Il difetto è la verità della materia. Conversazione con Morgan Menegazzo e Mariachiara Pernisa

Il difetto è la verità della materia. Conversazione con Morgan Menegazzo e Mariachiara Pernisa

In collaborazione con  La Camera Ardente

“Una bimba irrompe in sala a metà de ‘La passione di Giovanna D’arco’, soltanto per ritrovare Giovanna pastorella nella proiezione successiva, come scampata al rogo: in questo intervallo, nella cerniera tra due momenti impensati, avviene il cinema…”

Morgan e Mariachiara, la nostra conversazione potrebbe iniziare da questo vostro aneddoto, da questo intervallo dove il tempo viene come bucato e si apre una faglia nella sistematicità della percezione.  Alla Mostra internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, voi avete parlato di un senso esoterico dell’immagine. Come si manifesta questo senso nella vostra “Trilogia delle porte regali” (Psicopompo, Iconostasi, Dagadòl)?

Mariachiara: Si manifesta innanzitutto come potere del cinema di annunciare altre realtà. L’immagine (un linguaggio primigenio rispetto alla parola) avrebbe questa possibilità, ma è stato inquinata da una quantità spaventosa di visioni consumate come merci. La qualità psicopompa dell’immagine ne risulta come svilita, e quello che noi facciamo con i nostri lavori è tentare di restaurare una purezza percettiva.

 Morgan: Immagini nuove, atte a creare l’imprevisto, l’errore, la faglia nello status quo percettivo, ma nuove in seno al nostro occhio, non in senso storiografico, questo non c’interessa e non abbiamo certo tale presunzione.

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Nel vostro caso, questa creazione di immagini nuove è anche il frutto di uno smontaggio che però non si risolve mai semplicemente nella demolizione, ma piuttosto libera uno sciame di ombre iniziatiche, come quelle che popolano le rovine del cinema abbandonato di Dagadòl. La distruzione è un momento, un tempo dell’edificazione?

 Morgan: La distruzione è un modo per rompere la sistematicità dell’immagine, la catena di montaggio insita in un protocollo sempre più autoreferenziale. Una sorta di détournement -come lo usava Guy Debord-, non tanto sul significato evocato dalla concatenazione di immagini, ma sulla matrice: un modo di lavorarla dal di dentro sino allo sfascio, sino ad occuparne i pixel, sino a farne un auto-da-fé.

Il mondo del cinema attuale è un mondo pensionistico, che non ha più la vita dell’uomo come oggetto, ma soltanto la sua storia, la storia del multimediale, del videogioco…. Da quando abbiamo visto gli operai uscire dalle officine Lumière, non abbiamo resistito ad assurgere questi operai a nuovi miti, simulacri estemporanei alla corte dell’intrattenimento, perdendo di vista l’uomo. Poi -con l’avvento del sonoro- il senso snaturato della musica e l’impostazione verbocentrica dettata da industriali esigenze narrative hanno fatto il resto.

Il nostro tentativo, il nostro bisogno di distruzione, è allora soltanto l’aprirsi ad una possibilità immaginativa. Il digitale poteva essere davvero un grande ribaltamento, e invece ha irreggimentato e serializzato sempre di più qualsiasi tipo di espressione.

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L’immaginazione è stato ricoverata nella pensione del cinema, nel lavorio più o meno chiassoso della storia, eppure voi avete fatto della pratica cinematografica quasi un condensatore della vita spirituale. Come si riflette ciò nel vostro stare insieme?

 Mariachiara: Il cinema deve partire da qualcosa di autentico, di nostro, che si genera da noi e a noi torna: è una ricerca, una formula umana.

 Morgan: A fondo della sacralità dell’immagine deve sussistere uno stato di necessità, una vitalità autentica. Senza, si può star fermi anche anni: noi rifiutiamo qualsiasi cosa che possa trasformarsi in lavoro, in cattiva abitudine, in scalata narcisistica. Per questo ogni nostra presentazione, anche ai Festival, ha a che fare con la nostra vita e non con la volontà di esibirsi. Il cinema è il nostro modo di rendere etica la quotidianità al di là del logorio sentimentale e dell’esigenza di relazionarsi a una collettività. Certo, ogni opera, una volta conclusa, non t’appartiene più dal momento che, per fondamento ha intrinseca una volontà di mostrarsi, ma questo non significa che la presenza del pubblico sia indispensabile. L’opera verrebbe alla luce ugualmente.

