Il giornalismo lento dell’inverno subtropicale: The Sochi Project

Il giornalismo lento dell’inverno subtropicale: The Sochi Project

Siamo nell’area del Caucaso del Nord, all’interno di una catena di sette repubbliche autonome che ospitano più di 30 nazionalità ed altrettante lingue. Qui troviamo Sochi, città balneare, definita come la Florida della Russia, ma più economica. Un luogo famoso “per la sua vegetazione subtropicale, per gli alberghi e le case di cura. Le persone provenienti da tutta l’Unione Sovietica associano la città alle immagini di vacanze al mare e ai primi amori. L’odore di carne, creme solari, sudore, alcool e tostatura pervade l’aria” [1].

Adler, RUSSIA, 2011 - A viw on the beach near Adlersky Kurortny Gorodok in Adler.

© Rob Hornstra / Flatland Gallery

Proprio in questo luogo ci immaginiamo camminare Rob Hornstra e Arnold van Bruggen, coautori del Sochi Project, arrivati nel 2009 hanno descritto così il paesaggio che si sono trovati difronte: “L’aeroporto è come una fermata dell’autobus, il tipo più comune nell’entroterra dell’ex Unione Sovietica. […] Sochi è una città costiera ma senza un porto commerciale. Tutte le merci sono trasportate lungo questa singola, trafficata strada che non è progettata per gestire il traffico. Il risultato è la paralisi quotidiana”.
Oggi questo è il luogo che sta ospitando le Olimpiadi Invernali 2014.
Da quando i due autori vi misero piede la prima volta, tutte le infrastrutture sono state ricostruite. E’ stata ricreata una città e una rete di servizi in grado di trasformare quest’area in un grande sito dedicato ai Giochi Olimpici. “Stadi simili a navicelle spaziali sono aumentati durante le notti, mentre il volto rassicurante di Vladimir Putin in televisione sembrava dire a tutti che Sochi stesse per diventare un nuovo resort di classe mondiale”.

© Rob Hornstra / Flatland Gallery

© Rob Hornstra / Flatland Gallery

Uno scrittore, van Bruggen, e un fotografo, Hornstra, sono partiti dall’Olanda e hanno viaggiato fino al nord del Caucaso per raccontarci cosa stesse accadendo in quel territorio, realizzando insieme un progetto lungo e complesso che ha impiegato 5 anni per arrivare al suo termine.
The Sochi Project è un sito web, un libro e una mostra, ma non solo. E’ un insieme di racconti e fotografie che hanno indagato l’area di Sochi attraverso le storie dei suoi abitanti, raccogliendo i pezzi di ciò che si sarebbe perso oggi con le Olimpiadi Invernali più costose della storia.
Come descrive Jeremy Lybarger in un articolo apparso su Mother Jones, i ritratti di Rob Hornstra inchiodano splendidamente il cocktail regionale di stoicismo e malinconia. I suoi soggetti sono “un vecchio uomo che sta costruendo la propria bara in un appartamento sul Mar Nero, un ex poliziotto che ha perso le gambe e un braccio ed è ora costretta a letto, un ufficiale postale di Abkhazia (un paese che ufficialmente non esiste), una giovane spogliarellista che spera di chiudere il concerto e crescere una famiglia”.
Le storie di Arnold van Bruggen descrivono una cultura e un territorio instabile, entrando dentro gli archivi della memoria dei suoi abitanti, analizzando le connotazioni politiche che l’area ha assunto e le sue conseguenze sulla vita quotidiana; le paure e le incertezze, la povertà, la droga e l’esilio. Lo sfondo della guerra quasi costante.
Le diverse storie sono raccolte e suddivise in sotto-argomenti, mantenendo sempre un’interazione tra testo e immagine che permette di leggere il progetto a vari livelli di approfondimento.

