IDRA

IDRA

FAVOLE DEL POVER’UOMO

Idra è il terzo di una serie di racconti intitolata Favole del pover’uomo, narrazoini legate fra loro dallo stesso sconfortato abbandono, in cui pochi personaggi muovono le proprie vite, o quel che ne resta, sfiorandoci appena, come sul fondo di una tela. Il soggetto principale verrà a comporsi a poco a poco, oppure mettetelo voi. Disegnatene il profilo, immaginatene le sfumature, concedetegli più o meno spessore attraverso l’uso del colore di cui siete capaci. È esattamente nello spazio vuoto per cui non siamo ancora capaci di metterci a repentaglio, prima che vi sventoli una bandiera. È in ogni angolo funestato della nostra tenerezza, o nella trama addolcita di una vita che riserva poco o niente a se stessa. È nella difesa e nell’attacco, in ogni sintomo vitale, nel trasloco discreto da una parte all’altra della vita.

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IDRA

Il Mediterraneo era solo la più piccola delle cose che aveva perduto.
Guardava il mare dalla terrazza, il mare sereno, in quel momento, come gli sembrava non fosse mai stato. Un vento sottile gli passava fra i capelli, sentiva il sale dolcemente poggiarglisi sulle labbra secche. Aveva bevuto troppo, si sentiva disidratato, le mani gli tremavano un poco; e di se stesso non poteva riconoscere granché in quel che aveva attorno.
L’ isola, difatti, era incantevole. Nonostante vivesse lì ormai da cinquant’anni, non era mai riuscito a rimanerne deluso. Era cambiata, certo, ma tutto cambiava, e questo non doveva essere necessariamente negativo. Aveva abbandonato da tempo, o quantomeno vi aveva tentato con tutte le forze, il decadentismo che lo caratterizzava in passato. Si era innamorato di poche, piccole cose della vita, come ci si innamora del dettaglio, della parola fragile e in penombra fra le mille altre grandi parole della pagina di un capolavoro.
Se avesse dovuto trarre delle conclusioni in quel momento, avrebbe potuto dire a se stesso di aver ottenuto praticamente tutto quel che aveva sognato, forse anche qualcosa in più. Ad esempio, non aveva mai pensato di poter guadagnare tanto con la scrittura; ed effettivamente, a lungo, nonostante la fama internazionale e la stima diffusa, così era stato; la situazione era drasticamente cambiata dal momento in cui il film Radio Dzair, tratto dal suo terzo romanzo, non aveva fatto il pieno ai botteghini per un tempo che gli era sembrato interminabile, e che probabilmente lo era, considerando che in seguito divenne una pellicola di culto proiettata in qualunque parte del mondo e di cui ancora, a distanza di trent’anni, non si era smesso di parlare. Merito del regista, naturalmente, oltre che dell’avventura straziata e bellissima in cui era stato capace di racchiudere quell’immenso continente che era il Mediterraneo. Non gli sembravano distanti, i tempi in cui girovagava per Atene alla ricerca di una qualche ferita, di un odore, di una miseria in più per trarne poi ispirazione; sentiva che in un certo modo quella gente gli apparteneva, che gli fosse prestata, per così dire, affinché egli conferisse una posizione, un titolo, a ciò che gli sembrava una scossa elettrica nella placida conservazione del mondo industrializzato.
In fondo, sapeva di essere industrializzato esattamente quanto il resto. Le sue mani lo erano; le sue gambe; e i suoi occhi non erano meno distanti dal fuoco di quanto non lo fosse quel che detestava.
Era partito da Roma a 24 anni, ritenendola noiosa, pulsante d’una violenza ottusa, cortigiana, di quelle piccole violenze grossolane di cui si ispessisce l’abitudine. Da quel momento non era più tornato, aveva lasciato in una stanza bianca, senza contorno, la gente del passato, fino a farla scomparire; e aveva conosciuto a fondo la vita dura e ostile di chi si spacca la schiena per conquistarsi una dignitosa indipendenza. Quei momenti di libertà erano il colmo di un’energia zingaresca, arcaica, in cui ballava senza fermarsi mai, dormendo poco e niente, bevendo troppo, fumando altrettanto, ma amando fino a farsi del male.

