foto di Valentina Mameli

Esperiementi teatrali al Teatro Studio Uno. La prova del topo. Intervista a Michele Galasso

È in scena, al Teatro Studio Uno, l’ultimo lavoro della compagnia “I Nuovi. Teatro delle Viti”. La prova del topo è uno spettacolo che nasce da una residenza all’interno del teatro stesso e che ha permesso alla compagnia, ormai al suo quinto lavoro, di portare avanti una riflessione sui testi e sui linguaggi appresi durante l’accademia, con esiti sempre più critici e autonomi.
Pagato il biglietto si viene invitati a uscire dal teatro e a svoltare alla prima sulla sinistra, costeggiando il palazzo; sulla strada, di fronte a un portone, si viene accolti da un ammiccante maggiordomo che pieno di premure ci accoglie in una casa. Già sul pianerottolo una delicata scenografia ci suggerisce un mondo che si fa universo discendendo le scale per giungere in una serra dove su alcuni tavolini bicchieri già colmi di vino invitano a prender posto sulle sedie ai lati e ad attendere.
Durante il percorso abbiamo intanto potuto conoscere la maggior parte dei personaggi, assistere alla loro intimità, alle loro occupazioni e ossessioni quotidiane. Siamo in una casa, e i numerosi fili che collegano oggetti e spazi sembrano preannunciare la complessità delle relazioni che vi sono all’interno di una famiglia.
Presa confidenza con l’ambiente, giunto l’ultimo spettatore, il maggiordomo ci invita a seguirlo nel salone che si rivelerà essere la vera e propria scena dello spettacolo.

Abbiamo l’occasione di parlare con Michele Galasso che, assieme ad Antonio Careddu, ha curato la messinscena e diretto la residenza all’interno del teatro.

“Lo spettacolo nasce interamente dal lavoro di scrittura scenica proposto agli attori durante la residenza” si legge sulla locandina. Puoi spiegarci meglio di cosa si tratta?

Il progetto è nato in risposta al bando per residenze artistiche promosso dal Teatro Studio Uno. Essendo noi una giovane compagnia senza un proprio spazio, ci è sembrata un’ottima occasione per poter proporre qui, in un contesto altrimenti saturo di proposte commerciali, un percorso di ricerca attraverso il quale portare avanti i processi di analisi e linguaggio maturati negli anni. L’idea è stata quella di creare lo spettacolo interamente a partire dal lavoro degli attori, che dopo una preselezione su curriculum sono stati scelti attraverso due intense giornate di lavoro, in cui noi abbiamo potuto vederli all’opera ma soprattutto in cui anche loro hanno potuto conoscerci e valutare i nostri metodi di lavoro.
Il processo di creazione scenica è stato complesso, in quanto abbiamo voluto partire privi di decisioni aprioristiche, dando solo degli spunti all’inizio molto vaghi, per poter poi indagare pian piano come gli attori sarebbero approdati alle loro scoperte in modo autonomo. Il tema che abbiamo proposto in risposta al bando era in modo molto generale quello del confronto tra vendetta e perdono. Partendo anche da alcuni testi scelti e da alcune opere cinematografiche il tema è stato quindi affrontato nell’interazione scenica, in improvvisazione ed in un lavoro principalmente incentrato sul corpo e sullo spazio.

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foto di Valentina Mameli

Questo lavoro si nota all’interno dello spettacolo. Nonostante la riproducibilità del testo, la naturalezza dell’improvvisazione rimane anche se codificata poi nel personaggio. Ma quali meccanismi avete sfruttato per l’interazione tra i personaggi in un’opera costruita interamente sul lavoro comune?

Il titolo, La prova del topo, è nato in parte dall’idea che questo è in effetti un esperimento, in cui il pubblico è chiamato ad ammirare il comportamento di esemplari umani da laboratorio, ed in parte dai parallelismi proposti nella discussione su alcune delle opere proposte in partenza. Una delle tracce è stata infatti il Libro di Giobbe, in cui questo è messo sotto processo da un Satana in gara con Dio. Gli attori hanno lavorato liberamente a scambiarsi i ruoli in questo ordine di relazioni: Dio-Satana-Giobbe, Produttore-Regista-Attore, Proprietario-Sindacalista-Operaio, Padrone-Maggiordomo-Servo, Uomo-Gatto-Topo. Il lavoro ha poi permesso di allontanarci e tornare per varie vie a questi rapporti, mantenendo comunque, in risposta a quanto proposto dagli attori stessi nella loro ricerca, la posizione di una vittima sottoposta attraverso torture anche assurde ad una prova di volontà in un rituale di maieutica.
Le proposte dei singoli attori e del gruppo negli esercizi proposti sono stati limati, corretti, guidati fino alla creazione di questi caratteri a tutto tondo che loro si sono cuciti sulla propria pelle, e solo successivamente i rapporti tra questi sono stati definiti a parole e su carta: una famiglia dalle stravaganti bizzarrie, un po’ estremizzata ma in realtà per nulla lontana da molte realtà, in cui un’assenza forte, una scomparsa, ha incrinato da tempo i rapporti di comunicazione e contatto, sia interni che con il mondo esterno.