© Rob Hornstra / Flatland Gallery

© Rob Hornstra / Flatland Gallery

Nel riuscire a realizzare un tale tipo di racconto, le Olimpiadi sono state una grande opportunità. Come spiega Rob Hornstra in uno dei primi articoli, nel 2009: “Anche le persone che non amano gli sport sono interessate agli aspetti sociali e politici di organizzazione di questi Giochi in tale area. Personalmente è stata un pretesto per indagare i diversi tipi di argomenti identificabili in questa regione enorme e variegata. Collegare tutte queste storie ai Giochi, aggiunge un certo senso di urgenza e attualità al nostro progetto”.
L’importanza giornalistica di tale argomento e il tempo impiegato per analizzarla, hanno permesso di unire all’interno di uno stesso progetto numerosi elementi che solitamente si incontrano separati e, grazie alle strategie utilizzate, di svolgere il loro lavoro in modo indipendente e libero da censure.
Fin dall’inizio Hornstra e van Bruggen hanno descritto la loro modalità di lavoro come slow journalism. Questa definizione può essere identificata nel tentativo di rientrare nel mercato editoriale, quello delle commissioni senza autorialità, della news in tempo reale e dell’informazione mediata dalle vendite, con un lavoro che andasse al di là di questi canoni per fermarsi a guardare con più attenzione a tutto quello che veniva lasciato indietro.
Il Sochi Project non è stato largamente accolto dai giornali, non è riuscito a superare quel muro di velocità e guadagni che avrebbe sperato, almeno non fino a quest’ultimo anno dove l’avvicinarsi delle Olimpiadi invernali ha spostato finalmente l’occhio dei media sull’area sub-tropicale della Russia.
Quello che in questo processo è avvenuto, è stato invece un sorprendente interessamento del mondo fotografico ai contenuti e alle forme del progetto. Festival, gallerie e istituzioni hanno accolto nei lori spazi il lavoro dei due autori, senza preoccuparsi delle rigide regole che invece possiede il mercato editoriale. E’ vero che le tematiche trattate sono spesso strettamente reportagistiche, considerando anche la struttura testo/immagine, ma l’innovazione ed anche la delicatezza nel trattare certi argomenti li hanno portati ad un notevole successo in questo campo.
Lo strumento principale di diffusione è stato la modalità del libro, ne sono stati pubblicati un totale di 14, senza contare le edizioni speciali, la maggior parte dei quali sold out.
Nello stesso tempo sono stati realizzati un’altra serie di prodotti come poster, cartoline e una fanzine (On the other side of the mountains, 2010) che contiene al suo interno le istruzioni per essere esposta come fosse una mostra.
Una serie di queste iniziative è stata promossa anche nella città di Roma, in occasione del Festival Internazionale di Fotografia del 2010, dove è stata intrapresa una collaborazione con 3/3.

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Sochi Project è iniziato con una prima pubblicazione: Sanatorium.
Sochi è piena di sanatorium, queste vecchie roccaforti e paradisi di vacanza sovietici.
In un’intervista del 2010 realizzata per il Dutch Doc Award, Hornstra ci spiega perché abbiano consapevolmente scelto questo argomento come primario: “Abbiamo optato per un argomento relativamente semplice, sicuro, perché non vogliamo subito iniziare rovistando nelle questioni politicamente sensibili, altrimenti corriamo il rischio di vederci negato l’accesso alla Russia e di dover interrompere il nostro progetto entro i primi anni”. Questo non è successo e la loro scelta di rimanere inizialmente fuori da questioni politiche è stata in qualche modo ripagata. Solamente qualche mese fa a ciascuno di essi è stato negato un visto per la Russia senza alcuna spiegazione e la mostra delle loro opere in programma presso il Winzavod, il Centro per l’Arte Contemporanea di Mosca, è stata annullata. Ma il progetto è arrivato al termine, raggiungendo gli obiettivi dichiarati e stampando, nel 2013, il penultimo libro An Atlas of War and Tourism in The Caucasus, libro che raccoglie in sé una parte di tutte le storie raccontate in 5 anni.

