Houellebecq e la possibilità di un Occidente

Houellebecq e la possibilità di un Occidente

L’Occidente è gonfio, ma si tratta di un gonfiore distante dalla vita. Somiglia al peso che hanno le carogne. Si uniforma nel cordoglio, si uniforma in qualunque cosa. Ciascun sentimento, anche il più nobile, riesce ad apparire ributtante, e gli uomini si rincorrono gli uni con gli altri forsennatamente – è il momento della parola buona per chi muore dalla giusta parte. Je suis Charlie! Chiunque, adesso, in qualunque posto, può ben dirlo. La nonna, il papà, la mamma, i figli, l’intero fondamento della società. Praticamente, è come se avessero ucciso Topolino, i bambini piangono nelle scuole, la famigliola del Mulino Bianco prega attorno alla tavola, i tromboni della libertà starnazzano in nome della parola, del loro diritto ad occupare lo spazio di terra necessario a sgravare idee come meglio credono. Ma attenzione! Questo diritto, davvero, non ce l’ha nessuno. Ed è per questo che siamo soliti considerarlo una delle conquiste più grandi della nostra civiltà: perché in nessun istante noi siamo liberi. E non lo siamo men che meno esprimendo opinioni. Nessuna opinione pronunciata può appartenerci realmente, in democrazia.

Centinaia di migliaia di persone che vivono nel mondo occidentale non sanno che farsene della nostra libertà. Sanno benissimo quanto essa sia fasulla. Ciò di cui hanno bisogno è qualcosa che plachi una disperata sete di valori che l’Europa non sa più soddisfare da secoli. Valori che rispondono a forze primitive, luminose, potenti, a leggi antiche, che sanno di coraggio, di onore, di fede. Per i francesi la satira è sacra; e sono certo che avessero ben presente, almeno loro, di che cosa si trattasse, parlando di «Charlie Hebdo». In Italia della satira non si sa nulla, nonostante una brillante tradizione («Il Male», «Frigidaire», «Tamburini & Liberatore»). La quasi totalità di coloro che piangono i poveri vignettisti e rivendicano la libertà di espressione sarebbero inorriditi di fronte a quel genere di libertà, se solo si fossero presi la briga di darle un’occhiata. Perché non è quella la libertà che li fa sentire liberi. Che li fa pascolare, beati, in attesa di scoppiare. Perché in fondo gli fa anche un po’ schifo, quella gentaglia che campava disegnando inculate, invece di trovarsi un lavoro vero.

Lo scontro, ammesso che di questo si tratti, riguarda due civiltà che presentano fra di esse una differenza fondamentale: l’una non ha più nulla da difendere, mentre l’altra da difendere ha qualunque cosa. I valori dell’una, oramai totalmente ingrigiti, annacquati, distrutti, non significano granché, annoiano, girano a vuoto, non hanno più presa su nessuno, non sono credibili né pratici; possono solo tentare di essere offensivi. Le masse inseguono fluttuanti la conquista di una sporcizia morale in più, di un maggior vuoto, di un’assenza sempre meno popolata. Considerare le nuove generazioni assuefatte a tale sistema di vita è stato uno dei principali errori che hanno portato a tutto questo. Perché esistono ragazzi di dieci, venti o trenta anni, di qualunque razza, in ogni parte del mondo, compresa la nostra, che sarebbero ben contenti di sparare. L’ideale indistruttibile è una vita in guerra, orgogliosa, per cui valga realmente la pena di consumare la propria esistenza e morire. Neppure in un momento simile siamo stati in grado di renderci conto di quanto la nostra natura sia costituita da una primitività esuberante schiacciata da tonnellate di smielato buonsenso, di stupida uguaglianza, di ciarle sui diritti, sulla felicità, su di un insieme di libertà che beatamente sprechiamo insultando noi stessi ogni nuovo giorno che abbiamo da vivere. Trovando soddisfazione nella fruttuosa ricerca di un posto a sedere, ancora una volta, gli uni accanto agli altri, costretti a scorgere nel prossimo una qualche somiglianza con noi stessi.

Il romanzo di Houellebecq piomba in tutto questo con cipiglio da veggente, a tempo, proprio mentre il mondo si rimpinza soddisfatto nella brodaglia ammuffita di un cordoglio senz’anima, dividendo i buoni dai cattivi, gli evoluti dagli involuti, la libertà dall’abbrutimento. Piomba con la propria estraneità, con il respiro antico dei grandi classici, con la fragilità scostante di un secolo inadeguato. Le chiavi di lettura che ci presenta sono infinite,molto più profonde ed efficaci di qualsiasi tentativo di tradurre in parole quel che dentro di me è solamente un suono, un umore, un rimbombo. Un singhiozzo. Una dimestichezza con la cenere.

Sinceramente, credo che in pochi abbiano capito davvero questo libro. Un buon veggente non fa che guardarsi indietro. Houellebecq non scrive di una conversione, o di una possibilità, o di un incubo che egli consideri reale. Non teme il potere dei musulmani così come non ha paura della clonazione. L’assassinio si è già compiuto. Da molti anni ormai. Quel che ne può venire, e che da tempo è già arrivato, è un banchetto sui resti irriconoscibili di ciò che era florido e profondo, sensato, condivisibile. Luminescente. Orgoglioso e degno come poco altro da che l’uomo è sorto.

La difesa è una contemplazione galante. Nient’altro da opporre a qualunque nuovo corso; non essendoci più nulla da difendere, non resta che far valere le argomentazioni più pratiche. La sottomissione è un atto di utile resa, che non riesce più neppure a contemplare il piacere dell’annientamento di sé.

