Erykah Badu – New Amerykah Part One (4th World War). Il backstage dell’American Dream

Erykah Badu – New Amerykah Part One (4th World War). Il backstage dell’American Dream

L.A., 1974. Sono le 18 e viaggio spedito in direzione ovest sulla Sunset Boulevard. La sunset strip brilla di luce propria, cartelloni enormi risplendono proiettando gli ultimi show televisivi di successo. Le auto sono enormi, e le prostitute oltre la Preview Movie House sorridono ammiccanti, nella speranza che la strada di lì a una casa extra lusso passi per un favore scambiato sul retro della tua auto. I riflessi dell’oceano pacifico rispecchiano le speranze ormai soffuse della hippie generation, mentre tra le sue acque si aprono i cancelli per l’antidepressivo del decennio: diacetilmorfina, ma chiamatela eroina. La pillola anticoncezionale è ormai compagna dello sciroppo d’acero al mattino, e ognuno vuole la sua fetta di rivoluzione sessuale.

Accosto l’auto in un parcheggio improvvisato poco dopo il Cat Strip Club. Un uomo in larghi pantaloni di lino sta inscenando un’imitazione per strada. “Good evening ladies and gentleman! Welcome to America!”, urla fissando il cielo. Afferra un cartello, “Lindon Johnson” recita scritto, e qualche “buu” segue come da programma. “Freedom whatever, I promise”, prosegue l’imitatore, mentre il Filthy McFilly’s alle sue spalle spinge le casse su un funky di quelli che di questi tempi ce ne sono a bizzeffe: basso grasso e compressore su una chitarra croccante. “Prendiamo le vostre storie e ne facciamo un mistero moderno. Noi vi amiamo tutti!”, continua Lindon muovendosi al ritmo suggerito dal Filthy.
“Sono solo le solite promesse americane!” urla una ragazza di colore dal pubblico. Lindon la guarda incuriosito, “non riesci a vedere cosa potremmo fare con un piccolo sforzo delle persone?” le chiede. “L’America è un posto bellissimo!”. La protestante non è convinta, “promise promise” sussurra con fare pensieroso, e io non riesco a capire se sia parte dello spettacolo. L’andatura convulsa del funky mi suggerisce appetito, e mi allontano per un hamburger. Arrivano ancora sparse le parole del teatrante, “money… sex… radiation…”. È chiaro che sta provando a cuocere il pubblico nel brodo delle false speranze della politica americana, ma l’impressione è che il tentativo resti vano.
Risalgo in macchina. Come di routine sistemo lo specchio retrovisore. “Qualcuno ha visto le mie 42 leggi?”, chiede la ragazza di colore mentre sul retro della mia auto resuscita una Lucky Strike già iniziata. “Da qui proseguiamo insieme”.

Marc Baptiste

Erica Abi Wright è la figura femminile che siede al trono della scena “Nu soul”. Cambia il suo nome perché ritenuto un nome da schiava in Erykah (dal suo avvicinamento al kemetismo che dichiara il Kah come spirito aggregatore dei sentimenti umani) Badu (dal’onomatopea Ba-Doo di un fraseggio jazz) . L’album New Amerykah è una cicatrice sulla faccia pulita dell’America, sulla quale si leggono le storie e i pensieri della gente comune, quelle perse e sotterrate nei motel delle routes o nelle periferie di L.A.

 New ameykah - Badu & Emek

“La gente non capisce. Dio, Allah, Yahweh” parla ancora visibilmente contrariata da Lindon e le sue promesse. “C’è qualcosa di più sacro e importante delle istituzioni sociali e dei governi. La musica, il filo conduttore delle nostre esistenze”. Tutto è ridotto all’essenziale, sei note di basso in battere, un campanaccio, lo schiocco delle dita e una chitarra mantrica che imita un sitar. In mezzo, tanto spazio vuoto. Tutto è ridotto al sacro. Dai finestrini il crepuscolo colora lo skyline che vibra negli occhi densi di una rivoluzione triste. “Trascorriamo le nostre vite sui cavi delle connessioni internet, ci fanno credere tutto ciò che vogliono”. Il mantra va avanti, e ripenso a tutte le volte, tutte le sere, in cui il mio cervello gioca a fare la macchina: reboot, refresh, restart.

