Errichetta Festival. Intervista a James Wylie

Errichetta Festival. Intervista a James Wylie

Me lo immagino: sassofono sotto braccio, zaino in spalla, vaga per terre che non conosce. Me lo immagino che incontra gente nuova, nuove culture, nuove tradizioni e, non sapendo come comunicare, intercetta i musicisti e ascolta le loro note, in silenzio. Poi, timidamente, comincia a suonare anche lui, così, per raccontare qualcosa di sé. E poi, ancor più timidamente, comincia a suonare con il suo sassofono, le stesse note dei musicisti che ha appena ascoltato. La musica, piano piano, delimita una zona franca, in cui si pongono i presupposti per un nuovo linguaggio. A lui, però, questo non basta: lui, attraverso questo linguaggio, vuole creare un’armonia.
James Wylie me lo immagino così. L’ho sentito suonare dal vivo due volte e, a giorni, lo sentirò suonare una terza volta, ancora nella stessa cornice in cui lo conobbi: la cornice dell’Errichetta Festival, che nell’attenzione alle musiche tradizionali trova una delle sue ragioni d’essere. Ancora una volta James Wylie, con tutta la sua versatilità, i suoi intrecci di tradizioni e il suo talento, sarà protagonista del festival.
Così, in attesa di ascoltarlo nuovamente, ci abbiamo fatto una chiacchierata, cercando di indagare il suo rapporto con la musica, la tradizione e il festival.

Caro James, è davvero un piacere scriverti. Anche quest’anno sarai uno degli ospiti dell’Errichetta Festival, consolidando così un rapporto che va avanti ormai da un po’ di tempo e che si è rivelato molto proficuo. Puoi raccontarci come sei entrato in contatto col festival e come questo rapporto ha inciso sulla tua attività creativa?

Sono entrato in contatto con il festival grazie a Fausto Sierakowski. Ci siamo conosciuti a Boston, alla fine dei miei studi lì nel 2010. Si era appena trasferito, e sebbene non ci conoscessimo personalmente avevamo molti amici in comune. Il nostro primo incontro mi lasciò piuttosto impressionato, e ancora oggi ne ho un’immagine chiara – è una persona dinamica, piena di energie ed è difficile dimenticarselo! A quell’epoca stavo per intraprendere le mie prime ricerche in campo musicale, dopo dieci anni di studi “classici” e di formazione. In particolare volevo interessarmi a tutto ciò che riguardava la musica “tradizionale” delle diverse parti del mondo, soprattutto quella mediterranea e del vicino oriente. Un interesse che condividevamo.
Fausto mi disse di venire al festival, e il suo invitò si è rivelato un’esperienza straordinaria che mi ha fatto riflettere molto sul ruolo del musicista e della comunità musicale. La musica presentata al festival era, ovviamente, straordinaria, ma ciò che mi impressionò di più fu il mondo che si era creato, il modo d’interagire tra gli organizzatore del festival (musicisti a loro volto), gli ospiti e il pubblico. L’intento era quello di far vivere, mangiare e suonare queste persone tutte insieme per la durata del festival. Dopo aver vissuto questa esperienza in prima persona ho capito quanto essa possa essere importante e quanto sia mancata all’interno del mio percorso musicale.
Negli anni successivi il festival ha generosamente supportato e creduto nella mia visione musicale invitandomi a partecipare come ospite. Per me è un grande onore farne parte e cerco di dimostrarlo creando ogni volta un nuovo “lavoro”, intendendo l’invito come un’importante commissione. E non potrò mai ringraziarli a sufficienza per come mi hanno sempre aiutato a realizzare i progetti che ho presentato al festival.

james wylie by eric spiridigliozzi

james wylie by eric spiridigliozzi

In questa edizione ti esibirai nuovamente con Ziad Rajab e i Lost Cities, con i quali l’anno scorso avevi eseguito una composizione inedita commissionata dal Festival stesso che era una messa in musica delle poesie del poeta persiano Omar Khayyam. Una lavoro che, in realtà, non era soltanto l’incontro tra tradizioni musicali diverse, ma anche tra musica e poesia, nonché tra epoche diverse. Che metodo di lavoro hai seguito per la realizzazione di questa composizione così complessa? Ci sono state delle differenze rispetto al tuo solito approccio?

