Impara l'arte e non metterla da parte

Impara l’arte e non metterla da parte

La maestra ce lo diceva sempre: fate domande, non siate timidi. Beh, io un po’ timido lo ero. Ora lo sono molto meno, anche se in me qualcosa è rimasto di quei giorni trascorsi sui banchi di scuola, delle ore passate a contemplare, in un rapimento estatico tutto infantile (e non privo di una certa deferenza) i segni bianchi tracciati sulla lavagna. Avevo quasi il timore che se avessi aperto bocca, se avessi interrotto la magia, ogni sforzo sarebbe stato vano. Diligente, rispondevo quando interpellato; zelante, scribacchiavo (con l’orrida grafia che per fortuna negli anni si è trasformata) frasi che non potevo comprendere del tutto ma la cui regolarità, imposta dalle spesse righe dei quaderni, mi rassicurava. Tuttavia, prendere l’iniziativa e alzare la fatidica mano – immancabilmente accompagnata da gemiti di esitazione ed espressioni corrucciate – era fuori questione.

Tutto il mio mondo, all’epoca, era composto da infiniti, minuscoli mattoncini che con malcelata impazienza e onnivora costanza collezionavo nella speranza di costruire, un giorno, le stesse certezze che – almeno così mi sembrava – alimentavano la realtà degli adulti. Pian piano accumulavo informazioni, sebbene allora piuttosto frammentarie, dalle quali avrei succhiato, come gustando caramelle alla frutta, la misteriosa polpa che mi avrebbe permesso di capire le “cose”, senza dover continuamente sottopormi a estenuanti interrogazioni circa la forma delle nuvole o il funzionamento della bicicletta, il colore dell’asfalto e altri (giganteschi, dalla mia distorta prospettiva) per-ché e per-come.

2+3 fa 5; 18 è maggiore di 7; se dall’astuccio, che contiene 20 penne, ne prendo 9, ne rimarranno all’interno 11. Le parti variabili del discorso, i numeri romani, i capoluoghi, i confini nazionali, lo stato gassoso, gli assi di simmetria, i tempi verbali, il Padre Nostro, le regole di palla prigioniera, la fotosintesi clorofilliana. Tutto ciò che mi serviva era a portata d’orecchio, bastava ascoltare.

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Fabrizio Cicero-del disegno non me ne frego, 2017

Fabrizio Cicero-del disegno non me ne frego, 2017

Vistando questa mostra mi sento come a scuola. Proprio come allora la mia curiosità, innescata da una moltitudine di stimoli, procede frenetica, trotta aggirandosi per la sala gremita, guidandomi tappa per tappa alla scoperta delle novità che il titolo della  collettiva sembra promettere. Il processo di apprendimento risulta però invertito, non più additivo: qui si opera una sottile decostruzione, si inscena una piccola rivolta (senza che la prima risulti eccessivamente cerebrale e la seconda inefficacemente violenta); si rimette tutto in gioco, ma non per questo ogni regola viene abbandonata. Non si tratta di matematica sottrazione, bensì di una logica di traslazione.

Anche qui non faccio domande. Parlo con qualcuno, ci scambiamo battute veloci o conversiamo su argomenti prevedibili, distanti da qualsiasi intento di discutere su ciò che stiamo vedendo. Appunto, cosa vedo? Una serie di opere in cui si annida lo spettro mai sopito del socratico; tanti incipit di storie da leggere al contrario, se necessario, di narrazioni la cui struttura appare disarticolata o contorta; punti di arresto e sospensione, frattura e condensazione; iniezioni localizzate di dubbi puramente intellettuali; il gioco inebriante del “se…”.

