HAPPY END DI MICHAEL HANEKE, TUTTO È MALE QUEL CHE FINISCE BENE

HAPPY END DI MICHAEL HANEKE, TUTTO È MALE QUEL CHE FINISCE BENE

Può “Happy End” (2017) intendersi come l’ultimo atto della carriera cinematografica di Michael Haneke? Egli ha da poco annunciato di essere tornato a lavorare per la TV, anche lui desideroso di confrontarsi con la lunga serialità, oggi quasi una tappa obbligata per molti registi cinematografici. Non sappiamo se in futuro potremo godere di un’altra sua opera sul grande schermo, la visione di questo ultimo film tuttavia sembra suggerire una certa volontà di riassumere temi e situazioni presenti nei suoi precedenti lavori, delineare i contorni della propria poetica, tracciare un bilancio della sua storia artistica. Individuo, famiglia, società, sono questi i pilastri sui quali Haneke ha costruito le basi del suo cinema, le immagini ed il loro potere, il mezzo attraverso i quali analizzarli.
“Per lo spettatore esterno è difficile discernere il confine tra la vita reale e la sua rappresentazione ed è questo che rende il film affascinante. L’oscillazione tra la sensazione sconcertante di essere coinvolto in qualcosa che sta accadendo veramente e la sicurezza emotiva di vedere la rappresentazione di una realtà creata artificialmente è stato ciò che senza dubbio ha favorito lo sviluppo del cinema”, dice Haneke. Sin dai suoi esordi ciò che ha più attratto e spaventato al tempo stesso il regista è l’influenza che i mezzi di comunicazione hanno esercitato e continuano ad esercitare sulle masse, la presa di coscienza della sempre più diffusa incapacità di relazionarsi con gli altri se non attraverso degli schermi, l’interrogarsi sul destino del genere umano nell’ipotesi in cui un sistema interamente basato sullo sviluppo tecnologico arrivi al collasso costringendoci a tornare al tempo dei lupi.
Immagini dentro altre immagini, Haneke sembra ossessionato da questo. Spesso nei suoi film egli mostra la vita dei protagonisti scorrere parallelamente a quella di coloro che appaiono sugli schermi televisivi, riprende ciò che in un determinato momento viene effettivamente ripreso da un altro apparecchio di registrazione all’interno del film. In più di un’occasione Haneke introduce questo registro sin dai primi fotogrammi.

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“Benny’s video” (1992) inizia con il filmato di un maiale prigioniero un recinto in attesa che si consumi la sua condanna a morte; è lo stesso Benny, il ragazzo protagonista, che dirige questo macabro spettacolo e che in seguito non esiterà a replicare quanto ripreso su di un essere umano, trasformandosi da osservatore ad esecutore. Allo stesso modo vediamo la scena iniziale di “Happy End” attraverso lo schermo di uno smartphone mentre la giovane Eve riprende prima i gesti ripetitivi della madre che si muove ormai come un automa senza vita, in seguito l’agonia di un criceto in gabbia da lei stessa avvelenato, per poi tornare sulla madre che replica l’agonia dell’animale.
“Niente da nascondere” (2005) si apre con l’immagine di un tranquillo quartiere cittadino salvo poi accorgersi che quello che vediamo è ripreso da una telecamera di qualcuno che non conosciamo e la sensazione iniziale di serenità lascia il posto ad uno strano senso di inquietudine. In “Happy End”, dopo il ferale filmato di Eve, una telecamera di sicurezza riprende un cantiere cittadino dove alcuni operai stanno lavorando; ancora una volta vediamo una ripresa che sembra niente di più di un normale filmato per la televisione, quando ecco che la tragedia si consuma, una crepa si apre nel muro di contenimento, la terra cede in maniera impietosa coinvolgendo anche uno degli operai. Responsabile del cantiere è proprio la famiglia protagonista del film che dovrà fare i conti non solo con i danni fisici e materiali causati da questo crollo ma soprattutto con le conseguenze emotive che esso ha indirettamente causato, scoperchiando un vaso di Pandora accuratamente sepolto.

Il Settimo Continente

Il Settimo Continente

Famiglia dunque, nucleo composto da persone legate da vincoli di parentela che dovrebbero condividere sentimenti di amore e rispetto reciproco ma che nei film di Haneke si presentano spesso prive di questi valori fondanti, incapaci di provare emozioni autentiche. Basta pensare al primo lungometraggio di Haneke, “Il Settimo Continente” (1989), nel quale il suicidio collettivo progettato e realizzato dalla famiglia protagonista dimostra tutta la gravità di questa crisi di valori. La mancanza di comunicazione è la malattia che affligge la società moderna, gli schermi creati per avvicinarci al mondo che ci circonda hanno eretto muri altissimi che hanno alterato la nostra percezione del reale. Al termine de “Il Settimo Continente” l’ultima cosa che fa il padre prima di raggiungere la moglie e la figlia nell’aldilà è guardare la TV, dentro la quale rivede la sua vita, immagini dal suo passato che tornano a tormentarlo sino all’ultima, un paesaggio con il mare e la spiaggia, come una cartolina da sogno che il mondo di celluloide ha impresso nella sua mente. Si tratta di una famiglia che appartiene alla media borghesia come le altre presentate da Haneke nei suoi film, proprio per evidenziare il fatto che il male e il perturbante spesso si nascondono dietro le persone più insospettabili, coloro che apparentemente vivono una vita felice.