Il primo lavoro per i Lost Cities ensemble è venuto fuori dalla necessità di una “risposta musicale” alla mia situazione dell’epoca, che è anche quella attuale. Sebbene non dia molta importanza al luogo di provenienza di una persona (considero infatti molto più importante l’essere – anche se ovviamente il “dove” ha una relazione con il “chi”), ho cominciato a riconoscere alcuni impedimenti pratici nella mia vita e nella mia musica che avevano bisogno di essere sciolti. Ad esempio, io sono nato in Nuova Zelanda. Ho viaggiato parecchio, vissuto in città diverse e ora mi trovo “straniero”, in un certo senso, a Thessaloniki, in Grecia, dove attualmente vivo. Una delle prime sfide è stata la lingua: l’abilità di comprendere gli altri e di esprimere me stesso. Come musicista, la difficoltà è stata la stessa. Per comunicare con il mio nuovo “contesto” era necessaria una sorta di traduzione.
Con i Lost Cities ho dunque voluto includere amici o “traduttori” che potessero aiutarmi a fronteggiare tali difficoltà, così ho scelto musicisti che provenivano da background differenti: greci, arabi, improvvisati o di formazione classica occidentale e non solo. Data la personale relazione con ognuno di essi ci capivamo l’un l’altro e ognuno di loro è stato in grado di guidarmi attraverso terre a me sconosciute. Questa è una parte fondamentale, se non le fondamenta stesse del concetto di “ensemble”.
Il metodo di composizione è molto intuitivo per me. È un semplice riflesso del suono o delle idee che trovo attorno a me. Lo stile non credo sia così importante, sebbene mi piaccia avere un linguaggio musicale chiaro e ben definito (o diversi linguaggi…) che diano unità al pezzo. La peculiarità del linguaggio risiede nel rendersi “comprensibile” e in grado di trasmettere un messaggio (e magari di essere utile, in qualche modo!). Ovviamente ciò significa che avrà maggiori possibilità di essere compreso da coloro che utilizzano la stessa lingua, ma se c’è abbastanza chiarezza può farsi universale.
Per quanto riguarda il pezzo che ho composto per il festival dell’altr’anno, non direi d’aver lavorato in maniera differente rispetto agli altri miei lavori, se non per l’attenzione alla melodia, scrivendo qualcosa che fosse abbastanza forte da esistere al di là del bisogno di un riconoscimento armonico. Ho anche voluto che le parti dell’ensemble cavalcassero la poesia, lasciando spazio alla libera improvvisazione della voce e supportandola attraverso la creazione di un’atmosfera o di un mood piuttosto che interagendo musicalmente con essa. Certo questa non è un’idea nuova, e, per esempio, la si può trovare in molta musica del vicino oriente

Tu hai viaggiato molto e ti sei rapportato a tante tradizioni culturali e musicali. Cosa cerchi quando ti confronti con una nuova tradizione e come tenti di instaurare una relazione, di creare un ponte tra essa e il tuo personale vissuto?

Non credo di cercare coscientemente qualcosa in particolare. Cerco di rimanere aperto a tutti i possibili significati anche se naturalmente sono più attratto da una cosa o dall’altra. La prima però che mi parla è il suono. Anche senza comprendere nulla di ciò che musicalmente sta accadendo, puoi sempre essere toccato dalla bellezza dei suoni. Alcuni di essi li riconoscerai come propri del tuo mondo altri risuoneranno stranieri – e questo è meraviglioso! Il suono è l’ingresso per ogni nuovo mondo musicale.

Spesso usi il sassofono per reinterpretare tradizioni musicali che invece poggiano essenzialmente su altri strumenti. Nella tua esperienza di musicista, come cerchi di combinare la tua formazione jazzistica con la sperimentazione e la tradizione?

