I baffi di Gesù e il neo-umanesimo che ci meritiamo.

I baffi di Gesù e il neo-umanesimo che ci meritiamo.

1) Gesù Cristo aveva i baffi; 2) ogni corona di spine è una corona d’alloro; 3) il romanzo che vuoi leggere è un elenco di cose normali che non ti sono successe.

Finché  il mondo non sarà convinto di queste tre cose, avrai familiarità con quel qualcosa che senti nello stomaco quando ti trovi da solo nei grandi parcheggi sotterranei. Nelle stazioni ferroviarie di provincia, fuori dai loro bar chiusi per debiti. Nella sale da ballo quando la festa è finita. Nei palazzoni presidiati da cani randagi, vegetazione spontanea e manifesti elettorali. Questo è il giudizio finale. Questa è l’ira di Dio. Nulla a che vedere con lo stare su un treno e guardare dal finestrino, nulla a che vedere con lo svegliarsi presto e annaffiare i fiori.

1) Gesù Cristo aveva i baffi; 2) la sconfitta rende belli; 3) il romanzo che voglio scrivere è un elenco di cose bizzarre che non mi sono successe.

Finché non mi convincerò di queste tre cose, non saprò distinguere il valore d’uso e il valore di scambio. Certo potrò sempre dire «buon Natale» e «…mi saluti tanto Tizio», certo il mio punto tra l’ascissa e l’ordinata sarà a priori quello giusto, certo mi amerò – quasi – corrisposto, e, certo, con l’idea che «anche oggi tutto è sotto controllo», andrò a dormire con un bicchiere d’acqua sul comodino. Ma potrò mai essere sicuro di non essermi fatto troppo piccolo solo per riuscire a stare comodo in un posto troppo stretto? e qualcuno potrà mai convincermi in maniera netta e definitiva, che mai e poi mai sarei riuscito ad allargare il posto in cui stavo? E metteteci anche che ho sentito di gente – gente all’altezza delle proprie ambizioni – che si è rimpicciolita al punto che poi è sparita. Intendo dire che finché non arriverà qualcuno a dirci «siete stati ingannati nel pensare che sia tutto qui» oppure, al contrario, «ti sei ingannato nel pensare che ci possa essere dell’altro», un inganno, comunque, ci sarà sempre.

Ed è per questo che vorrei leggere un romanzo che sia solo un elenco di nomi di personaggi più o meno spariti, abbinata a una coincisa esposizione di quello che non gli è successo. Massimo due pagine per nome. Magari con annessa foto. Una sorta di Linkedin con informazioni più significative. Un Facebook senza frasette e pensierini, ma con un narratore esterno onnisciente.

Per cominciare, però, bisognerebbe proprio convenire tutti su questo fatto che Gesù Cristo aveva i baffi. Questa è la tipologia di novità che stiamo aspettando. Questo è il massimo di neo-umanesimo a cui possiamo ambire. La differenza tra un messaggio di speranza e una strategia di marketing è semplicissima, dimenticandola ho pensato che Gesù coi baffi potesse comunque essere una soluzione.

In altri luoghi spazio-temporali è certamente andata meglio. Ma poi è finita. Quando il dirigibile smise d’essere la prova incontrovertibile che non esiste il presente perché esiste solo il futuro, Parigi decise di non smontare la Tour Eiffel. Quando Marx ammise che la base scientifica del socialismo era che non gli andava di lavorare, Stalin diede il via alle purghe. Quando il piano-casa di Fanfani fu interpretato come un’allocazione inefficiente di risorse, le case popolari si riempirono di umidità. Quando Jerry Calà e Umberto Smaila iniziarono a invecchiare, la leggerezza come orizzonte di senso perse di credibilità.

Se la conclusione naturale di tutte le cose belle è comunque la loro conclusione naturale; se dunque la sconfitta è l’unico epilogo che la storia ha consegnato a qualsiasi tipo di slancio vitale; e se continuiamo a pensare che la sconfitta non sia la più bella manifestazione del nostro esserci, tanto vale tirarsi fuori dal grande gioco. Smontare e impacchettare la scenografia. Dire «buon Natale» e «…mi saluti tanto Tizio». Chiudersi in casa ad ascoltare gangsta rap. Malavita e vanagloria. Che la migliore pulsione comunicativa giovanile potesse ridursi a queste due parole composte, è un’incomprensibile deviazione da ciò che un tempo si pensava l’uomo potesse incarnare.

È per questo che considero i tempi storici maturi per una buona novella. Lì fuori la gente non aspetta altro e l’attesa li sta consumando. Ma siamo tutti troppo scafati per gettarci in un idea che sappiamo già, di lì a breve, sarà considerata solo come una forma più o meno articolata di ingenuità.

È per questo che la buona novella che sento nell’aria è: Gesù Cristo aveva dei baffi. Ed erano dei folti baffi neri.

Giacomo Venezian

elaborazione grafica in copertina: Marta Gargano

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