Hatshepsut, la figlia del sole – La damnatio memoriae e come la letteratura corre in soccorso alla storia

Hatshepsut, la figlia del sole – La damnatio memoriae e come la letteratura corre in soccorso alla storia

Tremilacinquecento sedici anni fa una donna prese il potere in Egitto. Il suo nome era Hatshepsut ed era una donna faraone. Spirito intraprendente negli affari, abile nella gestione del potere e amante del bello, regnò per quasi vent’anni. Dopo la sua morte venne condannata all’oblio dai suoi successori, venne cancellato il suo nome dalla pietra, venne messo da parte il monumento dai lei fatto costruire, il Deir el-Bahari, e non venne mai più nominata ufficialmente. Entrò così nella leggenda, nelle voci del popolo e in alcune testimonianze scritte, ma non nei libri di storia.
Qualche anno fa, nel 2007, è stata ritrovata una mummia in una piramide. Aveva un braccio piegato sul petto, posizione tipica dei faraoni. Ed era una donna. Prudentemente, archeologi e storici hanno ipotizzato potesse trattarsi di Hatshepsut. Ma nel frattempo la leggenda della donna faraone si era fatta largo in un momento in cui il terreno umano e sociale nel Mediterraneo, in Europa, nel mondo era fertile per accoglierla. O forse no?

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Alessandra Grimaldi, Laurie Elie e Forough Raihani sono le tre autrici del libro intitolato Hatshepsut – La figlia del sole edito da Asino d’oro. Alessandra Grimaldi si è occupata del recupero delle informazioni, della ricerca storica e della stesura del testo. Laurie Elie e Forough Raihani hanno invece curato la parte illustrata del libro, hanno studiato a fondo l’arte egizia dai gioielli, alle incisioni, ai manufatti rinvenuti sul territorio egiziano e conservati nei musei. Hanno lavorato con i colori tipici dell’Antico Egitto e hanno fatto combaciare immagini e testo. Tutte e tre hanno voluto restituire un sapore di autenticità e concretezza a una figura rimasta troppo a lungo nell’aura del mito, aggiungendo un tocco di mistero e fascino.

“Certo, se oggi in quei territori ci fosse lo stesso interesse che ha mosso Hatshepsut a livello di benessere materiale, umano e sociale, sarebbe ben diversa la situazione.” Parlando con Alessandra Grimaldi è emerso che l’obiettivo della loro pubblicazione era mettere in luce le abilità di governo e i tratti del carattere della donna faraone. A prescindere dal fatto che fosse una donna. Concentrarsi quindi sulla sua capacità di pensare in grande, di provvedere al benessere del popolo e del suo territorio, conquistando nuove terre, assoggettando nuove popolazioni, ma sempre con l’intento di valorizzare e migliorare. A prescindere anche dal fatto che questo libro avrebbe potuto avere anche una funzione politica.
“Non era nostra intenzione esprimere un giudizio politico e nemmeno far leva sul tema del femminismo.” La tentazione era forte: Hatshepsut avrebbe potuto entrare nella lunga lista di donne leggendarie e diventare anch’essa un simbolo femminista.

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“Come per la nostra prima pubblicazione Gilgamesh – l’epopea del re di Uruk , in cui il nostro obiettivo era quello di trasmettere il sentimento di fratellanza tra i due protagonisti, anche in Hatshepsut – La figlia del sole quello che ci preme comunicare è la straordinaria capacità di governo della donna faraone. Inoltre volevamo che il nostro libro potesse diventare, per un ragazzo, per uno studente, per un bambino, uno strumento in più per studiare la storia. Niente di più.”
Per fare questo era necessario per le autrici, da una parte, basarsi su notizie storiche precise e fondate e, dall’altra, invece, inventare.