Finisce la notte, sorge il sole: fresh page, new day. “Scusa i modi bruschi, mi chiamo Erykah”. Si presenta finalmente, raccoglie la sua chioma nero petrolio in un elastico e torna a guardare fuori. L’atmosfera si rilassa d’improvviso, come in un mid tempo stratificato sotto linee di tastiere e nebbiosi suoni di tromba. “Qualsiasi cosa tu abbia sentito su di me è vera. La devozione a Maat, i due figli da compagni differenti e le tante dipendenze” aggiunge mentre fuori scorre veloce la Highway 405 in direzione sud. “Ma non è tutto lì, sono capace di amore vero. I miei 36 anni li sento, e danno più fastidio a me che ai miei discografici e sai?”, cala il silenzio, una tromba muta di stampo jazz scorta le sue parole, “mia madre Colleene…”, e Waine Dumaire sfuma il racconto in un’atmosfera da Blue Note.

World Wide Underground Shoot 2003 - marc baptiste

“Cazzo frena!!!”. Inchiodo. Siamo a Inglewood, all’altezza di Florence Avenue, e una ragazza nasconde la faccia tra le lacrime sul ciglio del marciapiede. Erykah salta fuori dalla Chevrolet e corre da lei. Ha 14 anni dice, è stata sedotta e abbandonata dal jet set e per questo ha perso tutto, la casa, i suoi amici e la sua famiglia. Il mio cuore vacilla, ma la figlia del Maat ha già le parole giuste. “Devi essere paziente ragazza”, le sussurra piano. “Devi attendere perché tutto ciò può diventare ancora più difficile, ancora più tempestoso”. Il beat è rigoroso, il basso diventa un’aggiunta ritmica che si fonde con l’andatura veloce delle percussioni in una palude ancestrale. “Chi vuole sopravvivere deve resistere cara, l’amore è sulla nostra strada, l’importante è percorrerla senza fermarsi”.
Una cantilena cristallizza il momento, riempie i suoi spazi vuoti, scalfisce le trame dei pensieri nascosti di Erykah. “Quando il tuo cuore comincerà a sanguinare, porta le mani sul grilletto”, e così che quel discorso diventa il pezzo di una grande costruzione che si chiama rivoluzione e il coro che recita “hold on, my people” è un vento che soffia in una direzione precisa: quella della ribellione. Le offre un bacio sulla fronte, poi s’incammina verso un bar sull’altro ciglio della strada.
Il nome recita “The Soldier M(i)lk”. L’ambiente è cupo, dalla casse viene fuori una batteria aspra, spoglia di ogni riverbero, accompagnata da un flauto inviato direttamente dal distretto sud di Detroit. Ci avviciniamo diretti verso una presenza femminile seduta al bancone. Pelle buia, capelli raccolti in un foulard di cotone, vestita di una gonna di panno blu a pieghe, una camicia grigia e uno scialle bianco stretto al collo. “Harriet…” sospira Erykah abbracciandola. Lei siede a un lato, io accanto. “Vedete quella donna laggiù?” chiede indicando una presenza che occupa un tavolo nella penombra fissando il vuoto. “Ha investito tutto nell’educazione del figlio, e lui è stato ucciso in una lotta tra clan. Voleva ‘evadere’…” colora il suo viso di un sorriso ironico. “Le periferie annegano nella violenza e loro glielo lasciano fare perché conoscono il potenziale delle minoranze. Fanno passare l’idea dell’American Dream, ma poi sanno che una chiamata dello zio Sam può distruggere tutto: se sei nero, di te non hanno bisogno”. Un climax ascendente di cori sovrapposti eleva il valore delle sue parole. “Ho accompagnato per anni centinaia di schiavi verso la stella polare, oltre la Mason-Dixon. Ma oggi ci siamo impantanati nell’immobilismo. Erykah, dovremmo marciare”.
Un suono confuso e compulsivo riempie inaspettatamente quel silenzio. “Hai sentito di Brenda?” chiede con aria affranta. “Morta. La madre era fottuta di cocaina quando l’hanno trovata. Si era bruciata il cervello con quella merda. Troveranno un vaccino anche per questo?”. Conclude raccogliendo la sua borsa di stoffa e avviandosi all’uscita.
Cominciamo il cammino. L’hip-hop diventa difettoso tra le sue nevrosi di basso e beat compulsivi. La periferia scorre sotto i nostri piedi, negli occhi di Harriet si riflette il suo desiderio: “I’m trying to find a beautiful world”, e così capisco il senso del pellegrinaggio, anche se non so dove lo stiamo cercando. “Sono in cerca di me stessa, e sento che guardando dentro me stessa ognuno può guardare dentro di sé e questo è tutto quanto c’è di reale”. C’è silenzio nel traffico di L.A., anche il rumore diventa leggero sui pensieri di Harriet. “Cosa sarebbe se tutti cercassimo gli insegnamenti per i quali siamo nati su questa terra?”. “Io vorrei rimanere sveglia” è la risposta di Erykah. Vorrei rispondere anch’io ma comincio a sentirmi fuori luogo. “Non importa se tu sia bianco o nero, c’è un’anima in ogni forma vivente” fa Miss Taubman come se avesse sentito i miei pensieri. “E l’anima diventa viva quando è consapevole di ciò che la circonda. Questo è l’unico modo per raggiungere la salvezza”. Il paesaggio cambia i suoi vestiti, l’asfalto diventa terra arida, la luce dei neon diventa luna. Siamo arrivati nel Mojave. Un rhodes fluido illumina la notte. Ci fermiamo per fare un fuoco per la notte. Il cielo stellato ruota al ritmo di bossa nova. “Gli amanti e i credenti… Ognuno nel mondo è uno o l’altro. E in una veste o nell’altra si distrae dalle cose che realmente contano: le ingiustizie”. Tra i crepitii del fuoco rotolano le parole di Harriet, mentre Eykah con lo sguardo perso nel vuoto continua a ripetere: “Vorrei rimanere sveglia”, come se fosse un desiderio irrimediabilmente lontano. “Credo che dovremmo sentirci ispirati da chi insegue ciò che desidera davvero anche al prezzo di un estremo disagio. Come chi ruba…”. Le parole suonano innocenti nella notte, ma in realtà sono una condanna. “Ragazzo tu rimani indifferente ai fatti. Ricorda: ciò che conta è essere consapevoli, ogni giorno, finché non tramonta il sole”.
Non riesco a prender sonno, così mi allontano dalle braci ormai flebili. La sabbia è una lama ghiacciata sotto i piedi, il vento gelido è un piano elettrico arricchito di un tremolo che ne disperde le direzioni. “Trovare un insegnamento che sia la nostra ispirazione ci aiuterebbe a superare anche i nostri ostacoli lo sai?” mi interroga la voce assonata di Erykah alle mie spalle. I nostri passi seguono le cadenze di un basso discendente, nella direzione del nostro baratro. “Se solo potessi superare quell’ostacolo… Sono terribilmente stanca di questo schifo. Io lo so che se potessi, mi sentirei meglio, potrei rinascere”. È chiaro che mi sta parlando della sua tossicodipendenza, ma in realtà gli ostacoli potrebbero essere tutte le sudice impronte che la società lascia dietro: le pubblicità, gli egoismi, le false illusioni. “Erykah, perché siamo qui?”. “Noi non viviamo, noi ci limitiamo a essere il letto per il fiume del tempo” riprende la sua voce sempre più trascinata. “Nessuno cerca la salvezza, nessuno insegue gli insegnamenti, siamo tutti schiavi delle noste droghe”. Arriva una ventata di calore improvvisa, il vento si placa, l’atmosfera è di presa Withney anni ’80, quando l’importante erano le nobili apparenze e non i retroscena. “Ho cominciato con un tiro o due con il mio uomo. Basta poco diamine… Conosco migliaia di persone che lo fanno e… sia chiaro, non giudico nessuno… Ma non siamo qui per questo. Se riuscissimo a liberarci…” . Torna il vento gelido, “Dio solo sa quanto sono stanca…”.

