Fotografia e performance (parte I)

Fotografia e performance (parte I)

La fotografia è sempre stata parte integrale della storia dell’arte performativa, ricoprendo un ruolo fondamentale nella documentazione e nella testimonianza di ciò che per antonomasia è effimero e difficilmente replicabile nella sua unicità. La performance del Diciannovesimo secolo fu caratterizzata dai tableaux vivants, dal francese “dipinti viventi”: riproduzioni statiche generalmente raffiguranti pieces teatrali o dipinti del passato inscenate da attori e modelli opportunamente mascherati.
Una delle prime relazioni tra performance e fotografia, riconducibile alla seconda metà dell’Ottocento, fu quella tra il fotografo francese Pierre-Louis Pierson e Virginia Oldoini, meglio conosciuta come la Contessa di Castiglione. Nel Luglio del 1856 la contessa fece la sua prima visita all’atelier parigino di Mayer&Pierson, uno dei più noti studi fotografici del tempo. La Castiglione, nota per i suoi bizzarri travestimenti durante le feste alla corte francese dell’imperatore Napoleone III, diede vita ad una moltitudine di personaggi, alcuni molto famosi – come la Madonna, la regina di Cuori, Anna Bolena, Lady Macbeth – e altri meno conosciuti ma di eguale impatto visivo. Fu proprio Pierson, nei sui tableaux vivants, a riprodurre fedelmente le performance della contessa che, oltre ad essere il soggetto ritratto, giocò un ruolo importante in qualità di art director (come la chiameremmo oggi), fornendo indicazioni precise sugli ingrandimenti, la ripresa dei dettagli, le angolazioni dell’apparecchio fotografico e addirittura dipingendo lei stessa gli artefatti finali.

Pierre-Louis Pierson, Scherzo di Follia, Contessa Virginia Oldoini di Castiglione, 1863–66

Pierre-Louis Pierson, Scherzo di Follia, Contessa Virginia Oldoini di Castiglione, 1863–66

Contemporaneamente, in Gran Bretagna, Julia Margaret Cameron cominciava a farsi strada tra il panorama artistico londinese. Sebbene la Cameron non fu mai annoverata tra i più importanti fotografi del tempo (essendo donna e autodidatta) è da ritenersi una pioniera della fotografia performativa del Diciannovesimo secolo nonché della corrente del “teatro fotografato”. Dopo avere ricevuto un apparecchio fotografico in regalo dalla figlia, la Cameron ricava il suo studio-atelier e la camera oscura dal pollaio e dalla carbonaia della propria abitazione, cominciando così la sua ricerca personale che la condurrà alla poetica mistica, romantica e surreale che caratterizzò il suo stile fotografico. I soggetti dei suoi tableaux vivants sono ritratti non in quanto tali ma come trasposizioni di personaggi della letteratura e della mitologia, che danno vita a piccole pieces teatrali casalinghe chiamate amateur theatricals.

Julia Margaret Cameron, la regina Filippa intercede per i borghesi di Calais, 1872-74

Julia Margaret Cameron, la regina Filippa intercede per i borghesi di Calais, 1872-74

Se nel Diciannovesimo secolo la performance era un atto per lo più legato alla rappresentazione fotografica in studio e rivolto solo a pochi eletti, il Ventesimo secolo vede un cambiamento radicale nella fruibilità dell’arte performativa, che viene presentata ad un pubblico più ampio e vario – di conseguenza, anche il ruolo del fotografo cambia e assume una dimensione più documentaristica. Diversamente dai tableaux vixants, i quali potevano essere inscenati numerose volte, l’happening è qualcosa di estremamente variabile e completamente differente di volta in volta. Nella maggior parte dei casi l’immagine è l’unica traccia superstite di un’azione irripetibile, ed è per questo che la responsabilità del fotografo è maggiore e al contempo limitata, sul piano delle decisioni creative, all’impeccabilità del risultato (inquadratura, luce, valorizzazione dell’atto performativo e così via).

Harry Shunk e János Kender, Yves Klein, Anthropometry, 1960. Il team Shunk-Kender viene invitato a documentare la prima dimostrazione pubblica di quelli che Klein chiama “pennelli viventi” - corpi di donne nude vengono usati per applicare la pittura sulle tele. Klein indossa un tuxedo e viene raffigurato di fronte ad uno speciale pubblico in abiti da sera. Le immagini scattate enfatizzano le elaborate fasi dell’evento nel quale la pittura associata ad artisti come Jackson Pollock diventa un'azione teatrale.

