In residenza con Joan Jonas, un dialogo su Facebook

In residenza con Joan Jonas, un dialogo su Facebook

Era fine maggio quando Sara Bonaventura, artista che stimo e con cui da tempo intrattengo un fruttuoso dialogo, mi comunica, entusiasta, di essere stata selezionata per una residenza di tre settimane presso la Fondazione Botín di Santander. All’entusiasmo per la residenza in sé, si aggiungeva quello per la presenza di Joan Jonas, icona del panorama artistico statunitense dalla fine degli anni ’60, come mentore del gruppo. Durante la residenza ogni artista aveva il compito di realizzare un proprio lavoro e partecipare alla messa in opera della grande installazione di Jonas per la mostra in Fondazione. Tra escursioni in luoghi primordiali, cene collettive e intenso lavoro in loco, Sara non ha mai smesso di trasmettermi il suo entusiasmo, condividendo con me foto e pensieri attraverso una conversazione su Facebook. Ho pensato fosse interessante divulgare il nostro scambio, sicura che le parole di Sara si prestino meglio di qualunque cronaca a documentare l’importanza di questa esperienza.

Escursioni con Joan Jonas

19/06/2016

Sara: La residenza si svolge in una villa Liberty della Cantabria. Questa regione, un territorio carsico e verdissimo in cui piove spesso e ci sono un sacco di grotte  (fra cui alcune con resti paleolitici che sono state dichiarate patrimonio dell’Unesco). Il bando è stato fatto dalla Fondazione Botín che si occupa molto anche di tutela ambientale. Per questo ognuno di noi sta approcciando il tema del paesaggio, declinato in modo molto personale.

Daniela: Hai già qualcosa in mente?

Sara: Sto lavorando con una macchina da cucire degli anni 60.

21/06/2016

Daniela: Ciao Sara, cosa mi racconti, come sono state le escursioni?

Sara Bonaventura, 2016, Cueva De Las Aguas (dettaglio), materiali vari, Fondazione Botín

26/06/2016

Sara: Le escursioni più emozionanti per me sono state quelle alle grotte, che però non si possono immortalare. Ci sono diverse ipotesi interpretative legate a queste pitture, in particolare quella legata a riti sciamanici. Molti riferimenti sono alla natura, animali quali bisonti e cavalli ma non solo. Io mi sono lasciata inspirare in particolare dalle cosiddette veneri, probabili ex-voto, ma soprattutto dal fatto che storicamente, in diverse civiltà fin dall’antichità, le grotte siano state per secoli e secoli associate al femmineo, alla Natura Madre, alla fertilità, alla ri-nascita. Una simbologia resiliente, resistente alla secolarizzazione se è vero che Jung associava l’utero alla caverna e se anche Courbet studiava le grotte proprio mentre dipingeva l’Origine du monde, dipinto di cui Lacan fu proprietario. Un po’ tutto questo mi ha ispirata nel mio video in cui delle lumache (babosas in spagnolo, antico simbolo di fertilità), in particolare una specie, Arion Ater (nome scientifico che richiama mitologie greco-latine, il cavallo nero Arione figlio della madre terra Demetra), dal colore nero che non conoscevo, entrano in oscuri buchi in uno dei sottoboschi che abbiamo visitato, nella Valle del Nansa. Un video che finisce in una grotta (filmata in realtà nel’outback australiano dove tali esempi di rockart sono ancora agiti dagli indigeni) citando una poesia di Sylvia Plath (Waxy stalactites / drip and thicken, tears / the earthen womb / exudes from its dead boredom) e nell’oracolare cavallo bianco filmato sempre in Cantabria. L’installazione video è accompagnata da un indice di stalattiti (dal greco – gocce – legate quindi all’acqua, al femminile) morbide, cucite da me o realizzate con indumenti femminili (collant) e una vetrina di piccoli oggetti in cui hard e soft si avvicendano in una sorta di santuario sciamanico. Il titolo dell’installazione è Cueva de Las Aguas, un riferimento topografico reale al territorio della regione, una grotta con ritrovamenti paleolitici, ma al contempo un titolo simbolico, astrazione per sé se è vero che la grotta senza l’acqua non esiste, come mi ha detto Joan.