Credo che la chiave non sia pensare il sassofono come un “sassofono” ma di riuscire e re-immaginarlo come un altro strumento. E questo risponde anche alla domanda precedente: cerco sempre di immaginare il suono che voglio. E questo si lega agli altri strumenti che utilizzo e ai loro diversi linguaggi musicali. Mi piace pensare che ancor più dell’approccio con il quale suono ogni volta il sassofono, sia il contesto stesso a influenzare il suono. Così il risultato è sempre diverso, ma l’origine del suono rimane invariata. Immagino di poter fare un parallelo tra la mia esperienze e le altre sperimentazioni musicali. Comunque, tutto ciò avviene quasi inconsciamente, non è qualcosa che tento di fare, ma è il risultato dell’interesse per un vasto canone musicale.

Cos’è per te la tradizione, e cosa è per te l’Errichetta Festival?

È una domanda molto difficile, che mi sono posto diverse volte. Suppongo che la tradizione abbia a che fare con qualcosa che una comunità reitera nel tempo, fino a rendere lo svolgimento stesso dell’azione tanto importante quanto il suo significato. Si tratta di dare un senso a un atto specifico e di interagire con il suo significato nel tempo.
Nella musica è un modo per le persone di ricordarsi chi siano e perché siano lì, ma la tradizione è anche viva e in costante cambiamento. Come dimostrato dalla mia vaga risposta, la tradizione è qualcosa che siamo in grado di descrivere per ciò che fa ma difficilmente per ciò che è… io stesso sto ancora cercando di capire cosa sia, ma ne riconosco pienamente la sua importanza.
L’Erricheta Festival è per me “casa”, un luogo dove mi sento a mio agio, uno spazio da esplorare, in cui imparare e crescere. Non ho mai incontrato nulla di simile altrove, soprattutto nel modo di riunire le persone. È una comunità alla quale appartengo, e che è molto importante per me. Non identifico l’Errichetta con nessun genere musicale specifico, anche se ognuno può leggere il programma del festival in vari modi. Per me, l’Errichetta Festival, onora, in quest’epoca confusa e competitiva, la profondità e la bellezza di ciò che gli esseri umani sono capaci di creare incuranti del tempo e dello spazio.

Intervista a cura di Piervito Bonifacio e Paolo Girella

Errichetta Festival. Interview to James Wylie

When does your relationship with the festival start and how that has influenced your creative activity?

I came in contact with the festival through its director Fausto Sierakowski. We first met in Boston at the end of my studies there in 2010. He had just moved to Boston and although we didn’t know each other personally we had many common friends. Our first meeting left quite an impression on me and I still remember it clearly today – he’s a dynamic person and it’s difficult to forget him! At the time I was starting to make my first investigations into music other than what my formal education had exposed me to until that time. A large part of that was ‘traditional’ music from different parts of the world, especially eastern Mediterranean and near eastern music. In that, we shared a common interest. Fausto suggested that I come and visit the festival which was turned out to be a beautiful experience and and made me think a lot about the role of the musician and the musical community. The music which was presented at the festival was of course wonderful but what really touched me was the interaction between the festival organisers (also musicians), the guest performers and the audience. The focus was on bringing all these people together, living together, eating together and playing music together for the duration of the festival. Upon experiencing it first hand, I realised how special and important that can be and how it had been missing in my previous musical activities. In the following years the festival kindly showed a lot of trust and support in my musical vision and invited me to participate as a performer. For me it is a great honour to be part of it and as a way of showing that I tried to create a new ‘work’ each time to treat the invitation as something like a commission. I can’t thank them enough for the way that they helped me to realise the projects that I presented at the festival.

Last year’s piece a meeting not only between music and poetry but also different musical languages ad different times, epochs. How did you work to write such a complex work? Does it differ from your usual working method?