Il lavoro di ricerca storica è durato un anno. La lettura di molti libri diversi fra loro – da Franco Cimmino, noto egittologo, a La donna faraone di Roberto Giacobbo –, la mostra del Metropolitan Museum of Art a New York e l’esposizione al British Museum di Londra, hanno portato a una conoscenza storica che le autrici prima non avevano. Alessandra Grimaldi è giornalista pubblicista, Laurie Elie è visual designer e illustratrice, Forough Raihani è un’artista pittrice.
Da lì le autrici hanno preso spunto per delineare una figura di regnante vicina alla realtà.

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“Si può parlare di deduzione, più che di invenzione. Siamo partite dalle notizie certe e da lì abbiamo dedotto alcuni aspetti della vita di Hatshepsut che non erano scritti da nessuna parte.”
Per esempio il rapporto di fiducia e stima reciproca con il padre, Thutmose I, lascia pensare che la bambina e poi donna Hatshepsut abbia avuto una crescita sana della personalità e una solida formazione al governo.
Il fatto che Hatshepsut, rispetto ai suoi predecessori, sovverta la tradizione e usi una divinità, Amon-Ra, dio del sole e figura più importante del pantheon egizio, per legittimare la sua ascesa al trono d’Egitto è certo. È logico pensare che fosse una persona intelligente e abile. È un fatto anche che Hatshepsut abbia lavorato fianco a fianco con un architetto, Senmut, per costruire il tempio Deir el-Bahari, simbolo di grandiosità e amore per la bellezza. Ed è automatico dedurre che tra loro ci fosse qualcosa di più di un rapporto di lavoro.
La letteratura quindi, l’arte di leggere e scrivere, ha fatto sì che una figura affascinante e scomoda come la donna faraone Hatshepsut uscisse dalla morsa dell’oblio e venisse restituita alla storia e alla scuola.

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L’interazione tra testo e immagine è centrale nella struttura del libro, che non a caso è stato definito, in occasione della presentazione alla Fiera della piccola e media editoria a Roma il 10 dicembre 2016, un libro ibrido.
Ibrido perché è nato tra Roma, Teheran e Londra, le città in cui vivono le autrici. Grazie al digitale e a Pinterest hanno potuto condividere in tempo reale le loro idee e ispirazioni e realizzare un libro articolato, sì, ma armonioso in ogni sua parte.
Ibrido anche perché la storia è narrata in egual misura dal testo scritto e dall’immagine. Le forme e i colori dei disegni sono ipnotici, magnetici e seducenti. Come anche lo stile della scrittura scorre sulla pagina come un flusso di pensieri. Le pause, le accelerazioni, i salti e i momenti di lentezza sono tipici dell’arte del narrare, che attraverso i secoli ha portato fino a noi, epoca della grafomania e delle testimonianze scritte stampate bollate incise indelebili, il valore dell’oralità e del “C’era una volta una donna faraone…”.
Ibrido anche perché è sia libro per adulti, sia libro per bambini. Anche qui si viene portati indietro di anni, di secoli, quando non esisteva un confine netto tra una storia per grandi o per piccoli. Le fiabe, le saghe, le leggende, le cosmogonie venivano narrate insieme – nella raffigurazione classica, tutti intorno al fuoco ad ascoltare l’anziano che narra. Tutti avevano l’obbligo e il diritto di ascoltare e di conoscere il bene e il male, la realtà e la fantasia. Si apre qui un dibattito enorme sul diritto all’infanzia, sul maltrattamento dei bambini nel corso dei secoli, poiché venivano considerati adulti imperfetti e quindi persone menomate, e quindi costretti ad ascoltare storie atroci per educarli alla vita dura e crudele, ma il discorso ci porterebbe troppo lontano.

In medio stat virtus, quindi. La giusta misura è quella rappresentata dal libro su Hatshepsut, un libro da poter leggere tutti insieme, per riunire genitori e figli, insegnanti e alunni. Ma forse sarebbe meglio inventare una parola nuova per definire il genere, poiché “ibrido” è un termine che fa pensare a un prodotto amorfo, imperfetto, inconcluso. Si attendono proposte.

Giulia Priore