Il grado della trasparenza. Conversazione Con Alan Sbaffi

Il grado della trasparenza. Conversazione Con Alan Sbaffi

Alan sbaffi ha da qualche anno incominciato una sua visitazione della trasparenza come (personale) prototipo di figura spalancata e defigurata, di Venere “aperta” -cioè- nel suo asfalto di pittura sempre divagato con comunione di strumenti chiamati a turbinare la superficie di lettura.

Per Artnoise, abbiamo avuto una conversazione con lui:

 

Salve Alan. Sono molto interessato a riflettere sul tuo percorso che mi sembra al riparo da certa (dismessa?) grammatica museale e vicino, piuttosto, ad un “fare artistico” di precisa libertà. Vuoi parlarmene?

Prima di tutto si tratta appunto di fare, di sviluppare una pratica che sia anche una misura attraverso la quale osservare il mondo. Io ho iniziato con la fotografia, e per anni mi sono occupato di moda: questi momenti biografici non sono secondari, ma al contrario hanno contribuito a formare quella che oggi posso chiamare la mia firma o cifra stilistica. Il mio contatto con la pittura è anche, se così posso dire, la conseguenza di una violazione: non ho frequentato corsi accademici e la mia “grammatica” è il risultato di una sperimentazione che ho condotto soprattutto su me stesso, interrogando e testando le mie abilità e i miei limiti. Come ho già ribadito altre volte, parte del mio fare artistico consiste nella perdita del controllo, ma questa perdita è preceduta da uno studio rigoroso e da un accumulo di tensione che bisogna saper trattenere e poi rilasciare con esattezza. Per permettere al caso di agire, bisogna concepire uno spazio adatto.

3

Come si riflette questa “rigorosa indisciplina” nella scelta degli strumenti?

La scelta dei miei strumenti (penna, matita o pennarelli, ma anche smalti acrilici, raschietti pittura da muro…) deriva da una molteplicità di tecniche (tra loro anche difformi) che di volta in volta mi trovo ad adottare. La tela, per me, non è solo lo spazio di un soggetto che torno a rivisitare con ossessione, e neppure una figura vincolata alla realtà per mezzo di un rapporto copia/originale, ma piuttosto un luogo sempre aperto e costantemente attraversato da nuove gestualità che vanno a riaffrontare, in qualche modo, quello che a torto si poteva ritenere concluso. A distanza di mesi torno a visitare i miei lavori, depositandovi altri strati e ribaltandone la geografia (e dal momento che mi trovo costantemente a scoprire nuovi strumenti, questi nuovi strumenti riflettono i vari strati di tempo, oramai quasi indistinguibili tra loro).

 4

2

Tra questi passaggi e strati di memorie mi sembra di vedere una concentrazione, un colloquio (magari anche austero, “rigoroso” dicevamo) di sensazioni. So, ad esempio, che per te l’olfatto è molto importante… 

Nella mia arte come nella mia vita il profumo ha sempre avuto un ruolo fondamentale: in fondo siamo animali gregari, il profumo genera seduzione. Sin da bambino ho sempre avuto un olfatto sensibile, e poi con il tempo ho sviluppato una cultura sul profumo e sulle essenze (nonostante trovi questo studio teorico estremamente noioso). Ciò che maggiormente m’interessa è piuttosto il legame tra l’olfatto e l’immagine. È un fatto mentale, come osservare un quadro: sono interessato alla mia realtà, non a quella imposta o suggerita da qualcuno; piuttosto preferisco non capire, disorientarmi per l’appunto attraverso un’immagine olfattiva.

6ca2e1c01095a0e266762d4f54958326

Con la serie Den hai inaugurato una tua interrogazione pittorica del tema della trasparenza. Cosa ti ha condotto a questa riflessione?

La serie DEN è stata l’inizio di un processo di maturazione e di espressione che ha poi avuto come esigenza quella di riproporre continuamente lo stesso soggetto sempre disfatto e rivisitato con nuove combinazioni. Potrei dire che guardo alle singole tele come tessere di un mosaico, come spazi scomposti e riordinati di cui ogni volta percepisco nuove tridimensionalità. Uno spazio, quello della tela, per me avvolto da un’immaginaria velatura, a volte bucata come ad indicare un limite che non so spiegare. Credo che all’inizio ogni artista si porti sempre dietro un modello (Bacon disse che all’inizio fu influenzato da Picasso), ma poi occorre realizzare qualcosa che vada oltre quello che hai già visto, o in una direzione o nell’altra, senza rifare. Fin da subito mi hanno colpito molto artisti come Twombly o come lo stesso Bacon: le loro opere hanno raggiunto subito il mio sistema nervoso, e il loro istinto e la sola apparente casualità del gesto sono per me testimonianza d’inattesa bellezza.

screen-shot-2018-02-18-at-16-39-04

 

 http://www.alansbaffi.com/

Giorgiomaria Cornelio