Il compratore di incubi Roland Topor

Il compratore di incubi Roland Topor

Un mattino grigio e piovoso Roland osserva le gocce d’acqua sui vetri della finestra. Già le nove, è ora di andare. Indossa il suo cappotto e prende la valigia vuota, quindi esce sotto la pioggia. Lentamente discende la strada. Si mantiene molto vicino alle case, perché gli forniscano riparo dalla pioggia. In realtà non ha orari precisi per il suo lavoro, gli piace molto improvvisare. Non sa mai veramente da dove inizierà. Semplicemente inizia. Osserva le porte, suona da qualche parte. «Chi è?». Come risposta infila il suo biglietto da visita sotto la porta, quello con la scritta «Compro incubi». La maggior parte delle volte lo fanno entrare […].

Così Folon scrive su Roland Topor, definendolo un compratore di incubi, e attribuendogli così un potere liberatorio. I disegni di Roland Topor, infatti, rappresentano grandi inquietudini. L’individuo viene coperto di miseria, spesso irriso da un tono cinicamente sarcastico, talvolta al contrario, come emerge nel ritratto che Folon ci fornisce di lui, è elevato, nel suo tormento, da una straordinaria carica poetica. Costante è il tema dell’umano, sempre graffiato da un pennino nervoso o da matita.

Motivo per manifesto del Florence Film festival, 1979

Motivo per manifesto del Florence Film festival, 1979

Topor è stato disegnatore in Francia, lavorando anche come illustratore su riviste satiriche. E’ impossibile tracciare un profilo completo di questo artista nel ristretto spazio di un articolo di approfondimento, quindi ci si limiterà a lanciare alcuni spunti, che potrebbero essere poi sviluppati in altre occasioni.

Innanzitutto Topor nasce nel 1938 a Parigi. Suo padre polacco giunge da giovane a Parigi per fare lo scultore, non riuscendo però ad affermarsi. Incoraggia allora il figlio ad intraprendere l’attività di pittore e lo manda alla scuola d’arte. Roland tuttavia non finirà gli studi perché emerge in lui, proprio in questi anni, un’insofferenza per l’arte tradizionale. In un’intervista a Hannes Jähn del 1984, riportata nel catalogo della mostra Topor al Palazzo Reale di Milano dell’86, afferma:

Riconoscevo di non avere dimestichezza con le regole del gioco o con le leggi in base alle quali essi [i pittori] lavoravano. Per questo, dopo poco tempo, pensai fosse meglio fare disegni e caricature per giornali e riviste.  Lasciai così la scuola e l’atelier. Avevo paura di morire come un pittore che ha trascorso la vita solo in un atelier. […] pittore maledetto. L’immagine ideale che lo presentava come un essere sporco, che non segue le regole della società, che lascia figli qua e là, insomma un individuo orrendo. Più tardi può vendicarsi perché fa soldi: ha la capacità di trasformare la sua sporcizia in oro. Allora io pensavo, non così chiaramente come oggi, che questo gioco è un gioco di merda, basato su trucchi e che è meglio abbandonare questa storia dell’arte. 

Chanel n.5, 1974

Chanel n.5, 1974

Comincia a pubblicare disegni su Bizzarre e altre riviste, e scrive anche alcune novelle, inaugurando così anche l’attività di scrittore. Sia nei suoi scritti, sia nei disegni domina lo Humor, il personale Humor di Topor, estremamente crudo ma mai distaccato, al contrario: partecipativo. Nonostante abbia scritto un Manifesto della scuola autogena, in cui decide di rivolgere la propria arte solo a se stesso, Topor denuda e racconta senza limiti morali un’umanità, che a lui sta particolarmente a cuore. Se si vuole trovare una corrente storico artistica in cui ascrivere i disegni di Topor si può parlare di un surrealismo batailliano, per il gusto scatologico e l’attrazione generale per il basso e l’organico. Alla caricatura dell’umanità però, si alterna un carattere malinconico, sognante e lirico, che si manifesta in disegni in cui l’elemento del ridicolo è totalmente assente. I suoi lavori non sono mai rassicuranti, ma alternano umorismo nero e grande sensibilità poetica.

Il Viaggio Immobile, 1969

Il Viaggio Immobile, 1969

Roland Topor ebbe anche intensi legami con l’Italia. Illustra ad esempio un Pinocchio di Collodi nel 1972, per la Olivetti. Con il celebre burattino si sono misurati moltissimi illustratori storici, e ovviamente Topor ne fa una rappresentazione molto personale: avvolte in un opprimente ed espressionista pennino nero, le scene illustrate vedono animarsi Pinocchio e gli altri personaggi, ed è riconoscibile un grottesco di matrice satirica. Federico Fellini, per il quale Topor disegnò alcune scene de La Lanterna Magica da proiettare nel film Casanova, ricorda così il Pinocchio dell’artista francese:

Ora, con Topor, il mondo di Pinocchio si fa ancora più desolato, dilatato, sospeso nel vuoto, senz’aria. Pinocchio diventa un’opera tragica, d’impensabile solennità metafisica. Ecco, quello che mi affascina di Topor: la sua malinconia spaziosa, il suo mondo così privo di speranza, ma nello stesso tempo così ben realizzato, rifinito in ogni particolare, da apparire infine quasi comodo; e per me molto confortevole. Questo è ciò che ci accomuna, e che mi spinse a rivolgermi a lui ai tempi del Casanova.

 

Pinocchio, 1972

Pinocchio, 1972

Rimanendo su una lettura surrealista di Topor, tutti i mostri dell’inconscio sono rappresentati dettagliatamente. Il tema erotico, poi, è molto ricorrente nel suo disegno: comico, scioccante, respingente, ma sempre sincero. E’ questa forse la chiave per amare veramente il lavoro di Topor: riconoscere la sua vocazione nell’esprimere l’irraccontabile della mente umana, e lo straordinario coraggio e l’efficacia del suo rappresentarlo.

Anna Brancato

Riferimento bibliografico: catalogo Topor, Palazzo Reale Milano, 1986