“Grande nudo” di Gianni Tetti (NEO. edizioni)

“Grande nudo” di Gianni Tetti (NEO. edizioni)

Quale nudo? Soltanto una pelle tirata, che l’uomo fatica a tenersi addosso – e in questa pena, una discesa di muscoli e nervi, di ecchimosi e graffi, nudo ancor prima di spogliarsi, perché di già la nudità è compiuta: è un abbandono. Pare di vedere questa pelle spezzarsi, gli occhi rincorrere la crepa che gli sale contro, i tendini saltare come corde tirate oltre ogni possibilità di resistenza.

Il nudo potrebbe anche non essere umano, potrebbe appartenere a quello di una bestia, denutrita e violentata, col respiro rauco che graffia le pareti di una tana inospitale, in cui la pietà ha bivaccato, si è stesa sotto a un’ombra che l’ha tradita, lasciandone l’eco rimbalzata qua e là fra le pareti scure. La bestia ha gli occhi chiusi, somiglia a quell’uomo, e l’uomo confonde il proprio cuore col suo, il profilo, e a quel punto il nudo diventa più grande, si distende su tutta la terra, scavalca i fiumi lasciando dietro di sé un deserto di vapore, sale in cima alle montagne, rade loro la schiena e le spalle degli alberi in fila, dei ruscelli, di altre tane e di altre bestie, di uomini che hanno rifiutato la civiltà e arriva in cielo, il nudo. Rende opaca ogni luce, ogni contorno, sfocando dispettosamente col dito un acquerello acerbo; e resta lì, piantato in mezzo alle costellazioni esauste, straripando l’ombra per tutte le valli, per le città e nelle case, fin sotto la superficie del mondo. Questo dipanare non è silenzio, è ronzio, è raschio, è collasso: un immenso grido si è stretto a sé, richiudendosi nel tentativo di un abbraccio.

Le parole sono legate assieme da un forza alchemica – come le note in una partitura, poggiano l’una sull’altra, interagiscono, possiedono il suono e l’anima della parola che le seguirà. Simili agli uomini, le parole si spalleggiano, stipulano contratti, rendono il loro esistere meno inospitale, in una parola le parole socializzano. Ed esiste un momento in cui, come nelle autentiche società civili, il patto vien meno, non lo si può sostenere, e alla collettività si sostituisce l’urgenza della solitudine. Spogliate del prossimo, esse diventano aguzze, sviluppano i propri spigoli, il suono che si tramuta in uno stridore, in un flebile, sbilenco canto che è tuttavia incontaminato e forte, archetipico, il suono che c’era ancor prima che qualcuno intendesse. L’emergenza crea voci e immagini sufficienti. L’emergenza taglia, asciuga, sintetizza la paffuta ridondanza del mondo. In un romanzo come questo, la magrezza è necessaria; una magrezza di lama, di nervi, un nudo intendo. Perché poi attorno vi è un coro immenso – ma questo coro, non può essere cantato da parole levate l’una sull’altra alla rincorsa d’un’architettura: la costruzione necessita di basi solide, e niente orpelli: la costruzione resiste alla disgrazia, e si innalza; possiede le ossa sporgenti degli eremiti, degli arabi, dei visionari. La letteratura torna a sé, poggia il mento sul petto e sul cuore, e slancia il capo d’un tratto alle spalle, innescando una capriola che è valanga.

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Ci sono libri che si possono percorrere senza fretta, libri innocui, che ti tengono il braccio e hanno una stretta rassicurante e calda. Libri che si regalano a Natale, libri che possono piacere alla mamma e al nonno, alla ragazzina impazzita per Siddharta. Libri che funzionano, in un qualche modo, ma di cui non abbiamo intenzione di occuparci né ora né mai. Centinaia di pagine sugli scaffali non servono a niente, forse neppure a rassicurare. Grande nudo non è certo un libro di questi, è un libro che ti minaccia ad ogni pagina, un libro rissoso, attaccabrighe, un libro così genuinamente solo. Vissuto da parole che non si osservano compiaciute le une con le altre mentre il sapiente artigiano le imprime sulla pagina bianca, sono parole consapevoli del vuoto in cui vengono scagliate, parole che gridano dalla disperazione, che si donano al lettore nel tempo di uno sputo, di un colpo di catarro.