La sua villa svettava poco distante dalla mia casa, lungo la scogliera che da Idra porta a Kamini, un agglomerato di case attorno a un minuscolo porticciolo che ci pareva cantare, quando il vento tirava più forte. Non avevamo mai udito voce più bella di quella delle barche cigolanti, del muschio, della ruvida battigia durante gli inverni in cui l’isola, spogliata di ogni forma di turismo, respirava lentamente, come a guadagnare quanta più aria possibile prima che il peso degli yatch le incrinasse nuovamente le vertebre. Ora, dalla sua terrazza, Vincenzo vedeva la schiena cobalto del mare gonfiarsi maestosa di quel respiro, e pensava a Palmira, quando la notte si addormentava accanto alla finestra e lui non faceva che guardarla perché gli era impossibile dormire, perché sentiva che il suo compito non era stato ancora compiuto e che probabilmente contare quante volte quella notte Palmira inspirava ed espirava, così, come se non esistesse altro che il proprio sonno, come se ciascun dolore, ciascuna gioia violenta non fossero che distantissime narrazioni, ebbene quel conto simile a una sorda preghiera avrebbe potuto farlo sentire pacificato, avrebbe potuto farlo allontanare dagli incubi, senza recriminazioni, e forse anche vegliare sul sonno di qualcun altro faceva parte di quel compito.
Vivere della sicurezza infusa in un’altra vita.
La gioia non può essere questa, si disse dolcemente.
Non poteva essere portare ancora con sé quel peso, dopo tanti anni, il peso di aver perduto quella piccola donna che non era stato capace di amare. Il peso dell’ideale, della grazia di cui l’avvolse. Far sì che Palmira diventasse l’amore impossibile della sua vita era stato l’unico errore da cui non aveva mai potuto avere scampo. Attraverso il quale rinverdiva il dolore di sconfitte che non aveva mai realmente conquistato.
Pochi anni prima, già famoso, già invecchiato, dopo averle dedicato un piccolo romanzo, una sorta di dolce preghiera di sensualità accennata, in cui aveva lasciato che alla propria forza virile si sostituisse la dichiarazione d’ amore sconsolata e fedele di un cane tuttavia fiero, decise di abbandonare i romanzi, senza sforzo, concedendosi da quel momento il soffio lieve di alcune minuscole poesie marine. Il resto del proprio tempo, la parte più feconda della propria energia, veniva dedicato al movimento politico e culturale a cui appartenevo anch’io, e che egli stesso aveva fondato, forte della propria notorietà e della ricchezza, per far sì che le terre del Mediterraneo rinascessero dal mare, dai porti, dalla gente ingegnosa e tagliente che le popolava. Nel giro di pochi anni, quella che sembrava un’idea romantica e intellettuale trovò dei riscontri notevoli, inserendosi con naturalezza nella disgregazione dei valori e dell’economia dell’ Unione Europea. Alle volte Vincenzo, sorprendendosi ogni giorno di quel che era riuscito a indovinare nella stanchezza delle persone, era solito confessarmi, come se lo facesse per la prima volta – con la voce timida e vergognosa di chi, adolescente, contravvenendo al silenzioso patto virile che regola i rapporti fra due ragazzi, svela anche un’ombra soltanto della propria tenerezza – che l’idea di quel Mediterraneo antico gli aveva fatto smettere di pensare alla morte, quantomeno nei suoi aspetti più triviali.
A Palmira, invece, non aveva smesso di pensare, e la voce di quella donna, che io non avevo udito mai, sembrava scivolargli lungo le labbra, sul collo, per raccogliersi nelle mani che si tormentava, lontano dai palcoscenici, come in un violentissimo abbraccio che era poi un tentativo di fuga.

L’aveva conosciuta a pochi mesi dal suo arrivo in Grecia, in un piccolo bar del Pireo, dove andava a bere Ouzo dopo il lavoro e a guardare le navi partire e i ragazzini tartassare i turisti in ogni modo. Quello non era certamente un posto romantico né bello, anzi poteva dire senza dubbio che fosse uno dei luoghi più squallidi e deprimenti che avesse mai visto, tuttavia era fermamente convinto che al mondo non esistesse un porto che potesse dirsi realmente brutto, e allora lì si trovava piuttosto bene e non chiedeva altro che quella distesa di cemento impregnata di odori, popolata da volti sgraziati, scintillanti di rancore. Quando la vide, Palmira, la trovò piuttosto buffa, con quel grande borsone a premerle sulle spalle scottate, pensò che avesse una maniera orgogliosa di sopportare il dolore, eppure c’era in lei qualcosa di comico che non era capace di afferrare. Sarà stata la faccia rotondetta e quelle stupide trecce, saranno stati gli anni che si portava appresso che erano gli stessi anni di migliaia di altri giovani in vacanza, senza preoccupazioni reali, che viaggiano per il mondo alla ricerca dell’arte e della bellezza e che poi incappano in posti come il Pireo. A ripensarci, non la trovò poi tanto buffa, e ricordò di sé una fitta di rabbia proprio nel mezzo dello stomaco, che gli fece venir voglia di uscire.

