Innervisions – Stevie Wonder, le decadenti visioni nella rassegnazione al paradiso

Innervisions – Stevie Wonder, le decadenti visioni nella rassegnazione al paradiso

La ford Thunderbird corre veloce sulla interstate 60. La lancetta del tachimetro sembra poter schizzare via da un momento all’altro. I presentimenti non erano stati dei migliori ma il fascino dell’autostop era stato troppo forte. Si era accostata lei, una donna sulla cinquantina, accento messicano e labbra plastificate. Avevo accettato per cortesia, ma i presentimenti …diamine, uno dovrebbe sempre ascoltare i presentimenti. I cilindri della Thunder schizzano il motore sui 5000 giri di un funky cadensato da cori scats e noi quasi non riusciamo a sentirci. Le geometrie estatiche delle arenarie del deserto si confondono a profilo d’orizzonte. La donna comincia ad urlare estasiata, come se i giri del motore le stessero strappando via dagli ormoni il più soffocante dei suoi orgasmi. « Cazzo quanto sono in alto! Ma perchè non riesco a toccare il cielo? ». Un goffo basso in chiave minore fugge via su nevrotiche sincopi abbandonate su ride. « Avevo mille opportunità…» comincia a raccontarmi. « “Sei un talento” mi dicevano! Ti assicuro, ho dato il massimo…Non ti sembra che sia una donna riuscita? ». Non rispondo. Non riesco a staccare gli occhi dalle righe che corrono via veloci sulla carreggiata e serpeggiano tra le ruote in un bleff contro la morte. « Mi dicono che sono una donna di successo solo nello specchio delle mie droghe, ma guarda quanto sono in alto! Sono troppo in alto..ma quand’è che arriva il paradiso? ». Un assolo plastico di due armoniche gioca con i nostri destini, poi lei rallenta. « Forse sto per morire » sussurra. Riprende a correre, e l’inerzia scivola sui miei piedi il quotidiano locale datato 1974, un anno dopo. Alla pagina 4 c’è la foto della donna al volante. « Non giudicarmi, non potevo più aspettare…».

stevie wonder - douglas kirkland

A un incrocio disperso nel nulla accosta sullo sterrato e capisco che è ora di scendere. Il cielo è gentilmente coperto di calde profusioni di contrabbasso, accompagnato timidamente da un arpeggio acustico e una delicata melodia elettrica. « Aspettavo proprio te » parla una voce alle mie spalle. È un uomo di colore, con lunghe trecce, e una tunica bianca. « Che mondo meraviglioso eh? » mi dice guardandosi attorno sotto i suoi vistosi occhiali da sole. « Le persone camminano mano nella mano, tutti gli uomni sono liberi, l’odio aleggia solo nei nostri incubi e l’amore regna incontrastato. O questa è solo una visione nella mia testa? » Non rispondo, ma solo perchè comincia a piacermi l’idea che l’uomo non si sia accorto del buio abissale in cui stiamo sprofondando. Mi investe una selva di accordi dissonanti. « Lo so benissimo che le foglie sono verdi e che diventano marroni in autunno » mi rivela cogliendo la mia imbarazzata ingenuità. « Ti sei accorto che oggi non è più ieri e che tutte le cose hanno una fine? ». Le sue ruminazioni diventano abbaglianti profezie sulla temporaneità della nostre esistenze. « Mi piacerebbe solo sapere se un posto come quello che vedo possa esistere o dobbiamo aspettare per avere le ali e volare via » e vorrei tanto avere una risposta che non preveda una spasmodica attesa.