Quel che si avverte leggendo quest’opera possente e corale, rauca, gridata e sostenuta, è una sorta di tensione rovesciata: l’apocalisse è prossima, lo si percepisce nettamente, qualcosa di terribile e mortale sta per scagliarsi, e all’inizio lo si crede per davvero, che debba ancora accadere, che un evento possa stravolgere quel che in realtà non ha alcun bisogno di stravolgimenti, poiché il delitto si è già compiuto, l’apocalisse è già arrivata, e ha avuto il tempo di sistemarsi comodamente accanto al camino. Siamo stati senza scampo sin dall’inizio. Il corredo della disgrazia è un suono, schioccante, filmico, per cui non sorprende che Tetti si occupi di cinema: a volte sembra di trovarsi di fronte a una sceneggiatura, essenziale, evocativa, in cui ogni termine rimanda a un’immagine, e gli aggettivi, grandi nemici degli scrittori, non sono più indispensabili. Sullo sfondo, una Sardegna esatta nel proprio ruolo, una Sardegna capovolta, da anticartolina, profonda e bestiale, sintomo di un’Italia spaventosa (ancora cinema: la Sicilia in bianco e nerissimo di Ciprì e Maresco) e che si manifesta, al di là dell’utilizzo chirurgico di termini dialettali, nella cadenza perentoria del sardo.

Giunta la disgrazia, realizzato il rovescio, restano le cose peggiori. Si arraffa quel che si può arraffare, ci si tuffa nel mare di morti con balzo lesto del borghese. Fra cani, si oltrepassa la bestia. Privato del sesto senso, l’uomo è un bottegaio. La paura è materiale. L’amore è un fumo, si perde, non lo si tocca neppure, forse non ha neanche un odore. C’è dell’antifascismo, delicato come una preghiera, perché non tutto può essere spiegato col fascismo, così come nella preghiera, il tutto, non può essere spiegato solamente con Dio. C’è quel che resta di questo Paese, l’immobilità, lo strazio, il desiderio di amare di chi ha ancora muscoli giovani da spiccare un balzo feroce. La forza, il rimescolio, sono più che sufficienti per lottare. Scarnificato, posto nuovamente sulla piattaforma dello zero, il mondo della pietà non ha neppure il nome. Ha indossato gli stracci dei morti: buoni per scaldare d’inverno e far invidia ai vicini. Sono stracci di infetti, stracci di cadaveri – i cadaveri non bastano mai, così come i vestiti.

Ci vuole un equilibrista per non inciampare in un percorso come questo. Ci vuole un occhio, un respiro, ci vuole perseveranza e coraggio per non rivelarsi comodo, per accompagnare, sì, ma senza tenere il braccio, piuttosto spintonando e sollevando, buttar giù di nuovo a pedate, accarezzare e tirar su ancora lo sventurato lettore. Sotto ai piedi egli ha pietre aguzze da evitare, ma è bene perder l’equilibrio, di tanto in tanto. È bene rimanere svegli. Il majarzu, davvero, può essere lo scrittore. E, come il majarzu, il più delle volte chi scrive è inadeguato, ha preso il posto di qualcuno. Conduce un popolo, senza capire – ma che le note siano stonate, che stridano, che combattano fra loro, pur di restare!

Ecco che il nudo, come un sole nascosto troppo a lungo, svela di sé il piglio liberato dietro al sipario, si riveste col silenzio. L’attimo è immobile perché compiuto, l’equilibrio è ritrovato, il discorso è chiuso. Tutte le immagini, i fotogrammi, se ne restano lì, alle spalle delle montagne, al di sopra delle valli devastate, tutt’uno con le parole che le hanno vomitate; è singolare, davvero, essere tanto soli e potenti.

Fabrizio Sabatini

Grande nudo
Gianni Tetti

NEO. edizioni
pp 688
euro 17,00

Gianni Tetti è nato a Sassari. Si occupa di cinema e letteratura. Ha scritto e diretto il documentario Un passo dietro l’altro, è sceneggiatore di SaGràscia e ha collaborato alla sceneggiatura di Perfidia (due film diretti da Bonifacio Angius). Suoi racconti sono stati pubblicati su numerose riviste (Frigidaire, Il Male, Atti impuri) e in diverse antologie. Per Neo Edizioni ha pubblicato I cani là fuori (2009) e Mette pioggia (2014).

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