ESTRATTO DEL VIDEO:

29/06/2016

Daniela: Pensi che questa residenza abbia cambiato in parte il tuo modo di lavorare?

Sara: Questa residenza mi ha dato l’opportunità di pensare al video in rapporto all’installazione. Ad oggi il mio connubio è stato più tra video e arti performative (musica e danza). Joan mi ha esortata a lasciarmi andare e pensare ad una installazione. Io ne ho fatte molto poche di mie, ma per un momento ho pensato di non fare neppur il video! Joan poi in un incontro individuale mi ha detto di tenerlo e così ho fatto. Non so se sia un cambiamento radicale, ma per me è stato difficile ripensare il video all’interno di un contesto installativo. Credo però di voler tentare di ampliare quest’esplorazione anche spaziale, più expanded.

30/06/206

Daniela: E gli altri partecipanti…

Sara: Tra gli altri artisti, tanti e bravi, Phan Thao-Nguyen. Ha studiato a Ho Chi Minh City aka Saigon e poi a Chicago. Fa parte di un collettivo che si chiama Art Labour (http://www.artlaborcollective.com/) e per il 2016 è la protégé del Rolex Program, sezione Arti Visive (http://www.rolexmentorprotege.com/). Per la residenza ha dipinto una serie di taumatropi ad acquerello.

Phan Thao-Nguyen, 2016, veduta dell’installazione, Fondazione Botín

Tra gli italiani c’era Saverio Bonato, che ha  lavorato con un artigiano locale per riprodurre degli antichi strumenti preistorici usati per comunicare a distanza. Li ha poi registrati e la sua affascinante installazione è principalmente sonora.
Poi Alessandra Messali, che ha creato un pigmento per colorare del cotone con cui creare ex novo dei copri divano. Ha raccolto in particolare una pianta autoctona, Celidonia Mayor, l’ha fatta bollire e usata come colorante per il cotone che ha poi ritagliato creando dei cartamodelli e cucendo con gran maestria.

Alessandra Messali, 2016, veduta dell’installazione, Fondazione Botín

Ti mando anche due foto del lavoro di Mara Danielle Streberger Elizalde, anche se in realtà il suoi ultimi lavori sono field-recordings e la sua ricerca si è spostata sul sonoro dopo una lunga residenza in Groenlandia. Cresciuta nel New Jersey, Mara ha studiato tra NYC, Chicago e Providence (RISD). Ha vissuto 6 anni in Giappone, la sua meticolosità lo dichiara! http://www.elementalground.org/.
Una delle escursioni tra la nebbia del Nansa l’ha ispirata per una sorta di tenda che ha fatto per la saletta della sua installazione. Un lavoro meticoloso, inciso a mano sulla carta giapponese regalataci da Joan.

01/07/2016

Daniela: E di Joan, cosa ti ha colpito particolarmente?

Sara: Pensavo che la cosa che più mi piace di Joan, è il suo mistico pragmatismo americano! Mi piace molto il fatto che i suoi lavori e le sue mostre sembrino quasi dei non-finiti, degli script aperti e trasversali, concedano molta libertà, siano complessi ma non complicati. Una cosa che mi ha detto il giorno del nostro opening mi è tornata in mente, poiché lei riusa spesso footage girato in precedenza, cita pezzi vecchi e reinterpreta con re-enactment, le avevo chiesto che rapporto ha col passato. Mi ha risposto diretta: non ci penso mai!

A cena con Joan Jonas

conversazione a cura di Daniela Cotimbo

Tutti gli artisti: Saverio Bonato (Italia, 1991); Sara Bonaventura (Italia 1982); Aliansyah Caniago (Indonesia, 1987);Santiago Diaz Escamilla (Colombia, 1992); Galia Eibenschutz (Messico, 1970); Ariel Elisabeth Gout (Francia, 1968); Allison Janae Hamilton (EE.UU., 1984); Sonja Silke Hinrichsen (Germania, 1967); Noriko Koshida (Giappone, 1981); Alessandra Messali (Italia, 1985); Carolina Redondo (Cile, 1977); Mara Danielle Streberger Elizalde (EE.UU., 1978); Yusuke Taninaka (Giappone, 1988); Phan Thao-Nguyen (Vietnam, 1987); Xavier José Cunilleras (Spagna, 1979).