Prese una giacca leggera e naturalmente lo seguii. In quei giorni faceva fresco, a Idra, il fresco più piacevole che settembre possa regalare. Il sole stava ormai mozzicando la schiena sopita del mare, e i gatti rivoltolavano le pance glabre al cielo.
Mi accorsi del suo sguardo triste. Era una cosa feroce, in quegli occhi, la vana coscienza di qualsiasi cosa. Percepii una mancanza di forza a cui ultimamente non ero abituato.
Quando si fermò di fronte al mare, come se fosse esausto per quella lenta camminata di qualche minuto appena, decisi di chiedergli se tutto andasse bene. Domanda particolarmente stupida, questo è certo, ma l’amicizia, come l’amore, si nutre di parole consumate.
“In fondo non è niente”, mi rispose Vincenzo con prontezza, come se quel malessere si fosse già dileguato, per fare posto a una lucidità risorta. “Questo mare segna un’appartenenza che credo di aver indovinato. Tiene stretti gli esiliati e i ricchi mercanti, i poveri e gli avventurieri. Custodisce splendide città in cui approdare, in cui costruire una vita, in cui compiere delle scelte. Gli odori che offre sono innumerevoli, così netti, taglienti, sono odori di un dramma antico di milioni di anni, sono gli omaggi di un continente lacerato, di un movimento, di un respiro gigantesco. Credo che la terraferma sia una focalizzazione sbagliata. Che se la maggior parte di questo mondo è composta dal mare, ci sia una ragione logica, spaventosa forse, ma in un certo senso consolatoria. Noialtri, da questa parte, noi con queste facce qua, la mia e la tua, e quella di milioni di altri individui, una faccia pelosa, fatta di spigoli, di nero, abbiamo il piede che balla un poco più, ma che balla al ritmo giusto, che è quello della disperazione. Non che si tratti di una qualche elezione, sia chiaro, o di una superiorità rispetto agli altri che non ci appartengono; ma se si tratta di soffrire, di respirare a fondo fino a ferirsi i polmoni pur di non cedere al pianto, se è il silenzio l’unico modo in cui si risolve il fragore aggrovigliato di mille domande, di mille dubbi, allora noi abbiamo il dovere di credere in questo spazio, abbiamo il dovere di ripopolarlo, di dargli nuovamente una dignità, un peso, un confine”.
Mi sembrava che in fondo non facesse che confermare, soltanto in modo più poetico, la teoria sentimentale che aveva fatto nascere l’idea del movimento. Glielo dissi.
“Ma di quale movimento parli?” gridò inaspettatamente, tanto da farmi indietreggiare decisamente di un passo, “l’unico movimento è quello che abbiamo qui davanti. Milioni di onde si arrendono… E io non ho altro che voglia di arrendermi con loro”.
Rimasi in silenzio prima di ricordargli, con una veemenza che subito mi risuonò estremamente sciocca, che ci aspettava un periodo di grande agitazione, di straordinario cambiamento, in seguito al referendum che ci aveva visti coinvolti e che avrebbe potuto porre delle basi ancora più solide alle nostre idee. Non era certo questo il momento di cedere alla decadenza.
“Vieni con me”, mi disse sorridendo come l’adulto che perdona gli sproloqui d’un ragazzino.
Prima delle case c’è una piccola insenatura tormentata dal mare quando il vento non fa altro che spingersi più in là con il colpo delle sue immense reni. Una piattaforma di pietra, simile a una zattera inamovibile, offre il dorso ai bagnanti che amano farsi un tuffo non troppo distante dai locali del porto.
“Qui venivo spesso con lei il primo anno su quest’isola.”
Rimanemmo a lungo a indovinare nel movimento delle luci all’orizzonte un qualche linguaggio che ci offrisse lo spunto per interrompere il ciondolìo dei nostri pensieri. Dal mare veniva un profumo croccante di rosmarino, e una vaga consistenza di miele.
“Conosci il silenzio di due corpi che non si desiderano più, la sensazione che straccia il cuore quando lo sguardo dell’altro ti dice che è finita?”
Mi chiese questo, e sinceramente mi sorprese.
“Forse avrei dovuto aspettarmi che non avresti più parlato del mare” gli dissi.
Sorrise ancora, questa volta facendo di quel sorriso un suono stridulo e inquietante. Come lo era il cielo, oramai buio e stranamente avaro di stelle.

“Torniamo a casa” disse poi “questa sera non ho voglia di vedermi morire”.

Dalla finestra della mia casa, Idra era illuminata in lontananza da qualche bagliore coperto d’ovatta. Il vento aveva iniziato a tirare, sornione, facendo risuonare i cigolii e il tonfo degli scafi. Qualche mulo ragliava, insonne, al di là del sentiero.
Le colline sembravano disegnare il fianco di mille amori perduti. Forse realmente non valeva la pena di affannarsi tanto, fra quelle quattro case. Forse neppure il Mediterraneo è un’isola, pensai buttando fuori dai denti uno sbuffo lanuginoso di fumo, che si perse in un istante nel contorno, là in fondo, della villa di Vincenzo. Sì, avevo conosciuto il silenzio di due corpi che non si desiderano, ma ero stato io a guardare negli occhi l’amore fino a non trovarne più. Da qualche parte, probabilmente, qualcuno stava piangendo la mia lontananza, perché neppure io ero stato realmente quell’isola, non ne ero stato capace, e forse anch’io non ero altro che una focalizzazione sbagliata. Avrei dovuto porre lo sguardo alla rovescia, dalla terraferma al mare, assecondando il movimento. Risanando lo spazio della mia anima in cui non facevano altro che sbattere, a grande distanza l’ una dall’altra, tracce di marea e di onde, come sputi di un amore disidratato.

Nel letto bianco della mia stanza, dove s’arrendeva esausta la luce del lampione, mi parve di vedere una donna respirare, e accanto al letto in piedi un uomo.

Fabrizio Sabatini