo spettacolo a solo dedicato alle api e inframezzato dalla recitazione di alcuni versi delle Georgiche di Virgilio.
E fu allora che finalmente capii, proprio mentre Chisholm suonava il suo lento, solenne, maestoso omaggio alla natura e all’incessante lavorio delle api. Le api, ecco la chiave di tutto!
Le api che raccolgono le sostanze zuccherine presenti in natura per produrre miele e al contempo favorire l’impollinazione e, dunque, il procreare stesso della natura. Le api che, grazie al miele prodotto, favoriscono il nutrimento dell’intero alveare. Le api che sono pronte ad abbandonare i loro favi per ricreare ovunque nuove colonie. Le api che con le loro danze riescono a trasmettersi messaggi e a comunicare.

Tutto mi era chiaro. L’Errichetta non è che questo: un enorme alveare che, una volta l’anno, in posti spesso diversi, si ripopola per la grande festa. Gli organizzatori, nella restante parte dell’anno, viaggiano alla ricerca di nuovi fonti di approvvigionamento, di nuovo nettare da usare per la produzione di miele e per il nutrimento della comunità. E in questo loro eterno vagare incontrano altre colonie, altri alveari con i quali si scambiano conoscenza comunicando con il linguaggio musicale e, spesso, convincono i membri di queste altre colonie a far visita alla propria, a partecipare alla grande festa annuale. Così, soli o accompagnati da nuove preziose conoscenze, ma sempre con un bagaglio carico di nettare, gli organizzatori tornano nel loro alveare e cominciano a produrre quel miele che sarà condiviso con la rimanente parte della comunità: pubblico, curiosi, altri musicisti. E, a questo punto, ognuno potrà trovare il nutrimento che cerca: il pubblico appassionato potrà scoprire nuove sonorità o ritrovare quegli schemi musicali o quelle suggestioni cui brama nell’ascolto; gli altri musicisti potranno imparare nuove tecniche, nuovi approcci, essere messi a contatto con nuove sensibilità. Il tutto senza intermediazioni o distinzioni di ruoli, ma con una trasversalità che è il segreto di un senso di appartenenza così forte.
L’Errichetta non è altro che l’alveare in cui si riunisce una particolare comunità composta tanto dai musicisti quanto dal pubblico, ma non legata ad una specifica tradizione preesistente. Si tratta piuttosto di una comunità la cui identità va ricercata nella passione e nella propensione per determinati elementi che nella musica tradizionale trovano un canale preferenziale, siano essi elementi di natura tecnica o elementi di natura extra-musicale. E, tra questi ultimi, soprattutto il legame tra certe sonorità e il contesto ambientale o tra certe sonorità e la storia, e, ancor di più, il senso di condivisione che fa sì che la musica sia strumento di conoscenza e arricchimento reciproci.

Ma questo alveare non è slegato dalla realtà o dalla contemporaneità. Perché se è vero che il festival ha una funzione conservativa di tutte quelle tradizioni che rischiano di scomparire, è altrettanto vero che la più rilevante funzione è quella propulsiva: il festival è un incessante motore creativo. Anzi, il suo significato più profondo è proprio nell’esaltazione del momento creativo che si nasconde nella riproduzione di schemi secolari di infinita varietà e infinita ripetizione, del momento creativo che si cela nella variazione sul tema o che genera la sensibilità stessa dell’interprete. O l’utilizzo di uno strumento non contemplato nella tradizione musicale di riferimento. Il festival non è altro che la colonna sonora mutevole e itinerante di una comunità interessata al recupero e all’innovazione.
Finalmente credo di capire Fausto quando dice di non avere risposte: l’Errichetta stesso altro non è se non un’incessante ricerca di risposte. La ricerca di risposte ai nostri bisogni, ai nostri desideri, ai nostri timori in quelle tradizioni musicali che sanno ancora parlarci.

Piervito Bonifacio