Il bene comune, l’esperienza del Rialto sant’Ambrogio e nuove realtà a confronto

Il bene comune, l’esperienza del Rialto sant’Ambrogio e nuove realtà a confronto

Una delle primissime performance teatrali cui scelsi autonomamente di assistere fu alla tenera età di 15 anni: il ricordo rivive ancora la contemplazione provata lungo il corridoio a vetrata sul quale giacevano deboli filtri di luce autunnale e si sofferma al momento in cui mi trovai ad attendere con silente impazienza e nel buio della piccola sala l’entrata in scena dell’unico attore della pièce; un particolare di quel primo incontro che ricordo ancora nitidamente fu la scelta dell’attore di denudarsi integralmente durante tutta la durata del suo monologo, sconvolgendo la mia ancora giovane età inesperta, senza che questo comportasse il benché minimo sobbalzo negli spettatori presenti con me quella sera. Come iniziale esperienza si rivelò oltremodo coraggiosa, e fu senz’altro l’inizio di una particolare affezione da parte mia verso quello spazio ricreativo, non tanto per l’inattesa esperienza visiva di cui fui testimone, ma per la facilità logistica ed economica con cui avevo avuto modo di accedervi e al contempo per l’avervi scoperto al suo interno una realtà culturale intellettualmente stimolante e prolifica, volta a diffondere nuove proposte artistiche di ricerca non più condizionate dai linguaggi predominanti del tempo.
Era lo sguardo di un’adolescente appena iniziata alla cultura ma che riconosceva la valenza di quella intensa realtà sperimentale.

foto ilaria scarpa:

foto ilaria scarpa:

Erano i primi anni del 2000, e quel luogo animato era l’ex Rialto occupato, oggi ormai riconosciuto sotto la denominazione di Rialto Sant’Ambrogio, situato nell’ex ghetto di Roma, dentro una parte del complesso monumentale di Sant’Ambrogio alla Massima.
La sua storia ha avuto inizio nel 1999, anno in cui, a seguito di un’occupazione da parte di alcuni giovani precari del cinema Rialto a via IV novembre a Roma, il comune decise di assegnare loro, per meriti culturali, l’attuale sede del ghetto ebraico. Fu un episodio che permise di porre una nuova attenzione verso le problematiche relative alla conversione degli spazi pubblici in luoghi culturalmente animati: il Rialto si presentò difatti a quei tempi come uno dei primi buoni esempi romani di politica culturale autogestita.
In quegli anni la sede si è posta come promotore di numerosissime esperienze culturali di ricerca, ospitando rappresentazioni teatrali, mostre e interventi performativi con artisti di valenza nazionale e internazionale, e dando vita a laboratori didattici rivolti all’arte visiva. Si presentava, e si presenta tuttora, come luogo autonomo di prima accoglienza per una cultura indipendente – con una particolare predilezione per il teatro, la musica e l’arte – in grado di rendersi autosufficiente e promuovendo un modello culturale che non dipendente dalle sole istanze pubbliche.
Dopo una pausa durata ben cinque anni (dal 2009 al 2014), il Rialto Sant’Ambrogio ha finalmente ripreso vita nel suo luogo di partenza, e si è mostrato fin da subito pronto a dare nuova energia alla capitale nel campo di una cultura alternativa, e a saper sviluppare rapporti di cooperazione con realtà affini di livello nazionale e internazionale.

All’interno di queste nuove sinergie si inserisce Nuda Proprietà, progetto a cura di Roberto D’Onorio e Tiziano Tancredi che, nel suo propendere verso lo scambio tra realtà auto-sostenibili e reti istituzionali, parte proprio con l’obiettivo di conferire nuovamente valore non solo alla storia dell’edificio ma anche a tutta quella stagione artistica che ha fiorito nei primi nove anni di vita del Rialto.

Pablo Mesa Capella. Foto di Oscar Giampaoli

Pablo Mesa Capella. Foto di Oscar Giampaoli

In collaborazione con le istituzioni, Nuda Proprietà, intende documentare la storia della struttura, rievocandone, in parte, le varie fasi. L’evoluzione dell’impianto architettonico che accoglie il Rialto è difatti emblematica, viste le numerose manomissioni che ha subito nel corso del tempo, provocando la perdita dell’integrità formale e funzionale dell’intero edificio. Ciò permette di considerare le sue mura con una natura principalmente ibrida, alla pari delle attività che presiedono al suo interno, in quanto private di una loro organicità di rilievo.
Il lavoro di documentazione prevede inoltre di riportare alla memoria l’identità originaria del Rialto Sant’Ambrogio attraverso un archivio in grado di raccogliere le sue più importanti esperienze artistiche e cercando al contempo di integrarle con nuovi contributi site specific, interventi di arte contemporanea capaci di dialogare con le possibilità spaziali interne ed esterne del luogo di riferimento.

Adr. Oscar_Giampaoli

Adr. Foto di Oscar Giampaoli

A tal proposito è opportuno portare l’attenzione su CONVIVIO, l’ultimo intervento nato per l’appunto dalla collaborazione tra il Rialto e Nuda Proprietà, e che ha visto coinvolti dal 27 dicembre gli artisti Pablo Mesa Capella e Adr. Due artisti, diametralmente opposti si sono trovati ad interagire con lo spazio esterno ed interno scambiandosi, come per sfida, le loro attitudini personali. Il lavoro di Pablo Mesa Capella, artista generalmente abituato a confrontarsi con i confini spaziali di una galleria, si sviluppa sull’esterno dell’edificio e rianima la memoria fisica del luogo immobilizzando sulla facciata settecentesca dell’ex monastero immagini anonime, provenienti dal suo archivio personale, come per rimettere in gioco la funzione di racconto. L’attenzione di Adr, giovane street artist, si muove al contrario verso l’interno: interagisce con la memoria culturale del Rialto Sant’Ambrogio dando corpo figurativamente e allegoricamente alle anime che hanno abitato l’offerta culturale del Rialto (il teatro, la musica, le arti).
In entrambi i casi gli artisti sono motivati a sollecitare una diversa attenzione alle caratteristiche del luogo, la sua memoria in relazione allo spazio. Citando uno dei curatori del progetto, Tiziano Tancredi, a proposito delle opere: «Oserei dire che hanno una caratterizzazione intrinsecamente effimera: non si persegue una volontà di immortalità delle opere ma un dialogo dinamico con delle casualità possibili».

L’intento di supportare, tramite un lavoro di valorizzazione, ricerca, documentazione e azione, uno spazio fisico e una realtà culturale dalla storia così travagliata ma al contempo stimolante come quella del Rialto Sant’Ambrogio, porta a comprendere come nel tessuto romano sia sorta ormai l’esigenza di mantenere salda una cultura indipendente attiva, che possa essere in grado di far convergere percorsi alternativi via via sempre più estesi e di maggiore risonanza.

Giulia Zamperini