Il ragazzo prodigio dell’R&B... la  black music secondo Ainé

Il ragazzo prodigio dell’R&B… la black music secondo Ainé

Che qualcosa nel panorama black stesse cambiando lo si era capito già da un po’. Le radio che cominciano a capire che qualcuno in Italia si sta dando da fare, le scene locali che capiscono che a qualcuno quella roba interessa e le canzoni nostrane che compaiono in contesti d’oltroceano, lì dove la black music è qualcosa di sacro. Se qualcosa sta cambiando è anche e soprattutto grazie a ragazzi come Arnaldo Santoro, in arte Ainé, che anni fa ha deciso di investire le sue forze in direzione di quel sogno apparentemente irrealizzabile.
Sacrificio è la parola che Ainé ha usato più di ogni altra nella nostra chiacchierata nei camerini del Monk. E quando la pronuncia, lo assicuro, ci crede. Si vede che di schiaffi ne ha presi, ma anche che, come il più intelligente dei pugili, ha saputo incassare e aspettare il suo momento in quel mondo che se non sei spietato e non insisti, rischia solo di bruciarti dentro e costringerti a vivere tra quella gente che distrattamente vive nel presente e non ha un istante per sentire te.

A maggio eri qui al Monk per la presentazione di Generation One. Quali tappe ti vengono in mente guardando indietro?
Le tappe che mi hanno segnato sono state quelle di Napoli, Bologna e Messina. Sono state occasioni in cui abbiamo percepito la forza della gente, e dove siamo riusciti a divertirci tanto. Ma forse il punto di svolta, quello dove ci siamo accorti di avere qualcosa in più, è stato a Napoli, al Lanificio 25. Non eravamo mai stati in città con la band e abbiamo avuto subito la sensazione che il nostro progetto fosse amato e seguito. Napoli è stata una scoperta fantastica, è un posto che ci ha segnato dentro e che ci ha donato un’energia particolare che si è mutata in qualcosa di tangibile nel nostro soundcheck, dove è venuto fuori un brano con cui abbiamo omaggiato la città: Naples.

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In questi sei mesi c’è stata anche una parentesi americana che è stata per te però più un ritorno che un battesimo. Per te che l’hai vissuta da dentro, quanto è distante e in cosa è distante la visione della black music degli Stati Uniti rispetto a quella italiana.
La differenza è unica e semplice: è che lì è nata e cresciuta e quindi i talenti sono lì. Noi possiamo solo guardare a loro, studiare e cercare di capire e imparare, ma stando ben attenti a non copiare e fare versi o imitazioni. La cosa importante secondo me è tenersi la propria personalità addosso. Poi l’America può insegnarci tanto per quanto riguarda lo show, i musicisti, il rispetto del pubblico che ti viene ad ascoltare, la produzione, la scrittura dei brani e le storie che ci sono dietro. Noi siamo pieni di talenti, ma non ci sono moltissime persone che sanno come si fa quel genere, che s’impegnano a capirlo e credo che la base di questo impegno sia solo e soltanto lo studio.

In Niente si parla della difficoltà di farsi ascoltare nel mondo attuale. Ti senti parte di quegli artisti che stanno facendo strada ai giovanissimi che approcciano il genere?
Noi come band siamo ancora nel mezzo di un percorso di crescita. Abbiamo iniziato quattro anni fa, quando la gente aveva paura anche solo di avere a che fare con questo genere. Quindi si può dire che più che altro abbiamo dato il via al “coraggio” di fare hip hop. Però guardandomi attorno mi accorgo che stanno crescendo molti emulatori, che cercano di raggiungere il livello più alto attraverso la semplice imitazione. È per questo che mi sento di dire che forse non c’è bisogno di qualcuno che fa la strada ma semplicemente di studio, di sofferenza, di errori e di ascolto, e prima o poi quello che ti spetta arriva.

Spesso si dice che l’istruzione musicale sia limitante nella crescita di un artista. Tu che hai trascorso gli ultimi anni della tua vita a studiare musica, cosa ne pensi?
È sbagliato pensare che lo studio sia limitante. Lo studio è fondamentale per avere le basi, ma non deve esserci solo studio e tecnica altrimenti si perde il soul inteso come anima: concetto fondante del genere. Ma forse più importante dello studio è la gavetta, suonare in posti brutti dove non c’è nessuno, sbagliare. Tutto questo ti porta a migliorare. Perché con le batoste studiare diventa esigenza e non più un vezzo.

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Generation One è un disco a due facce. C’è la parte A, contraddistinta dai testi in italiano e da maggiori sperimentazioni, e la parte B, in inglese, e più coerente con quella corrente di black music che ha dato i natali alla Badu, a Maxwell e a D’Angelo. Come mai questa scelta?
Premetto che questa cosa non la farò più. L’ho voluta fare nel primo disco per evitare l’etichetta del cantante che canta in inglese o in italiano. Adoro scrivere in italiano, ma ci sono brani in italiano che non riesco proprio a cantare. Così facendo poi ho pensato che quella parte di pubblico che preferisce una lingua o l’altra può sentirsi meglio rappresentato.

Uno degli elementi che contraddistingue il tuo timbro vocale è il falsetto che in un attimo ti fa passare dal ragazzo prodigio dell’R&B al “cavolo questo canta meglio di Bilal”. C’è stata un’intenzione nel disco di mettere a fuoco questo tuo pregio o è rientrato nella naturale scrittura dei brani?
È la cosa più naturale del mondo, e sarebbe orribile se non lo fosse. Nel genere oggi si sentono molti “falsettoni”: gente che usa il falsetto in modo non appropriato e quasi arrogante. Nel concerto lo faccio pochissimo e lo uso come la forza di uno strumento, come un assolo. E poi cerco di limitarlo, lo uso come coro lirico, come strumento classico più che non come tecnicismo hip hop-soul. Anche questo rientra nel nostro spirito di sperimentazione, cerchiamo di essere sempre un passo avanti. Il nuovo EP infatti rifletterà questo perchè sarà completamente diverso da Generation One.

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Un altro elemento caratterizzante del disco sono le numerose featuring. A cosa è dovuta la scelta di delegare le parti rap ad altri artisti?
Avevo voglia di inserire nell’album alcuni rapper della scena underground perché credo sia la scena più vera e autentica. Prendere i rapper famosi sarebbe stata una marchettata. Grazie a Pasquale (Strizzi, produttore del disco n.d.r) siamo riusciti ad arrivare a musicisti e rapper di altissimo livello. Questo perchè per me l’album deve essere il massimo che ci si può permettere, un gioiello.

Il tuo è un hip hop educato. Sembra che stia venendo proprio fuori in questo momento una nuova generazione di artisti consapevoli che con l’hip hop e l’R&B si possa parlare seriamente, senza per forza dover ricorrere al “parental advisory”. Qual è il vero hip hop?
Quello educato è il vero hip hop. L’hip hop-pop, il trap, il commerciale che vende è venuto dopo. L’hip hop è il beat, e la musica che ti scuote dentro. L’hip hop è il jazz. Ovviamente c’è differenza, ma l’hip hop vero per me è quello, il suonato: musicisti veri, strumenti veri, contaminazioni soul e jazz e coraggio di sperimentare. Ovviamente questo hip hop vero rischia di diventare di nicchia a causa della poca voglia di ascoltare e scoprire musica nuova: se la radio mette sempre la stessa musica e la gente non ascolta niente di diverso, si mette chi ascolta dentro un circolo chiuso che rischia di non avere più aperture al diverso, che poi, musicalmente parlando, è l’autentico.

Intervista a cura di Mariano Biasella