La conversione islamica della Francia è difatti un accaparrarsi privilegi, di natura sessuale, sociale ed economica, esattamente come può esserlo una qualunque scelta politica, secolare, come può esserlo qualunque forma di dominio. La democrazia occidentale, la democrazia islamica, si incanalano entrambe sospinte dal desiderio individualistico, dal vantaggio, dalla miseria morale. L’immagine del vecchio professore della Sorbona che compare nelle pagine finali, Loiseleur, ancora sporco, trascurato e piuttosto ripugnante come un tempo (ritratto spietato dell’intellettuale di sinistra dall’aspetto macilento, alla Deleuze), ora in preda al sorriso ebete provocatogli dalla consapevolezza incredula dell’aver sposato una studentessa fornitagli dal nuovo direttivo universitario islamico, dipinge con esattezza la mera corsa al beneficio di personaggi che, a contatto con una realtà apparentemente nuova e rivoluzionaria, rimangono esattamente allo stesso posto, sia dal punto di vista professionale che umano, poiché essi non avranno mai nulla da rimpiangere realmente, perché corrotti. Ed è così che appare perfetta la scelta di Huysmans come specializzazione intellettuale del protagonista, autore capace di incarnare esattamente la contemplazione immalinconita di un passato dapprima estetico, in seguito religioso, di un’epoca sempre più lontana di cui rimane soltanto un vago profumo di incenso. Il consiglio dato a François da Tanneur, agente segreto in pensione forzata, di visitare Rocamandour, tempio della grande civiltà cristiana medievale, paradigma di una femminilità mariana preistoricizzata e di primigenia contaminazione razziale, somiglia all’invito a contemplare un’ultima volta, o forse per la prima, autentica occasione, quel che di grandioso e forte l’occidente ha lasciato alle proprie spalle, con passi sempre più netti, finendo esangue il proprio tragitto nell’avvento di un’Europa maomettana capace di riproporre gli spigoli del corpo di quella Vergine Nera, il mistero di quel passaggio, la forza deforme e tamburellante di una splendida superstizione tradotta in misticismo e potere.

Rediger, brillante e seducente maitre à penser del nuovo sistema, è esattamente quel che sarebbe stato un intellettuale di sinistra sotto un governo di sinistra. Agli intellettuali l’appartenenza la si perdona. È lo spazio di vuoto storico che talvolta sembrano occupare a renderli imbarazzanti o odiosi, ed autentici maestri. Houellebecq appartiene a quest’ultima dimensione, priva di asilo, di accoglienza, lungo la strada percorsa dal Meursault di Camus che è forse la sua più continuativa trasposizione letteraria. Non è certo un caso la piccola lode, buttata lì senza un apparente senso da François durante l’ultimo dialogo con Rediger, del suo omonimo enologico, il Meursault di Borgogna, vino muscolare ed enigmatico, definito appunto «una sintesi, come tanti vini in uno». Perché così ci appare anche Lo straniero di Camus, come la sintesi di un’umanità molteplice giunta alla discreta contemplazione del deserto, e che altro non può opporvi se non lo strenuo potere dei suoi più intimi piaceri.
L’autentica ragione di una difesa è la riservatezza, ogni più effimera gioia, la distanza dagli altri, la libertà da un’appartenenza.
La scelta improduttiva di un’estetica.

In questo mondo, nel lasso di tempo infinitesimale della storia di un lontano pianeta, non è più concesso uno spazio a Dio. La distanza muta che ci separa da esso ci lascia attoniti e irritati, fuori posto, contrapposti ad ogni mistero. Quel che era offerto in passato alle avventure dell’anima, che fossero guerresche o spirituali, è amalgamato senza scampo in una quotidianità arida e inconsapevole, che conduce l’umanità intera all’estinzione. Ogni tentativo di François di avvicinarsi a Dio, al Dio di qualunque fede, cristiana o islamica, è un fallimento inoppugnabile, dovuto ad un’incomprensione biologica fra le parti, ad una ginnastica di allontanamento. La terra desolata è compiuta attraverso un graduale rinnegamento di tutto ciò che fosse capace di allontanarci con un balzo prodigioso da questo perimetro, da questi sgradevoli fratelli, dal capitale che ogni cosa attira a sé e distrugge. Dalla pausa costante che abbiamo imposto agli slanci della fantasia e dell’amore, per tutto quel che non siamo in grado di vedere, per l’assenza, l’abbandono, la contemplazione estatica di una luce differente da qualsiasi altra, da quella delle strade di ogni città, di ogni volto umano, di ogni intelligenza.

Nelle mani di Ben Abbes, futuro presidente islamico della Francia, c’è solo un altro strumento di potere, di secolarizzazione, che risponde meglio alle necessità di salvezza della società occidentale, bisognosa di ordine, di cultura, di un rinnovamento pratico e morale, dopo anni di rotte senza capitano, di sterile nichilismo e di anarchia spirituale. Sfiancata dalla religione più evasiva del mondo, quella cristiana, fondata sull’innamoramento – e non su di una rigida, virile organizzazione di dogmi, di differenze, di rassicuranti ineguaglianze. Quel che si augurava Dostoevskij, una coincidenza fra il potere temporale e spirituale, un governo della Chiesa, passa dunque in altre mani, in un altro momento storico, frutto tuttavia delle sue rivelazioni profetiche. L’occidente dei demoni si arena così, dopo un lungo percorso suicida, nella fossa di un impero estraneo. Non potendo neppure soffrire per ciò che ha perduto, non riuscendo neppure a scorgerlo, indovinandone dei contorni insufficienti a scagliarlo anche soltanto in una profonda e livida disperazione.
Quale dunque la salvezza? L’Europa medievale cristiana, e non il secolo dei Lumi.

Fabrizio Sabatini

foto copertina: Koszticsák Szilárd