F di Feldenkrais

F di Feldenkrais

Il cervello non può pensare senza le funzioni motorie
Moshe Feldenkrais

Feldenkrais? Ultima tendenza free style o nuova marca di müesli croccante? Decisamente nessuna delle due, e senza perdersi in tediose descrizioni da vocabolario, credo che in questo caso valga la pena raccontare una storia vera, per spiegare al meglio cosa la lettera F possa farci scoprire in questa sede.
Feldenkrais è per l’esattezza il nome di chi circa un secolo fa ha sperimentato un nuovo metodo per muoversi, o meglio, tornare a muoversi come natura comanda. Confesso subito che, senza pretesa alcuna, parlerò della mia esperienza personale e di come fino a un mese fa ignorassi l’esistenza di questo metodo. Per l’esattezza proprio durante una lezione con alcuni allievi (tra quelli che toccando gli 80 anni arrivano non so come a toccarsi le punte dei piedi meglio di me), presa a monitorare i loro corpi come fossero bolle di cristallo, è stato il mio stesso corpo ad annunciarmi, senza un minimo di delicatezza, il principio di uno sgretolamento.
È iniziato così, con un improvviso blocco cervicale tipo colpo della strega, il mio avvicinamento a questo nuovo mondo, affidandomi a un’insegnante che mi ha subito introdotta al metodo Feldenkrais che, attraverso tecniche di movimento molto semplici, ricostruisce le potenzialità infantili che nel corso della vita erano andate perdute. In poche parole un sistema educativo che usa il movimento lavorando sul sistema nervoso, portando a sviluppare una piena consapevolezza di sé, fisica e non solo.

Da principio con alcune sedute individuali, poi in lezioni collettive, vengo guidata all’interno di un viaggio lungo 30 anni (in pratica tutta la mia vita): con movimenti lenti e privi di qualsiasi sforzo, il corpo sta ritrovando le tracce di ferite appartenenti al passato remoto, riscrivendo ora una storia personale sotto altro segno. Cosa significa? Il blocco cervicale segnalava con dolore il principio di un’ernia, non altro che il frutto maturo di una “cattiva postura”, assunta negli anni con atteggiamenti non spontanei, ossia (com)portamenti fisici rivelatori anche di stati e condizioni psicologiche. Da bambina, a un certo punto, devo aver smesso di muovermi con naturalezza, assumendo posture forzate, divenute nel tempo abituali e fisse, condizionando l’organismo a reagire con soluzioni di comodo e con notevole perdita di elasticità motoria. Di fatto delle storture diventate delle gran belle fregature. Attribuivo alle mie ossa una rigidità impossibile da sanare e che in qualche modo mi contraddistingueva. A fatica avevo accettato questa condizione ma mi sforzavo di andare oltre, per cercare nuove strade lavorando magari sulle connessioni muscolari per esprimermi al meglio nel limite delle mie possibilità.
Mi sbagliavo.
Attraverso il metodo, invece, il mio corpo è stato aiutato a ritrovare i movimenti primordiali e le connessioni strutturali del mio scheletro che, con molta cautela e precisione direi chirurgica, mi stanno pian piano restituendo ciò che credevo smarrito, scartando quanto di superfluo avevo invece nel frattempo sovra costruito alla mia struttura originaria. Oltre al recupero di una buona elasticità motoria, con esiti visibilmente apprezzabili già dal solo modo di camminare e di sentirmi più a mio agio e disinvolta nella quotidianità, la sorpresa forse maggiore è stata quella di scoprire nuove possibilità gestuali e potenzialità espressive, legate a un’accresciuta consapevolezza del movimento del mio corpo che danza, dove gestione, controllo e libertà si sono fuse in un equilibrio equamente organizzato.

Il corpo è manifesto di processi interiori, che possiamo indagare solo al nostro interno, e proprio attraverso il movimento – che contraddistingue la vita per definizione – è possibile sperimentare nel corpo nuove forme di conoscenza. Ogni uomo ha diritto ad avere accesso agli strumenti per raggiungere questo equilibrio tra il benessere e una reale espressione vera di sé – ancor più il danzatore, che è mediatore tra linguaggio verbale e non verbale per sé e per gli altri. Questo ruolo gli rende urgente ed esige una perpetua ricerca in nome della verità della bellezza di cui si fa portatore con la propria presenza.

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Storia: Feldenkrais e il Metodo

Chi era Moshe Feldenkrais? Come racconta lui stesso in alcune note autobiografiche sparse qua e là nei suoi libri (vedi ad esempio Il caso di Nora), nasce nel 1904 a Slavuta (oggi in Ucraina), cittadina russa che abbandona a 14 anni per vivere da solo in Palestina, lavorando diversi anni come pioniere e per lo più svolgendo attività manuali.
Dopo la maturità inizia a lavorare presso il Dipartimento tipografico britannico e si interessa alle arti marziali e di difesa personale. A poco più di 20 anni, giocando a calcio, riporta al ginocchio sinistro una grave lesione che gli impedisce di camminare normalmente per svariati mesi. Dal momento che un’operazione chirurgica a quel tempo non poteva essere contemplata come risolutiva o migliorativa, crede di dover convivere con il ginocchio malato, ma quella condizione determina in lui anche “l’urgenza di fare qualcosa di più”. Nel frattempo si laurea in ingegneria e nel 1933 parte per la Francia per approfondire i suoi studi.
Ammesso alla Sorbona, consegue il dottorato in fisica e si dedica alla ricerca affiancando Frédéric Joliot-Curie, che sarà premio Nobel per la chimica. Sempre a Parigi, con il professor Kano, maestro di judo e viceministro dell’istruzione del governo giapponese, diventa cintura nera e fonda la prima scuola di judo in Francia.
Con l’invasione tedesca allo scoppio della Seconda guerra mondiale, è costretto a rifugiarsi in Inghilterra, dove inizia a lavorare per la Marina inglese e dove presto ha l’occasione di sviluppare il suo metodo, tenendo successivamente seminari e conferenze in tutto il mondo. Alla fine della guerra, infatti, torna in Israele e diventa primo direttore del Dipartimento elettronico dell’esercito israeliano.
Nel 1949, elaborato meglio il suo metodo pratico di lavoro sul corpo, decide di esporne gli esiti in un libro, ben presto ritenuto rivoluzionario, dal titolo: Il corpo e il comportamento maturo. Dopo anni di esercizio su migliaia di persone, si dedica all’insegnamento del metodo in Europa, negli Stati Uniti e in Israele. Tra i suoi allievi: David Ben Gurion, Margaret Mead, Peter Brook, Yehudi Menuhin, Leonard Bernstein, Moshe Dayan. Muore in Israele nel 1984.

