Il giorno che diventammo umani di Paolo Zardi. Neo Edizioni

Il giorno che diventammo umani di Paolo Zardi. Neo Edizioni

La bella copertina opaca e l’impeccabile impaginazione che lascia il libro donarsi mollemente alla lettura ci dicono subito che stiamo leggendo un oggetto della Neo edizioni, di cui abbiamo già avuto modo di recensire Il Sale di Jean-Baptiste del Amo (Le Sel, febbraio 2013). Oggi ci occupiamo invece di un autore italiano, Paolo Zardi, e della sua seconda raccolta di racconti, Il giorno che diventammo umani dopo che già nel 2010, sempre per la Neo, aveva dato alle stampe Antoponometria.

Esiste sempre una breve distanza tra il lettore e la narrazione che permette a colui che legge di prendere una posizione, partecipata o esterna, rispetto al personaggio secondo differenti gradazioni. Il giudizio è una libertà implicita nel patto della lettura ed è stato nella sospensione di tale giudizio, in questa epoché, che si è svolta la rivoluzione di scrittori come Hemingway e soprattutto Carver – non a caso americani -, la cui sincerità e “neutralità” nella narrazione potrebbe essere intesa come protesta contro l’ancor culturalmente imperante predestinazione protestante.

La scrittura di Paolo Zardi sembra essere in grado di andare oltre, di avvicinarci ad un sentimento della vista che trascende l’universale procedendo verso una partecipazione del personaggio. Egli infatti ci toglie la libertà della posizione ponendoci di fronte ad una comprensione totale; capace di prevenire ogni opposizione che possa lasciarci un’autonomia di fronte al personaggio, ci abbandona nell’inerzia, non d’una accettazione, bensì nella presa di coscienza dell’“umanità” in quanto aggettivo. Ed in questo il titolo della sua raccolta di racconti, Il giorno che diventammo umano, è quasi come un postfazione, come se dopo la lettura e l’abbandono d’ogni giudizio fosse finalmente possibile partecipare completamente dell’umanità, in ogni sua paura più meschina, angoscia più vergognosa. Un uomo si rende conto della bruttezza della propria moglie, e con tristezza scorge nella figlia una grande somiglianza con la madre; una moglie scopre con disperazione di poter superare la perdita dell’amato marito e trovare l’abbandono «all’impellenza d’un dovere primordiale»; una donna non desidera avere figli perché dopo aver corretto chirurgicamente il suo aspetto teme che il compagno possa vedere nell’assommarsi dei loro cromosomi un’immagine di lei che non conosce e che potrebbe non amare.

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A differenza di Carver che sussume la coerenza d’un vasto mondo su cui ci affaccia con una certa costanza, quello creato da Zardi è assai più circoscritto e volontariamente conchiuso – e proprio per questo maggiormente popolato. Esso tende infatti ad essere circolare anche attraverso una serie di richiami interni alle stesse storie. Per l’autore americano la nebbia della provincia si dirada in lampi di realtà che in Zardi trovano il continuum della “tragedia” privata in una popolata desolazione.

Questa assenza di desolazione è il valore aggiunto della sua scrittura che ci depone nell’animo un occhio che oserei definire cristiano, capace di assistere il mondo con totale partecipazione.

L’utilizzo di comparazioni religiose per l’autore di Antroponometria che nell’epigrafe cita Dürrenmatt («La vita è un abominevole composto del carbonio») e ne Il giorno che diventammo umani ricorda Darwin, potrebbe sembrare inappropriato. Un autore che nella narrazione utilizza con grande competenza e chirurgica attenzione il linguaggio scientifico per sezionare in comparazioni “entomologiche” l’insensatezza della vita non respinge tuttavia una necessità dell’autore di questo articolo che, nel chiudere il libro, ha trovato una maggiore serenità nel confessarsi la propria umanità.

Paolo Girella

Paolo Zardi, Il giorno che diventammo umani, Neo Edizioni, 2013.