An Atlas of War and Tourism in the Caucasus (Aperture, 2013). ISBN 978-1-59711-244-4

An Atlas of War and Tourism in the Caucasus (Aperture, 2013). ISBN 978-1-59711-244-4

Il percorso che hanno svolto in quest’arco di tempo, per arrivare alla realizzazione del libro, ha permesso al Sochi Project di superare molti ostacoli e di inserirsi a pieno titolo tra i progetti che hanno modificato una parte del modo di agire nella fotografia documentaria.
Il costo del progetto è stato molto elevato e gli obiettivi prefissati difficilmente raggiungibili.
Alla base della loro riuscita ci sta un grande lavoro preparatorio, all’apparenza invisibile. I due autori hanno impiegato efficacemente basilari principi economici e importanti nozioni di marketing e d’immagine.
Come possiamo osservare in uno schema che mostra le modalità di raccolta fondi e d’impiego di tali fondi dal 2009 al 2012, gli autori hanno messo insieme numerosi tipi di finanziamento tra cui il crowdfunding, alcuni grant ricevuti, finanziamenti pubblici e donazioni private. Attraverso queste operazioni diffuse tra vari livelli, hanno mantenuto tutti i canali aperti, alimentando la partecipazione del pubblico attraverso una presenza in prima persona nel descrivere, diffondere e valorizzare il progetto. Queste strategie hanno fatto sì che nella maggior parte dei casi raggiungessero il loro obiettivo economico e riuscissero di anno in anno a proseguire.

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Per capire quale forma abbia avuto l’idea iniziale, rispetto allo sviluppo e conclusione del progetto, quali deviazioni siano avvenute, l’abbiamo chiesto direttamente a Rob Hornstra, il quale ci ha risposto che: “Il progetto è cresciuto molto più di quanto ci aspettassimo. Il crowdfunding è come una società in proprio. Così abbiamo messo in piedi una fondazione (struttura finanziaria), dietro il progetto, che comprende anche la scrittura di testi per i grant, le vendite (negozio online), le mostre a noleggio, la vendita di archivio (riviste, giornali). Finanziariamente è ancora molto difficile poter sopravvivere, ma siamo riusciti ad andare avanti e a concentrarci sul progetto. Penso che sia una delle cose più belle di quest’esperienza: nessuna distrazione, solo il progetto di Sochi”.
La differenziazione del prodotto è stato un elemento essenziale, ma non solo.
In particolare nella campagna di crowdfunding, gli autori sono stati in grado di trasmettere chiaramente i loro intenti e di rispettare le promesse date, coinvolgendo gli utenti in tutte le diverse fasi di lavoro. In questo senso il “prodotto” è stato l’intero processo di realizzazione, curato nella sua forma e armonia e riportato, grazie alla grafica, sempre ad una linea comune, facendo dei diversi libri, articoli e materiali, degli oggetti immediatamente riconducibili al Sochi Project e alla sua modalità narrativa.
Rob Hornstra e Arnold van Bruggen ci hanno mostrato come superare le crisi del mercato e trovare delle strategie per raggiungere degli obiettivi apparentemente irrealizzabili.
L’aver, in questo periodo storico, calcato l’onda di un processo condiviso e aperto, sia di finanziamento, che di sviluppo, attraverso il coinvolgimento dei fruitori in varie forme, ha permesso al progetto stesso di nascere e di raggiungere una sua naturale fine. Così come la partecipazione di istituzioni pubbliche e private, le quali hanno risposto positivamente quando poste difronte a questa modalità di documentazione, ha portato ad un livello di visibilità notevole un progetto che altrimenti non ne avrebbe avuta. Un’unione di forma, strategie e tempistiche che hanno funzionato così tanto che non sarebbero più replicabili allo stesso modo.
Questo è quello che possiamo imparare da Hornstra e van Bruggen, una modalità, un genere di produzione, una riuscita generale sia in qualità che in quantità, ma anche ciò che il mercato non è più in grado di rileggere allo stesso modo: un altro Sochi Project non è possibile.

© Rob Hornstra / Flatland Gallery

© Rob Hornstra / Flatland Gallery

Flavia Culcasi

www.thesochiproject.org

Per le immagini, courtesy: Rob Hornstra / Flatland Gallery
An Atlas of War and Tourism in the Caucasus. Photographs by Rob Hornstra. Text by Arnold van Bruggen. Copublished with The Sochi Project. Aperture, 2013. ISBN 978-1-59711-244-4