The first work for the Lost Cities ensemble grew out of a need for a musical response to my current situation. Although I don’t place so much importance on where one is from (I consider who you are to be of much greater importance – of course that has some relationship on where you are from…), I started to recognise some practical hurdles in my musical and living situations that needed addressing. For example, I am born in New Zealand. I have traveled quite a lot, lived in some different places and now find myself as a ‘foreigner’ to some degree living in Thessaloniki, Greece. The first practical challenge is with spoken language; the ability to understand others and to express yourself. As a musician a similar hurdle exists. To communicate within my environment some sort of translation needs to occur. With this group I wanted to include friends or ‘translators’ who could help me to face these difficulties so I chose musicians who come from different backgrounds: Greek, Arabic, improvised, western classical music and more. Because I have personal relationships with each of them, we understand each other and they and then able to help guide me through unknown terrain. That is a big part of the overlying concept of the ensemble.
The compositional method is a lot more intuitive for me. It is simply a reflection of the sounds or ideas that I find around me. The style is not so important to me although I like to have a clear musical language (or languages…) which unifies the piece. The element of language is for me what makes it ‘understandable’ and able to carry a message (and hopefully even be useful on some level!). Of course that means that it will be more easily understood by those who understand the particular language being used however if there is enough clarity present in the use of the language something can always be understood by the audience.
Concerning the specific piece that I composed for the festival last year, I wouldn’t say that I worked any differently from other things that I have created in the past except that with the project I wanted to focus on melody and to write something that was strong enough to exist without the need of harmonic validation. I also wanted to the ensemble parts to weave around the poetry, leaving spaces for the voice to improvise freely and supporting it by creating an atmosphere or mood rather than musically interacting with it. This is of course is not a new idea but can be commonly heard in a lot of music from the near east for example…

You have traveled a lot, in Life and music. What do you look for when you encounter a new musical tradition and how do you try to create a bridge between it and yourself?

I don’t think that consciously I search for anything in particular. I try to remain open to all its possible meanings although naturally I will be attracted more to one thing or another. The first thing that draws me in is sound. Without understanding anything about what is happening musically, you can always be touched by the beauty of the sounds. Some of those sounds will resonate with things you recognise in your own sound world and others will be more foreign – and that’s beautiful! Sound provides the first doorway into any new musical world.

Often you play on the saxophone musical traditions that have been played traditionally on other supports. How do you combine your jazz education with experimentation and new traditions?

I think that the key for me is not to think of the saxophone as a saxophone but to reimagine it as another instrument. It relates to the previous question; I try always to start from imagining what sound I want. That is connected to which other instruments I’m playing with and the musical language that they are using. I would like to think that rather than having the same approach and sound on the saxophone every time I play, it is changes and is affected by every different playing situation. That way the result is always something different but the source of the music stays the same. I guess there I could draw a parallel with my experience with other experimental music. However, all of this takes place quite subconciously and it is not something that I try to do – it is just the result of being interested in a wide range of music.

What is for you tradition, and what is for you the Errichetta Festival?

This is a very difficult question that I ask myself often. It seems to me that tradition has to do with something done by a community of people over and over again until the act of doing something becomes equally as important as the actual thing you are doing. It is about giving meaning to some act and interacting with that meaning over time. In music it’s a way for people to remember who they are and why they are here but simultaneously it is alive and changing constantly. As demonstrated by my vague response, tradition is something that we are able to describe what it does but have great difficulty in saying what it actually is…I’m still trying to understand it for myself but I do feel its importance.

The Errichetta Festival is for me like a home. It’s somewhere that I feel comfortable, somewhere that gives me the space to explore, learn and grow. I haven’t encountered anything quite like it elsewhere especially in the way that it brings people together. It is a community that I belong to and is very important to me. I don’t identify it with any particular kind of music more than another although one could interpret it’s programming in various ways. For me Errichetta Festival fulfills the need that people have in today’s confusing and challenging world by celebrating the depth and beauty of what humans are capable of creating regardless of time and place.

Piervito Bonifacio, Paolo Girella