Il giocoliere-automa abita l’universo alienato di Humanoptère

Il giocoliere-automa abita l’universo alienato di Humanoptère

Sette. Sette, come le arti liberali. Sette, come i metalli simbolici del percorso di trasmutazione alchemica. Sette, come i semi del gioco del Mah Jong. Sette, come le costanti fluttuanti di Humanoptère.

Sette “umanotteri” creati e manovrati da un personaggio sui generis del circo coreografico francese: Clèment Dazin, direttore artistico dello spettacolo e abile interprete, attivo e passivo, di movimenti corporali. Dazin, sapiente artigiano coreutico, esperto nel fondere l’arte circense con la danza contemporanea, ha messo in scena Humanoptère al Teatro Bonci di Cesena, per le ultime quattro serate del 2017.

TORINODANZA:  spettacolo HUMANOPTÈRE di Clément Dazin

TORINODANZA: spettacolo HUMANOPTÈRE di Clément Dazin

In questa composizione ritmata, eseguita dai sette giocolieri, evoca l’idea di un assemblaggio collettivo, lo stesso che incasella gli uomini contemporanei all’interno di ruoli sociali e civili. Il gesto ripetitivo e prevedibile, che pare ripetersi a oltranza, scaturisce da una meticolosa indagine del movimento e sconfina in una riflessione marxista sull’alienazione.

Il palcoscenico è vuoto, l’atmosfera buia e tutta l’attenzione converge sui sette giocolieri, i soli debitamente illuminati. I loro movimenti si ripetono in modo ciclico, seguono uno schema rigido e si propagano come un’onda, congelandosi in una sensazione di monotonia. L’uniformità dei sette traduce, con un linguaggio minimalista, il concetto di massificazione, che ci riduce ad automi lavoratori-produttori-consumatori. Attraverso i virtuosismi delle palline volanti i giocolieri non sono più riconoscibili come soggetti e finiscono per alienare anche lo spettatore.

Il senso dell’assurdo lo colpisce volutamente, proprio come le palline, di tanto in tanto, colpiscono con intenzione il pavimento.

Nulla ammorbidisce il quadro, tantomeno la cornice scenografica, un paesaggio desolato, rischiarato da luci siderali, dove le figure umane compaiono come impronte lasciate su un pianeta morto o ai suoi primissimi stadi di vita.

Se il giocoliere di Dazin è l’individuo alienato della società di massa, allora è anche proiezione dell’ultimo uomo di Nietzsche, colui “che ha bisogno dei divertimenti circensi della massa, del tempo libero organizzato, per non venir divorato dall’orribile noia di una vita che non vuole più nulla”. E in questo caso le tecniche circensi sono sia veleno sia antidoto a quell’organizzazione stringata che tenta di soffocare lo spirito creativo degli umanotteri. La pallina viene lanciata in aria e, finché è sospesa, lascia intravedere una possibilità di liberazione.

Ogni rumore di sottofondo è meccanico e concorre a far identificare il lavoratore-automa con le macchine. In nessun momento i giocolieri possono fermarsi a considerare il senso delle loro vite, poiché sono tutti parodie del Serafino Gubbio pirandelliano, senz’anima, servitori di una macchina che costringe le loro mani a procedere affinché “non s’abbia tempo né modo d’avvertire il peso della tristezza, l’avvilimento della vergogna, che restano dentro, in fondo”. Humanoptère tende a parodiare e rovesciare il mito futurista della velocità, sostituendolo con un “elogio alla lentezza”, di cui già Pirandello fu precorritore.

Nell’esasperazione di questa infruttuosa apatia non ci stupisce scoprire il mito ispiratore di tutto lo spettacolo: quello di Sisifo. Egli, costretto all’inutile ed eterna fatica di spingere in cima ad un monte un enorme masso, destinato a rotolare di nuovo alla base, è un perfetto esempio del destino che affligge i giocolieri e chi li guarda.

 

Veronica Sassaroli