Quando Feldenkrais parla del proprio metodo, spiega che il suo lavoro consiste nel “toccare con le mani”, specificando che non si tratta di qualcosa di terapeutico o di un tocco guaritore, ma semplicemente dell’utilizzo di una tecnica che tutti possono imparare: “Mi rifaccio a tutto ciò che ho imparato per migliorare la salute fisica e mentale, per ampliare in coloro che chiedono il mio aiuto la capacità di superare gli ostacoli. Chiamo ciò migliorare le nostre potenzialità di trarre dall’interno di noi stessi quello che ci fa diventare ciò che siamo, e di ottenere dei risultati senza fare sforzi che superano i nostri limiti”.
Nella pratica, detta con le parole degli esperti, le attività del Metodo Feldenkrais portano a riorganizzare il sistema nervoso con un conseguente maggior benessere generale, poiché infatti, attraverso la consapevolezza del corpo in movimento e lo sviluppo della propriocezione (anche detta “cinestesia”), la persona migliora l’immagine che ha di se stesso, immagine su cui di fatto fonda la propria esistenza. Partendo dalle considerazioni che la persona è un’unità complessa costituita da corpo, mente, pensiero ed emozioni in permanente interazione con l’ambiente e che il movimento (come ad esempio il respiro, che è sempre attivo) è presente in tutte le manifestazioni vitali dell’uomo (emozionali, intellettuali o sensoriali), il metodo riapre sentieri che portano a una migliore unità di mente e corpo. In particolare, al metodo è possibile approcciarsi in due modi: le tecniche di Consapevolezza attraverso il movimento (Cam) e di Integrazione funzionale (If).
Nel primo caso (Cam), l’insegnante guida con la voce il gruppo degli allievi dando indicazioni che li orientano a un’osservazione attenta del corpo in movimento. È un’esplorazione di nuove possibilità che disinnescano gli schemi abituali; nel secondo (If) si tratta di un lavoro individuale di Integrazione funzionale, che ha gli stessi obiettivi della Cam, dove l’insegnante tocca e muove la persona in maniera rispettosa e non invasiva, per portarla a diventare consapevole dei propri processi motori.
Non avendo controindicazioni alcune, in quanto parte dalle caratteristiche individuali per sviluppare via via le potenzialità di ciascuno, i campi di applicazione del metodo, come si può ben immaginare, sono molteplici, rivolgendosi inoltre con enorme versatilità a persone di qualsiasi età e condizione fisica: nell’adulto, ad esempio, porta a rivivere i progressi del movimento che ha esplorato a lungo e scoperto pian piano da bambino; applicato alla danza, invece, guardando con singolare minuzia alla specificità di ogni danzatore e all’esecuzione di ogni movimento, accelera e facilita il miglioramento dell’agilità e dell’efficacia del gesto.

Riconoscimenti scientifici e pubblicazioni

-          28 aprile 2015, Max Plank Institut, Berlino: uno studio esplorativo mostra che un breve intervento (operato dalla trainer Feldenkrais Eilat Almagor) può avere effetti sull’attività corticale del cervello.

-          Norman Doidge, Le guarigioni del cervello, Ponte alle Grazie, 2015, p. 520 e ss.: psichiatra ricercatore alla Columbia University e all’Università di Toronto, nella sua più recente panoramica sulle terapie che curano il cervello dedica due capitoli ai successi medici e neurologici del Feldenkrais.

-          Prof. Dr. Gerald Hüther, Neurobiologo e capo del reparto Neurobiologische Grundlagenforschung della clinica psichiatrica dell’Università di Gottinga: “Come dimostrano i più recenti risultati della ricerca sul cervello, le esperienze vengono sempre radicate a livello cognitivo, emotivo e fisico contemporaneamente sotto forma di corrispondenti modelli di reazione (pensiero, emozione, corpo) e sono intrinsecamente legati (embodiment). Pertanto, ogni tentativo successivo di migliorare la capacità umana di gestire e combattere lo stress mediante programmi di perfezionamento a livello cognitivo sarà inesorabilmente destinato a fallire, se non vengono contemporaneamente integrati i livelli emotivo e fisico. Un procedimento rivelatosi particolarmente idoneo a tal fine – essendo già impiegato con successo nella pratica da oltre 10 anni – è il Metodo Feldenkrais”.

Erica Romano

Principali risorse online:
http://www.feldenkrais.it/
http://www.feldenkrais.com/research-bibliography
www.iffresearchjournal.org