erykah-badu-Karim Sadli

L’alba colora le piante di yucca di riflessi color arancio. I nostri silenzi si disperdono in flauti di Pan e chitarre amelodiche in decadenti delay. Il rhodes e una batteria muta dettano le note a un giorno che sta per iniziare. In un piazzale sterrato situato nel nulla ci aspettano un bus rosso e uno bianco. Si ode un suono di telefono dalla borsa di Erykah. Estrae un vecchio telefono a disco e alza la cornetta. Annuisce ma non parla. “Harriet, il bianco” dice poi. Ci dirigiamo verso il bus bianco, le porte sono aperte. Sulla soglia ci aspetta un ragazzotto di colore con le labbra grandi e strette e una barba precisa. “Oh James…” Erykah mormora con voce rotta e lo abbraccia in una stretta fraterna. “Tieni un posto per me in paradiso” gli sussurra nell’orecchio. “Metterò una buona parola per te, Ery” risponde lui lasciando la presa. Harriet ci saluta con un cenno e sale sul bus. “Ehi Miss Taubman..” la richiamo io. Si volta. “Lo sa… gli Stati Uniti avranno un presidente di colore nel 2008, alla sua elezione dirà ‘vi prometto, noi come popolo, saremo tutti uguali nelle nostre battaglie’”. Lei mi fa un sorriso, poi torna a salire mentre le sento dire “Promise, promise…” . Forse la New Amerykah ha cambiato i suoi vestiti, ma sì, credo sia rimasta la stessa…

Mariano Biasella