Il nastro bianco

Il nastro bianco

I Laurent di “Happy End” appartengono a questa categoria; i loro rapporti prefabbricati ci appaiono chiari sin da subito, quando li vediamo riuniti intorno al tavolo per condividere il pasto più importante della giornata e dopo un iniziale accenno di tensione tra madre e figlio, questi vengono immediatamente riportati all’ordine dal nonno, determinato a mettere a tacere coloro che hanno osato rovinare l’atmosfera pacifica e tuttavia troppo impostata della cena. Il nonno, interpretato da Jean Louis Trintignant, che torna a recitare per Haneke dopo il pluripremiato “Amour” (2012), costituisce, con la nipote Eve, il centro di interesse del film. La sua disperata ricerca di qualcuno che possa aiutarlo a passare a miglior vita, quasi una sorta di contrappasso con il precedente film, nel quale era lui stesso a dover accompagnare la moglie verso la morte, è una tragica presa di coscienza dell’impossibilità di aver ancora qualcosa da dire in questo mondo. Più preoccupante è rendersi conto che una condizione simile sia vissuta da una ragazzina di tredici anni. Certo Haneke ci ha abituato a una visione glaciale dell’infanzia, la spietatezza di Benny, l’ambiguità dei bambini de “Il nastro bianco” (2009) o l’incoscienza del giovane Georges in “Niente da nascondere”, ma in questo caso egli tratteggia un personaggio più complesso, nel quale convivono sentimenti contrastanti. La sicurezza e l’audacia dimostrata da Eve nelle sue conversazioni su Snapchat nascondono un dolore profondo, un vuoto affettivo che ella non riesce a riempire. Sarà proprio la conversazione privata con l’anziano Georges a permetterle di tirare fuori i suoi timori e le sue colpe, un confronto generazionale nel quale non è difficile scorgere il tentativo da parte del regista di creare un dialogo tra vecchio e nuovo, riappropriarsi del passato per dare sostanza a un presente svuotato di autenticità.

Happy End

Happy End

Le persone oggi non si guardano più negli occhi, fa notare Haneke, facciamo tutti parte di una classe media interessata al consumo che preferisce far finta di non vedere, nascondendosi dietro schermi virtuali che distorcono la realtà e normalizzano il male; “in TV cose come questa sembrano normali” dice l’anziano Georges a Eve, “ma quando le vedi nella vita reale ti tremano le mani”. La storia è dunque non solo quella di una sola famiglia ma anche quella di un’intera società che tende all’uniformità ma che deve giocoforza confrontarsi con il diverso. Non è un caso che Haneke abbia scelto la città di Calais per ambientare il suo ultimo film, chiamata simbolicamente “La giungla” per il più grande campo profughi d’Europa sorto in quest’area tra il 2015 e il 2016. I migranti però non sono qui protagonisti, vengono volutamente tenuti sullo sfondo a evidenziare un problema che vorrebbe essere dimenticato ma che in realtà esiste. Già in passato Haneke ha affrontato il delicato argomento dell’integrazione razziale. Basti pensare agli individui che si incrociano per le vie di Parigi nel suo “Storie – Racconto incompleto di diversi viaggi” del 2000 o il bambino romeno che tra i “71 Frammenti di una cronologia del caso” (1994) cerca di sopravvivere all’indifferenza degli abitanti di Vienna.

Niente da nascondere

Niente da nascondere

Ferite che segnano profondamente coloro che portano il peso della storia sin dalla nascita, come l’algerino Majid che in “Niente da nascondere” torna nella vita di Georges non tanto per reclamare vendetta al torto subito in gioventù quanto piuttosto per costringere l’uomo responsabile del suo allontanamento da una famiglia che poteva accoglierlo con affetto a ricordare le sue azioni, nello stesso modo in cui i francesi dovrebbero ricordare la loro dura e violenta repressione nei confronti del popolo algerino. Quando Georges si reca nell’appartamento di Majid, prima di suicidarsi quest’ultimo gli dice: “volevo che tu fossi presente”. Così mentre in altri film del regista la morte rimane volutamente fuori campo, questa volta essa ci viene mostrata in tutta la sua atrocità. Come Georges non può chiudere gli occhi di fronte a questo orrore, ugualmente tutti noi dobbiamo riconoscere le nostre responsabilità di fronte alla storia. Negare le proprie colpe non ci renderà innocenti. Tuttavia continuiamo ad essere ciechi, come i Laurent in “Happy End”, che in più di un’occasione dimostrano tutta l’ipocrisia borghese che rifiuta di accettare simili eventi traumatici nascondendosi dietro una maschera di moralismo spicciolo e pretende di acquietare gli immigrati semplicemente regalando loro dolci e caramelle.

Happy End

Happy End

La favola giunge al termine, la famiglia di nuovo riunita intorno ad un tavolo, circondata da ospiti ordinatamente seduti nell’immacolata sala da ricevimento, festeggia il matrimonio della figlia di Georges, Anne, con il perfetto gentleman inglese, quando ecco l’elemento di disturbo, la seccatura di dover accogliere un gruppo di immigrati che accompagnano lo sciagurato figlio di Anne. Mentre i commensali cercano di porre rimedio a questo contrattempo imbarazzante, Georges tenta ancora una volta di portare a termine il suo intento suicida chiedendo aiuto alla nipote. Si torna alla spiaggia ed al mare, a quel paesaggio da cartolina che accompagnava l’ultimo respiro del padre in “Il settimo continente” e ancora una volta lo vediamo attraverso uno schermo, di nuovo lo smartphone di Eve, che attraverso la sua oggettivazione sembra voler normalizzare ciò che sta accadendo. Anne e il fratello Thomas si affannano per soccorrere il padre, strappandolo ancora una volta alla morte, e alla fine ci chiediamo se agiscono in questo modo perché vogliono farlo o piuttosto per salvare le apparenze.

Elisabetta Orsi