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foto di Valentina Mameli

Il bando è stato vinto proponendo una riflessione sul rapporto tra vendetta e perdono. Nonostante il tono a tratti leggero dello spettacolo, forte è il senso di violenza che rimane, nel rapporto tra i personaggi, nel tono di alcuni monologhi dimessi. Qual è il bilancio finale tra questi due atteggiamenti così distanti?

Possibile, come ne il Grande Inquisitore, che il perdono, il porgere l’altra guancia, sia un’arma rivoluzionaria di vendetta, più efficace della ribellione? O invece forse non è più possibile perdonare una civiltà ormai degradata fino all’inumano, come ad esempio in Dogville, per citare solo alcuni esempi. Sicuramente per arrivare ad un giudizio, di cui solo il pubblico, eventualmente, potrà trarre soluzione, bisogna passare per l’interrogare i propri non detti, i propri avrei voluto ormai irrecuperabili. Credo sia proprio grazie a questo materiale altamente umano che gli attori, con grande generosità, hanno saputo creare dei personaggi tanto sfaccettati e paradossali: scherzando e giocando sugli assurdi, con ironia, è anche più facile tirare fuori le nostre verità più atroci. E in fondo, forse, in quale famiglia non è così?
Molti spettatori hanno felicemente colto il gioco sul perdono, e si sono addirittura sentiti chiamati in causa, ognuno sul suo vissuto: perdonarsi per poter perdonare. Anche noi, sebbene conosciamo le logiche interne alla lettura del testo e dello spettacolo nei dettagli, continuiamo in parte a essere sorpresi a ogni replica dai significati che di volta in volta vengono sottolineati. Ognuno deve fare i conti con le proprie colpe taciute, ma anche il più crudele degli uomini, forse, se ci si presentasse davanti denudatosi e in lacrime, chiedendo perdono per tutti i suoi errori, non ci muoverebbe a compassione?

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foto di Valentina Mameli

Il lavoro con gli attori e la costruzione di uno spettacolo privo di un canovaccio deve essere stata la parte più interessante e “sfiancante” di questa particolare residenza, che sembra ricordare le compagnie del ’600 dove la vita in comune rendeva l’opera finale realmente collettiva. Ti domando se credi che questo metodo di lavoro possa essere portato avanti e indagato maggiormente dopo questa prima esperienza.

Il risultato, interessante in primo luogo per noi, è stato una sorpresa, derivata dalle interconnessioni tra le proposte degli attori, le nostre scelte di regia e supervisione alla drammaturgia, le tematiche poste in analisi e le necessità pratiche. Un lavoro divertente, perché nato in modo piacevole e giocoso già nel suo processo di creazione, ma che forse proprio per questo ha permesso agli attori di affrontare e portare sulla scena anche i drammi delle nostre quotidianità.
Riteniamo non solo che questo metodo sicuramente andrebbe portato avanti ed indagato maggiormente, ma che sia l’unico modo per poter creare qualcosa che abbia un peso, che sia veramente radicato e stratificato a più livelli. Certo tutto ciò ha bisogno di tempo, o meglio di più tempo rispetto al mese, mese e mezzo concesso solitamente ad una produzione. Non è un caso se il teatro che cerca di scoprire qualcosa abbia oggi lasciato il posto a commedie e produzioni che si affidano solo ai grandi nomi televisivi e al già deciso, a ciò che già si sa, senza percentuale di errore, funzionare per il grande pubblico. Anche i grandi maestri oggi si lamentano che i tempi non permettono più quel grado di approfondimento, di sedimentazione e convivenza tali per poter maturare uno spettacolo fino al momento necessario, semplicemente.
Intanto rispondiamo ai bandi, raccogliamo attori, troviamo spazi e tempi, anche se ristretti, per portare avanti le nostre necessarie ricerche di senso e tentare di fare di necessità virtù: se una crisi oggi c’è non è diversa da quelle che ci hanno preceduto, e sarà sicuramente come sempre soprattutto stimolo per nuovi fermenti e nuove possibilità.

Intervista a cura di Paolo Girella

La prova del Topo
dal 9 al 19 Aprile h 20.30
(lunedì riposo, domenica h 17.30)
TEATRO STUDIO UNO
via Carlo della Rocca, 6

messinscena____Michele Galasso Antonio Careddu
musici in sala ___Samovar & Marcusai
il guardaroba___Annalucia Cardillo
foto di scena____Valentina Mameli

Lo spettacolo nasce interamente dal lavoro di scrittura scenica proposto agli attori durante la residenza
con_Gabriele Guerra, Caterina Marino, Riccardo Marotta, Maria Chiara Pellitteri, Fabiano Roggio.

per info e prenotazioni:
laprovadeltopo@gmail.com
347 0609029
333 9008202
I Nuovi. Teatro delle Viti