Geografie e ideologie non sono che costrutti storici, l’equilibrio delle mappe e la natura dei simboli sono entità labili, effimere, frutto sempre arbitrario della combinazione di scelta e caso. I colori possono essere invertiti, i significati sovvertiti. Questo lo sappiamo, ma solo in linea teorica, perché non pensiamo che una rivoluzione possa partire anche da qui, da un lavoro di sottile alterazione. Da un lato la privazione di un cromatismo che l’abitudine ci ha portato a considerare scontato, se non addirittura imprescindibile; dall’altro il conferimento di proprietà visive non pertinenti, che nella loro vivacità svuotano croci e svastiche dei loro contenuti metaforici denunciandone la genesi irriducibilmente grafica, le convenzioni figurative. E se la proverbiale neutralità del piccolo stato elvetico, che ci aspetteremmo essere rappresentata, per analogia, da un grigio smunto, diventasse invece l’unico inserto effervescente, brillante di oro paglierino, all’interno di un inedito – e assurdamente manicheo – ordine globale?

Marco Colazzo. Passo uno, olio su tela 60x70 cm 2017

Marco Colazzo. Passo uno, olio su tela 60×70 cm 2017

La pittura: ancora non sappiamo se abbandonarla o esaltarla, declassarla a pratica nostalgica oppure innalzarla a sommo espediente di illuminazione. Anche la terminologia si è fatta sempre più confusa – o forse è solo troppo chiara, il che alla fine è praticamente lo stesso. Astratto, figurativo, materico: sono parole che ancora rispecchiano le realtà sfaccettate delle sperimentazioni artistiche contemporanee? Siamo arrivati al punto da considerare lo stravolgimento, l’ibridazione e la “deformalizzazione” come strumenti della prassi, pienamente inscritti in un orizzonte uniformante, commi della norma stringente alla quale ci si deve, se non adeguare, quantomeno confrontare. Quindi cosa c’è, oggi, di più sorprendente se non il genuino atto di recupero del movimento, parimenti fisico e mentale, intrinseco alla creazione, la controtendenza che si oppone alla fagocitante smania del diverso (e lo fa con un semplice colpo di polso, anche in senso letterale). Un’altra via potenzialmente feconda sarebbe quella di indagare le tautologie. Tono su tono, nero su nero. Non propriamente astratto, né del tutto a-figurativo; materico solo in una certa misura. Perché da quell’oscurità emergono, visibili ma non per questo rappresentabili, suggestioni profonde che solo la psiche può sondare.

Marco Bernardi, Europa a pois, stoffa e-gommapiuma. 2017

Marco Bernardi, Europa a pois, stoffa e-gommapiuma. 2017

Viene scomodato addirittura Icaro, e non potrebbe esserci citazione colta più azzeccata. Non lo si fa per condannare la sua hybris, bensì per chiedersi in quali e quanti tempi si sia consumato il dramma. Spazio e tempo, vicino e lontano (così come il troppo dell’uno o il troppo poco dell’altro) sono ormai categorie indispensabili per effettuare analisi corrette, per rendere conto dei sensi e delle ragioni che animano un’opera d’arte stratificandola, amplificandone anacronismi e dialettiche. E poi la griglia, lo schematismo, l’incasellamento dottrinale. La prima non sempre corrisponde ai dettami dell’impeccabile teoria kraussiana, il secondo è ben lungi dall’essere kantiano, il terzo è sbagliato a priori. Se prima i disegni si facevano con la luce, ora con questa si distruggono; se il linguaggio è stato per millenni il mezzo primario per classificare il variegato catalogo del mondo, ora suona come un’eco: riporta indietro gli avanzamenti definitori, allontana ciò di cui vorremmo appropriarci. Il movimento oscillatorio di apparecchiature dal funzionamento opaco, il susseguirsi di immagini “smontate”. Anche i miti moderni non sono esenti da giudizio.

Edoardo Maggi

CONTESTARE L’OVVIO
a cura di Helia Hamedani
18 ottobre – 10 novembre 2017
Inaugurazione mercoledì 18 ottobre dalle 17:00 alle 20:30
Artisti in mostra:
Marco Bernardi, Fabrizio Cicero, Marco Colazzo, Rita Mandolini, Pasquale Polidori
Lezione-performance di Cesare Pietroiusti giovedì 9 novembre ore 15:00 – 17:00

MLAC – Museo Laboratorio di Arte Contemporanea
Sapienza Università di Roma
Palazzo del Rettorato, piazzale Aldo Moro,