“Essere ben vestiti, senza sapere dove si andrà”: intervista a Giorgia Nardin

“Essere ben vestiti, senza sapere dove si andrà”: intervista a Giorgia Nardin

Folti capelli ricci, sorriso smagliante e occhi vispi.
Giorgia Nardin è una giovane danzatrice e coreografa indipendente di origine veneta, tra le più apprezzate nel panorama contemporaneo italiano.
Premiata dalla critica, acclamata dal pubblico e selezionata per partecipare a diversi progetti di ricerca coreografica, al momento Giorgia è impegnata nella tournée di All dressed up with nowhere to go. Abbiamo scambiato due chiacchiere con lei.

Quando ti sei avvicinata al linguaggio della danza contemporanea?

Ho iniziato la mia formazione contemporanea presso la Northern School of Contemporary Dance di Leeds, nel 2007. Già durante gli anni del liceo oltre alla danza classica studiavo modern e, vivendo nella provincia di Venezia, spesso frequentavo la Biennale Danza, partecipando a workshop o vedendo gli spettacoli in programma.

Foto Giorgia Nardin 1Nel 2010 ti sei diplomata. Cosa è cambiato in questi cinque anni?

Uscendo da una formazione accademica molto intensiva non avevo consapevolezza del panorama europeo. In questi anni ho incontrato tanti artisti con i quali ho un forte legame professionale ed umano, che in qualche modo considero partecipi del mio percorso. Credo di aver trovato una direzione, una calma che non avevo e poco alla volta sto imparando a capire il mio lavoro.

Sei una danzatrice, ma ora lavori prevalentemente come autrice e coreografa. In quale abito ti muovi più agevolmente?

Dopo l’esperienza di All dressed up ho capito che il mio bisogno è quello di vedere sugli altri, di tradurre e vedere filtrato quello che sento; anche per questo ho scelto di non essere interprete del mio lavoro.
Mi piace moltissimo danzare per altri e farlo mi informa sempre sulla mia pratica personale, ma il mio posto preferito è quello di prima spettatrice del mio lavoro

Foto Giorgia Nardin 2.

Magari mi sbaglio, ma trovo che la tua ricerca coreografica fosse più scanzonata ai tempi di Che Gusto! e Spic&Span. Da Dolly in poi si percepisce una maturità diversa. Sei d’accordo?

Ad un primo sguardo sì, Spic&Span e Che Gusto! – che sono lavori nati a sei mani con Marco D’Agostin e Francesca Foscarini – possono sembrare più leggeri nell’estetica e nel linguaggio coreografico, ma, anche a distanza di anni, li trovo davvero pieni di cinismo. Credo sia stata anche questa la loro forza. Dolly ha segnato un momento importante per me; è il mio primo solo, ed è sicuramente carico di una tensione più personale, senza compromessi.

All dressed up with nowhere to go. Devo dirlo: adoro questo titolo. Ce lo racconti?

All dressed up with nowhere to go descrive, oltre la traduzione letterale, quel momento per cui ci si prepara e che non arriva. È un climax interrotto, in un certo senso. Lo trovo adatto perché fin da subito il lavoro è stato molto sospeso, denso, senza guizzi e quest’immagine si prestava bene alla lettura dello stato che i danzatori sostengono.

Giorgia Nardin Foto 5

Sei stata selezionata per Performing Gender, un progetto biennale di produzione coreografica incentrato sulla questione di genere e identità. A marzo hai presentato al MAMbo, Museo d’arte moderna di Bologna, Celebration, una performance di durata ideata per gallerie e spazi museali. Com’è nata la collaborazione con Olivia Jacquet, la tattoo artist protagonista di questo lavoro?

Sapevo di voler lavorare sulle modificazioni corporee e volevo trovare qualcuno che avesse preso una decisione radicale per il proprio corpo. Ho conosciuto Olivia tramite amicizie in comune. Siamo andate a pranzo a Cesena e le ho parlato del progetto, lei si è fidata molto e mi ha dato un sacco di spazio per entrare. Si è creato un bel legame tra di noi che ci ha permesso di sviluppare Celebration.

Per quale celebre danzatore vorresti ideare una coreografia?

Andrè De la Roche.

Intervista a cura di Marta Tedolfi