La fotografia che parla. Intervista a Pablo Mesa Capella

La fotografia che parla. Intervista a Pablo Mesa Capella

Pablo non è un fotografo, ma con la fotografia ha instaurato un rapporto speciale. Pablo non è romano, ma ora conosce il quartiere di San Lorenzo, uno dei cuori pulsanti della Capitale, meglio di tanti autoctoni. Ma soprattutto, Pablo non è geloso delle sue scoperte: il suo scopo, al contrario, è di comunicarle alla collettività.
La forma che Pablo Mesa Capella ha adottato per mettere in atto questa volontà di condivisione èCartes de visite. Materia sensibile, in corso fino a domani giovedì 4 luglio al Pastificio Cerere di via degli Ausoni e nelle strade limitrofe: a cavallo tra installazione, archivio e arte pubblica, è un ragionamento aperto sulla natura materiale, simbolica e sociale dell’oggetto fotografico. Ho incontrato Pablo sul luogo della mostra e ripercorso con lui l’origine e il significato del progetto.

Cartes de visite è un disegno a più livelli in cui fai confluire il lavoro di mesi e il pensiero di anni. Innanzitutto, ci puoi raccontare come si struttura?

Questo progetto è composto da due parti, una di natura installativa e l’altra interattiva. Nel cortile del Pastificio Cerere ho ricreato un mondo di volti che si affacciano dal passato, ricoprendo le pareti di riproduzioni di cartes de visite, un ritratto di piccolo formato che veniva usato come biglietto da visita a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento. Per le strade di San Lorenzo, invece, ho individuato delle tappe, ognuna delle quali corrisponde alla storia di un abitante del quartiere raccontata attraverso una fotografia. Lo spettatore può rivivere la storia, ascoltandola tramite un’audioguida e osservandola grazie a un’affissione che riproduce la fotografia stessa in grande formato.

L’immagine fotografica è chiaramente la cifra visiva su cui si poggia l’intero progetto. Esiste un’interazione tra le due parti anche a livello di significato?

Sicuramente l’elemento fotografico è portatore di diversi concetti fondamentali. Uno di questi è l’idea di identità. Ciò che il progetto mette in evidenza è che la fotografia è il dato visibile di una realtà ampia, cioè della storia di una persona così come del contesto in cui questa si svolge. In un’epoca in cui si scattavano molte meno fotografie rispetto ad oggi, la carte de visite racchiudeva l’intera vita di un soggetto: non solo l’aspetto fisico, ma anche lo stato economico, l’estrazione sociale, la professione. Queste immagini sono anonime solo perché non hanno un nome, ma in verità strabordano di personalità.
Allo stesso modo, le foto disseminate per le strade hanno una doppia natura: sono private e legate ad avvenimenti del tutto personali, ma allo stesso tempo riflettono la storia dell’intero quartiere e sono inscindibili dal contesto in cui hanno visto la luce.

La fotografia, dunque, come la punta di un iceberg, come la materia sensibile di una trama invisibile di relazioni. Oltre a questa visione principale, esistono altri fattori che ti hanno spinto verso il medium fotografico?

La passione per la fotografia è nata dal collezionismo. Cominciai anni fa ad acquistare le cartes de visite nei mercatini in giro per l’Europa perché ero attratto dalla potenza di questi oggetti apparentemente insignificanti. Ad un certo punto ho capito che non potevo limitarmi ad accumularle ed è nato il desiderio di renderle di nuovo vive: attraverso l’installazione le riporto in scena, come attori su un palcoscenico. In questo, il fatto di essere laureato in Regia scenica e di aver lavorato molto con il teatro ha sicuramente avuto una grossa influenza.

Esiste nell’arte contemporanea una tendenza crescente all’utilizzo del materiale del passato e degli archivi dispersi: le pratiche artistiche basate sulla fotografia trovata e vernacolare, da vent’anni a questa parte, sono infatti sempre più numerose. Come ti poni nei confronti di questo fenomeno?

E’ innegabile che il materiale fotografico del passato sia esteticamente affascinante. Una delle ragioni del mio interesse per le cartes de visite, la più istintiva forse, è proprio l’accuratezza compositiva e la preziosità materica. Ma al livello di collezione o allestimento è necessario che l’artista sovrapponga altre esigenze di elaborazione, altrimenti si rimane nel campo dell’hobby evoluto o dell’esercizio di stile.

Di che esigenza si tratta, nel tuo caso?

Di responsabilità. Come dicevamo prima, ogni foto porta con sé una storia, e ogni storia esige rispetto. Io agisco da tramite, da catalizzatore che rimette in gioco l’immagine, senza interferire con l’immagine stessa. E’ ciò che ho fatto anche nella parte del progetto legata alle storie di quartiere: ho chiesto a ciascuno degli abitanti che ho incontrato di scegliere uno scatto rappresentativo, e io mi sono limitato ad accoglierlo, così come ho raccolto la testimonianza legata ad esso. Non si tratta di interviste, ma di racconti.

Come hai effettuato la selezione tra le storie che hai registrato?

Non ho operato nessuna selezione. Ho voluto inserire nel percorso tutte le storie che ho raccolto, quindi una volta arrivato a venti testimonianze mi sono fermato. Questo modo di procedere si lega all’esigenza di cui ti parlavo prima: sarebbe stato forse più facile raggruppare un numero maggiore di immagini (e quindi di voci) e poi fare un collage di quelle migliori, ma così facendo avrei perso di vista il mio scopo iniziale.

Ed è sempre legata al concetto di responsabilità la volontà di evitare che il materiale ritrovato torni nell’oblio una volta terminata la mostra…

Esatto. Qualcosa rimarrà anche a mostra conclusa: sul sito di sguardo contemporaneo, che ha curato il progetto, è stato creato un archivio digitale contenente i venti contributi narrativi più uno di natura esclusivamente sonora. E per concludere l’avventura senza nostalgia, dalle 21:30 di stasera si può approfittare di una passeggiata di gruppo del percorso, guidata da me e dai curatori.

Intervista a cura di Paola Paleari


Cartes de visite. Materia sensibile

un progetto di Pablo Mesa Capella
a cura di sguardo contemporaneo

19 giugno – 4 luglio 2013

Roma, Quartiere San Lorenzo
Installazione presso il Cortile della Fondazione Pastificio Cerere – via degli Ausoni, 7
Percorso sonoro per le vie del quartiere

stasera, mercoledì 3 luglio, dalle 21.30
passeggiata notturna del percorso sonoro in compagnia dei curatori e dell’artista.
Per partecipare, scrivere a info@sguardocontemporaneo.it