Esitare sul confine. “La vita felice” e “Canada”

Esitare sul confine. “La vita felice” e “Canada”

Si dice che ogni azione di un genitore ricada sulla vita del figlio. Forse è tempo di leggere La vita felice di Elena Varvello. E Canada di Richard Ford. E preoccuparsi di meno.

La scrittrice piemontese Elena Varvello racconta la storia di Elia, figlio di un padre malato di bipolarismo che perde il lavoro e commette un crimine.
Lo scrittore statunitense Richard Ford racconta la storia di Dell, figlio di due genitori che decidono di rapinare una banca.

Con queste premesse Elia e Dell sarebbero dovuti diventare due abietti senza possibilità di recupero e salvezza. E invece non è così che vanno le cose. In entrambi i casi la loro vita viene stravolta, ma non distrutta.
Il messaggio che entrambi i romanzi sembrano voler gridare è: il male rientra nell’ordine naturale delle cose. Così come il bene. E qui c’è Kent Haruf. Nella capacità di non dare un giudizio, di lasciare che le cose accadano come devono accadere, per la sola ragione che è nell’ordine delle cose. L’inesorabilità consola.

Nella vita di tutti i giorni vige la regola del “o dentro o fuori”. Porta sfortuna baciarsi sull’uscio di casa. O dentro o fuori. È pericoloso stare fermi tra il pianerottolo e l’ascensore o sulle porte della metro. O dentro o fuori. Anche in letteratura è difficile raccontare il passaggio dall’essere bambino all’essere adulto. Perché è un confine.

Le storie di Dell ed Elia sono storie sul confine. Sul confine tra malattia e salute mentale; sui confini territoriali che bisogna oltrepassare per potersi allontanare dai crimini dei padri; sui confini che bisogna attraversare per poterli commettere, quei crimini; sul confine tra una vita di famiglia e la solitudine, tra tranquillità e spaesamento.

Elena Varvello e Richard Ford rimangono fermi sul quel confine. Esitano. Il lettore sa cosa sta accadendo, sente lo strappo, vi assiste da vicino, ma non molla.
La vulnerabilità dei personaggi prorompe ed è il momento più forte. Il momento prima del salto, quando tutto sembra ancora nelle nostre mani, ma in verità è già fuori controllo. Il momento più vitale, quello che vale la pena raccontare. Quello del ragazzo in casa, al sicuro. C’è luce, c’è la madre in cucina, c’è vulnerabilità nell’aria. Questo vale la pena essere raccontato.

Niente paura. Non c’è stato nessuno spoiler. Tutto ciò si può leggere nelle prime pagine dei romanzi. Non è il cosa l’importante, bensì il come e il perché. Come Dell ed Elia affrontano, loro malgrado, la difficoltà in cui sono stati trascinati dai rispettivi genitori.

Ma se già all’inizio si sa cosa è successo, come fa il romanzo a portarci dritto alla fine, quasi senza respirare? L’esca è una domanda che ci poniamo di continuo: Perché? Perché c’è la malattia mentale, perché c’è il tradimento del progetto famigliare. Perché c’è la voglia di amare e perché è così vicina alla voglia di uccidere.
La vita felice in 200 pagine risponde a domande pesantissime. Richard Ford in 432 pagine.

varvello

La puntualità della risposta in La vita felice è dovuta al montaggio preciso delle scene. Dialoghi asciutti e personaggi normali.  L’alternarsi tra luce e ombra, scene di notte nel bosco e scene di giorno al fianco di Elia. La vita felice è una lunga apnea che non fa male.
Lo scrittore Luca Ricci, specialista del racconto, dice che il racconto è un piano inclinato. Il lettore deve scivolare lungo una traiettoria, dev’essere agganciato e trascinato in un punto preciso. Nella Vita felice il piano inclinato c’è. Eccome. Pur essendo un romanzo si porta dietro il ritmo e il respiro dei raccontidella raccolta L’economia delle cose (Elena Varvello, Fandango, ottobre 2008, candidata al Premio Strega e vincitrice del Premio Bagutta). Questo è forse dovuto alla collaborazione stretta che c’è stata tra autrice ed editor. Dopo aver pubblicato per anni con Fandango, Elena Varvello pubblica ora con Einaudi. Nuova casa editrice, nuovo editor, nella fattispecie Marco Peano.
Può essere che insieme abbiano preso in mano il manoscritto, che in parte racconta fatti veri della vita dell’autrice, e lo abbiano affrontato punto per punto. Mi arrischio quindi a dedurre che le tonalità da thriller (infatti Elena Varvello dichiara di aver scritto un thriller involontario) e la scelta di alternare le scene di Elia raccontate in prima persona, alle scene che riguardano il padre narrate con distacco, siano frutto di un intervento successivo ed esterno. Una decisione presa di comune accordo, ma in fase di editing, non in fase di scrittura. La scrittura invece rimane sempre la stessa dei racconti. Tagliente e delicata. Mai fuori luogo, mai violenta, sempre al servizio della lettura. Veloce, molto veloce.

In Canada si sente, al contrario, un respiro da romanzo. Il piano inclinato è meno inclinato. Diciamo un 40° in confronto ai 90° della Vita felice. Pur avendo lo stesso punto di partenza, il ritmo e il linguaggio sono diversi. L’inconfondibile “calma apparente” sostiene l’intreccio e dilata il momento della crescita di Dell.

Si dice spesso che i libri riusciti sono quelli in cui i personaggi continuano a vivere oltre le pagine scritte. Ecco, Dell ed Elia, da anziani, può essere si siano incontrati, si siano riconosciuti e si siano stretti la mano, senza dirsi una parola, com’è normale che sia.

Giulia Priore

Elena Varvello, La vita felice, Einaudi (2016), collana Supercoralli, pp 190, euro 18,50
Richard Ford, Canada, Feltrinelli (2013), traduzione V. Mantovani, collana I narratori, pp 424, euro 19