Prendiamo il sentiero di un edificio in legno pastellato di bianco, solo una volta dentro mi accorgo di trovarci in un edificio religioso. Ci sono sette file di banchi in legno di quercia, ma non c’è presbiterio o altari, rosoni o statue, solo una grande vetrata d’illuminazione. Prendo posto in fondo, Padre Wonder va dalla parte opposta. « Un ragazzo, nato nel Mississipi » comincia a predicare, mentre si fa strada un rhodes disteso su un tremolo cardiaco. « Ha provato ad affermarsi, voleva solo fare quanto basta per andare in città…in una città dove fosse già stato ratificato il 13° comandamento!». Dalle fila vengono affermazioni di approvazione, tutti hanno gli occhi chiusi e provo a farlo anch’io. Lo vedo, vedo l’uomo di cui sta parlando, sui 60, 14 ore di lavoro alle spalle e ancora lì a sudare, poi una donna, sua moglie, la madre del ragazzo, pulisce i pavimenti per i sogni del figlio. Finalmente il ragazzo parte, New York. Ma quello che trova è diverso dai suoi sogni, non è la città dei grattacieli e dello scintillio, ma un posto cancellato dalle repulsioni individuali dettate da una mancanza di dignità. Per racimolare qualche dollaro il ragazzo comincia a spacciare e la polizia lo incastra: non vedevano l’ora di sbattere un altro negro in gattabuia, lo si legge su quella facce pallide compiaciute. “Dieci anni!”, sentenzia soddisfatto il giudice e il ragazzo lo guarda incredulo mentre realizza l’irreversibilità della sua condizione: NY altro non è che il Mississipi travestito a festa. La voce di padre Wonder si fa greve, come se l’intensità delle visioni non fossero abbastanza dure. Richiudo gli occhi e vedo il ragazzo, invecchiato, dilaniato da 10 anni dietro le sbarre: arranca sui piedi duri tra disperate elemosina e inutili voti. Riapriamo gli occhi, il funky si inasprisce dietro un basso terrorizzato. “If we don’t change the world will soon be over” predica, e i fedeli si uniscono alla melodia del moog, realizzando la potenza dell’unione.

innervisions (cover illustration by efram wolff)

D’improvviso si alzano insieme, come folgorati da un segnale divino e battono le mani sul groove di un clavinet disperso in una giungla di Wah Wah cadenzata da un basso in tre note scuola George Clinton. « Gente, continuate a imparare, continuate a combattere, continuate a far girare il mondo e smettete di dormire, perchè questo schifo non durerà troppo a lungo! » urla padre Wonder, mentre tra di noi ci si perde in un’estasi vibrante. « Sono contento che Lui mi abbia dato un’altra opportunità…un mondo pregiato è possibile, e la soluzione è la fiducia nelle nostre seconde opportunità!».

Fuori si è fatto scuro. Il silenzio è tornato. Le pulsazioni vibrano dritte dalla motown, le frequenze scendono e tutto si fa puro e intimo. Lui bisbiglia « Hello Jesus children of America… ». L’espressione è riflessiva, il volto è preoccupato. « Cosa state ascoltando, pregando, accogliendo? Cosa sentite dentro? ». Noi rimaniamo tutti muti, l’atmosfera è condensata. « Il mondo non diventerà migliore senza la sincerità delle nostre storie, quindi farete meglio a raccontarle gente ».  Alcuni piangono tra i banchi, dilaniati dallo stato di confusione ispirato dalla società moderna. « Transcendental mediation can give you peace of mind… » bisbiglia a una donna travolta dalla disperazione. Sta cercando di rendere ognuno più vicino alla sua parte più genuina per trovare lì il significato. La musica si elettrizza su una congestione di tastiere, la tonalità sale. « Avevate creduto davvero di trovare la felicità in un ago ficcato nella vena? ». Il fallimento del decennio precedente è palesato, e tutti lo stanno realizzando, per loro fortuna non sanno che ne arriveranno altri peggiori. Ritorna la giungla di Wah Wah sull’outro, Wonder si siede e con il viso nascosto tra le mani sussurra « Jesus I need you » e così confessa la sua debolezza con straziante sincerità, il peso insostenibile di sentirsi balurado contro le ingiustizie e nel recupero della dignità di uomini.