Questa inoperosità incosciente del pubblico deve fare i conti con il digitale, che al momento si comporta quasi come un figlioccio ossessionato dalla grandezza del padre. Credete che il cinema si rivolgerà altrove, fuori dai circuiti (siano essi industriali o sperimentali), oppure la sala tornerà a costituire il luogo fondamentale dell’esperienza?

Morgan: Il cinema si pone queste domande in maniera ciclica. Già Godard negli anni ’60 sosteneva che i film non sarebbero mai ‘apparsi’ in televisione, e probabilmente aveva ragione nel senso che i film arrivano in TV già claudicanti, deturpati. Noi stiamo vivendo in una sorta di flusso immersivo in cui le capacità straordinarie della tecnologia sono state depotenziate drasticamente ai fini dell’esperienza ed esaltate ai fini del controllo.

Per quanto ci riguarda, la nitidezza dell’immagine digitale odierna ci fa orrore, è pura pornografia: quando sei costretto a vedere ogni dettaglio tramite una luce chirurgica, il sentire viene inevitabilmente meno, la capacità di immaginare si atrofizza.

La sala poteva e può tutt’ora costituire una dimensione rituale, ma oggi muore di un eccesso di immagini e di luci. Lo schermo di un cellulare, ad esempio, impedisce ed interrompe l’esperienza della sala, già svilita in partenza da un codice poliziesco che blocca il ribaltarsi del tempo (al contrario di quanto accadeva per la bambina spettatrice della Passione di Giovanna D’arco).

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Il fatto di aprire un altro schermo nella sala non potrebbe essere forse la discendenza o la biforcazione di quell’onda di immagini moltiplicate prodotte in passato dal fumo delle sigarette?

 Mariachiara: È difficile che qualcuno si abbandoni alla visione o all’ascolto di qualcosa che sia fuori dal proprio schermo privato: è una deriva monodirezionale che produce, anche a livello creativo, delle vere e proprie aberrazioni. Noi fingiamo di essere una società molto aperta, ma respingiamo totalmente l’alterità, non solo nel l’espressione artistica ma anche nel quotidiano. Quando vedo qualcuno accendere uno schermo in sala, capisco che è lì soltanto per ricreazione, per tenersi occupato. Abbiamo realizzato Dagadòl in direzione opposta, come un invito a lasciarsi inghiottire dalla grande balena dell’immagine, da una realtà che magari esisteva già prima di essere proiettata nello schermo e che attendeva soltanto che qualcuno la indicasse. Quando noi rendiamo cinema quello che pensiamo, il nostro pensiero inizia a far parte del mondo delle immagini e si tramuta, diventa altro da noi…

Morgan: Siamo passati dalle piazze ai centri commerciali più o meno virtuali, e questa trasformazione socio-economica interessa anche il Cinema, ma la questione è ancora più sotterranea, ancora più radicata nell’uomo e nello smarrimento del sacro.

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«Il fulmine imprigionato nel filo – elettricità catturata – ha prodotto una civiltà che fa piazza pulita del paganesimo» scriveva Warburg. Come si può allora liberare questa elettricità attraverso il digitale? Come fare del cinema una scienza delle tempeste?

 Mariachiara: bisogna coltivare il proprio buio interiore, le proprie ombre, cercare di mostrarne la bellezza. Io ho sempre detestato la luce di mezzogiorno, e per me l’uso odierno che si fa del digitale è simile a questa luce che rende tutto esposto, come palesato. Le ombre, le incrinature, i momenti in cui i bordi sfumano…questo è quanto continuiamo a cercare. Il difetto è in un certo senso la verità della materia.

 Morgan: In qualsiasi modo venga raffigurato il fulmine, si tratta sempre di una mediazione. Con questo non voglio dire che nell’inconscio dell’uomo non vi siano dei simboli in qualche maniera ricorrenti, ma è il modo di esprimerli che è cambiato totalmente nella società di massa. Fare un’opera sperimentale per gettarla nella nicchia dei cinefili-consumatori, o peggio ancora per farne un marchio da ripetere all’infinito non c’interessa. Per questo non ci precludiamo l’utilizzo di  generi e supporti differenti. Il problema dell’arte contemporanea è che oggi abbiamo a che fare soltanto con la mediazione.

 Il tentativo di raggiungere la cosa in sé, nella sua impossibilità, fa comunque parte della sacralità: il nostro cinema è questo tentativo, questa specie di disobbedienza.

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 Conversazione a cura di Giorgiomaria Cornelio