Harry Shunk e János Kender, Yves Klein, Anthropometry, 1960. Il team Shunk-Kender viene invitato a documentare la prima dimostrazione pubblica di quelli che Klein chiama “pennelli viventi” – corpi di donne nude vengono usati per applicare la pittura sulle tele. Klein indossa un tuxedo e viene raffigurato di fronte ad uno speciale pubblico in abiti da sera. Le immagini scattate enfatizzano le elaborate fasi dell’evento nel quale la pittura associata ad artisti come Jackson Pollock diventa un’azione teatrale.

Il migliore esempio di fotografia di performance è sicuramente il lavoro di Harry Shunk e János Kender: un duo fotografico che, a partire dagli anni ’60, collaborò con alcuni degli esponenti più influenti dell’arte del Ventesimo secolo.
La collaborazione con Yves Klein è tra le più prolifiche e durature. Nel 1960, il duo Shunk-Kender è impegnato nella creazione di una delle opere più importanti di Klein, il fotomontaggio Le Saut dans le vide, dove l’artista inscena un salto nel vuoto dal tetto di una mansarda. Negli anni seguenti il sodalizio Shunk-Kender-Klein si fa sempre più interessante e il team di fotografi, oltre a collaborare alla realizzazione delle immagini preparatorie di peintures feu, viene invitato a documentare la prima dimostrazione di quelli che Klein definisce pennelli viventi, una performance dove corpi nudi di donne vengono usati come pennelli nell’applicazione di pittura su canvas. In Anthropometry la fotografia ha il compito di enfatizzare l’elaborata messa in scena della performance, nella quale il gesto della pittura sorpassa la pittura stessa e diventa atto teatrale.
Un’altra memorabile performance resa documentata dal duo Shunk-Kender è The Destruction happening di Marta Minujin. Nel 1963, alla fine del periodo della sua borsa di studio a Parigi, Marta Minujin trascinò le sue sculture composte da oggetti di scarto e materassi nel sito abbandonato dell’Impasse de Ronsin in Montparnasse e, dopo aver liberato conigli e uccelli da alcune gabbie, invitò gli amici e i presenti a distruggere le sue opere d’arte. Shunk e Kender catturarono il momento scattando foto da diverse angolazioni con inquadrature che si fanno spazio tra le spalle della gente e usando l’architettura circostante come un set provvisorio.

Harry Shunk e János Kender, Yayoi Kusama, Fashion Show, Kunama Sudio, New York, 1968

Harry Shunk e János Kender, Yayoi Kusama, Fashion Show, Kunama Sudio, New York, 1968

La prima metà degli anni ’60 vede una crescita esponenziale della fama di Shunk-Kender che diventano i massimi esponenti della fotografia performativa parigina. La lista di collaborazioni è lunga e avvincente: Nicki de Saint Phalle, Marta Minujin e Jean Tinguely, per citare solo alcuni nomi.
Nel 1964 la coppia sviluppa un ambizioso progetto sulle coreografie dell’artista e ballerino Merce Cunningham durante una sua performance messa in scena al TEP – Théâtre de l’Est parisien in collaborazione con Robert Rauschenberg, che ne cura scenografie e costumi: di tale connubio tra fotografia, arte e danza rimangono le immagini teatrali di corpi che si stagliano su un fondale scuro e creano linee grafiche e armoniose, trasmettendo un senso di delicatezza e forza al tempo stesso. Dopo la seconda metà degli anni ’60 il team Shunk-Kender è estremamente attivo nel panorama performativo newyorkese, dove viene chiamato a documentare una moltitudine di happening da numerosi artisti, tra cui Yayoi Kusama con la sua Anatomic Explosion, le sue sfilate e il body painting.
Uno dei lavori più ambiziosi e di maggior spicco è sicuramente Pier 18. Nel 1971, il curatore Willoughby Sharp invita ventisette artisti alla creazione di varie performance al molo 18 nel centro di New York. Shunk e Kender ricevono l’incarico di documentare l’intera serie: nascono così diverse collaborazioni con artisti del calibro di John Baldessari, Richard Serra, Dan Graham e Mario Merz.

Harry Shunk e János Kender, John Baldessari, Pier 18, New York, 1971

Harry Shunk e János Kender, John Baldessari, Pier 18, New York, 1971

La domanda che viene spontaneo porsi è: quale delle due parti è la vera e propria protagonista? La performance, con il suo impatto sensoriale ma effimero, o la sua documentazione fotografica, capace di trasmettere il valore dell’atto nel tempo? La risposta può prevedere che lo siano entrambe, ma su piani valoriali e temporali diversi: la performance è in sé la principale azione artistica, mentre la fotografia diventa opera d’arte postuma, in quanto unica rappresentazione dell’azione stessa.

Marika Saonari

In copertina: Harry Shunk e János Kender, Niki de Saint Phalle, Shooting with a .22 rifle in the Impasse Ronsin, Paris, 1960.

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