La folla defluisce all’esterno in un silenzio mistico e io mi accodo a una coppia di anziani che si stringono la mano forte, forse lo fanno da decenni. Guadagno una panchina e continuo  a fissarli, loro sfumano via felici sulle note di un piano malinconico. « Tutto sembra sereno in amore » pronuncia con voce calda padre Wonder al mio fianco. « é comune per le persone credere che staranno insieme per sempre, ma è solo perchè noi amiamo pensare che tutto andrà per il meglio. Ma poi succede come per ogni cosa che…finisce, e tutto sembra perso, e non sai più cosa fare ». Segue un breve silenzio, dove aleggia silenzioso un sospiro. « Uno scrittore scriverà ancora sull’amore, perchè in fondo non conta quanto sia pericoloso come gioco, ma solo che tutto è grazia nelle trame dell’amore ». Ritornano gli accordi minori del giro iniziale e padre Wonder mi tiene una mano sulla spalla, come un papà che vuole renderti allievo delle sue esperienze. « Tutti affermano che i nostri destini sono scritti nella pietra, ma nell’amore tutto è determinato dalle nostre scelte. Io credevo di aver fatto quelle giuste, ma ho perso la mia battaglia. Cerca di ricordare: anche quando giocherai dalla parte sbagliata, tutto sarà grazia nell’amore ». Si alza e va via, incespicando nel buio dei suoi occhi, mentre le penne degli scrittori nel mondo crepitano sul suono di un soffice rhodes finale.

Stevie Wonder

Mi incammino verso la città più vicina, colto da un’insolita allegria. Nell’aria spira una bossa nova scherzosa, e continuo a sentire la voce di padre Wonder nella mia testa che suggerisce di non preoccuparsi delle cose inutili della vita, e di scegliere di lottare solo per le cose per cui vale la pena. Sembra scontato ma nessuno lo fa. All’ingresso della città c’è un grosso negozio di elettrodomestici, in vetrina sono esposti una dozzina di televisori a tubo catodico dalla cornice scadente. Nixon sta parlando dalla casa bianca, e nel riflesso dello schermo curvo riesco a vedere tutta la tristezza della gente che mi passa dietro. C’è spazio solo per un pianoforte a coda e poco altro, i sapori tornano tristi e l’apparenza del nostro sentirsi artefici torna a farsi forte. L’uomo che ha comprato gli Stati Uniti e il mondo intero con dei soldi contraffatti continua a parlare. C’è del marcio nei suoi occhi, è il classico uomo che non paga se non sa che può avere di più, che non versa i debiti delle scommesse perse, che non ha ancora imparato che nella vita conta più l’esperienza offerta che il valore materiale che si possiede. Eppure lui è lì. Lui è un “Mr. Io so tutto”, lo sa ma cerca di nasconderlo. Mi guardo attorno nei colori della sera, scende un gospel intenso sulla potente voce soul di Wonder. Avremmo avuto un futuro migliore senza di lui, sembrano pensarlo tutti, ma se potessero lo voterebbero ancora: ci si sente meno male quando si viene ingannati da volti sorridenti che non ad ascoltare una cruda verità.

Una foglia arrugginita dall’autunno mi cade sui piedi e mi tornano in mente le parole di padre Wonder… “Lo so benissimo che le foglie sono verdi e che diventano marroni in autunno, ma mi piacerebbe solo sapere se un posto come quello che vedo possa esistere o dobbiamo aspettare per volare via”. Devo andare e mi rivolgo di nuovo alla vetrina in cerca di una risposta immediata, come se Nixon potesse chiedermi scusa. Trovo invece un grosso televisore al plasma, sta parlando un omone grosso dall’abbronzatura sospetta e i capelli laccati, quasi quasi preferisco non vedere come va a finire…quand’è che arriva il paradiso?

Mariano Biasella