Operativa Arte Contemporanea: una nuova avventura per Carlo Pratis

Operativa Arte Contemporanea: una nuova avventura per Carlo Pratis

Carlo Pratis, la cui esperienza di gallerista alla Delloro è nota, abbandona questo progetto per dedicarsi ad un vero e proprio atto di rifondazione: «un modo per riaffrontare il lavoro di gallerista con un nuovo orizzonte e una differente maniera di agire».

Un nuovo nome, uno spazio rivisitato e una nuova generazione di artisti su cui puntare: nasce così l’avventura di Operativa Arte Contemporanea. Proprio Carlo ci introduce a questo ambizioso progetto.

Impossibile esimersi da questa prima domanda. Dal 2009 gestisci con successo una galleria che collabora con nomi altisonanti, legati al panorama delle avanguardie anni ’60 e ’70; ora decidi di cambiare rivolgendoti al panorama emergente. Quali sono le motivazioni che ti hanno condotto a questa coraggiosa scelta?

L’esperienza fatta con Delloro è stata una necessaria palestra per capire e assorbire da una parte le avanguardie degli anni ’60 – ’70, e dall’altra lavorare a fianco di artisti con una professionalità incredibile, acquistata con anni e anni di mostre ad altissimo livello. Tutto ciò però in qualche modo mi aveva disabituato e reso più distante dalla mia generazione e dal capire il linguaggio con cui si esprime. Questo nuovo progetto quindi vuole essere un netto punto di rottura con l’esperienza passata, essere in qualche modo anche un esercizio per (ri)abituare il mio sguardo alla scena veramente contemporanea.

Mi raccontavi che la scelta degli artisti è seguita ad un periodo di ricerca che ha previsto numerose visite negli studi italiani ed internazionali. Alla fine hai optato per sei artisti italiani, legati al territorio romano: Josè Angelino, Alessandro Dandini, Diego Miguel Mirabella, Leonardo Petrucci, Serj e Alessandro Vizzini, protagonisti di un ciclo di 2 mostre collettive intitolate Il peso della mia luce. Cosa ha guidato questa scelta?

La mostra con cui ho deciso di iniziare questo nuovo progetto è incentrata sul lavoro di sei ragazzi tutti di base a Roma e praticamente inediti. Nasce innanzi tutto dal mio desiderio, almeno per questa prima mostra, di poter seguire gli artisti davvero da vicino, potendo veder crescere le opere e tutto ciò che vi è dietro giorno per giorno. Ovviamente c’è anche la chiara intenzione di voler mostrare un gruppo di artisti che condivide con me lo stesso territorio e la stessa scena romana. Per questo progetto iniziale non ho voluto infatti cedere all’esotismo tutto italiano di dover inseguire a forza nomi di giovani stranieri. Ovviamente la galleria si occuperà anche di giovani internazionali, ma non in questa prima mostra. Su Roma è iniziata la mia ricerca sulla mia generazione, e su Roma quindi doveva essere la prima mostra di Operativa.

Attraverso le tue visite agli studi e le conseguenti scelte, hai avuto modo di mettere insieme artisti che oltre a condividere l’area geografica di riferimento, mi sembra abbiano in comune anche un determinato tipo di linguaggio e di processo operativo. Che immagine ti ha dato, questa tua ricerca, della generazione nostrana attuale?

Il linguaggio della mia generazione è molto cambiato rispetto a quello della generazione precedente. Le opere di molti artisti italiani che hanno esordito nella fine degli anni ’90 erano spesso caratterizzate dall’uso specifico di una determinata materia che rendeva facilmente riconoscibile il lavoro. Sto parlando dell’uso dei pneumatici di Canevari, del chewing gum di Savini o della spugna sintetica di Paolo Grassino, ma anche una tecnica pittorica specifica, come ad esempio nelle tele di Cristiano Pintaldi. Questo modo di operare è sparito nella mia generazione. Credo che oggi il lavoro dei miei coetanei sia figlio di una certa ricerca concettuale degli anni ’70 e di chi se ne è fatto interprete negli anni a seguire, come Alberto Garutti, Luca Vitone, Stefano Arienti e tutta quella generazione post-concettuale.

Oggi quindi, da una parte non si punta più ad una facile riconoscibilità tramite la reiterazione di uno specifico elemento, e dall’altra quindi si tende ad un’opera di forte matrice concettuale, ma con una connotazione estetica fortemente scultoreo-installativa.

Quello che accomuna il lavoro di tutti e sei gli artisti che ho coinvolto in questo primo progetto è senza dubbio una comune radice concettuale, ma allo stesso tempo una tendenza ad esprimerla con opere di una certa imponenza, che affrontano i volumi della galleria in maniera molto decisa.

Con ovvie differenze tutti e sei hanno affrontato il tema della luce in modo molto intimo ma allo stesso tempo freddo e scientifico.

Alessandro Dandini ad esempio ricrea queste incredibili albe artificiali in studio per poi catturarle con una Polaroid. È un gesto profondamente poetico ma allo stesso tempo tecnico. È come se quelle Polaroid fossero il frutto di un esperimento di laboratorio per catturare però una cosa impalpabile come il bagliore dell’alba.

Allo stesso modo Alessandro Vizzini e Leonardo Petrucci affrontano il tema della luce con un approccio assolutamente simbolico-alchemico. La luce è rappresentata tramite dei simulacri: solidi geometrici, minerali, pigmenti di colore. E anche qui si percepisce la scientificità di un laboratorio.

Domanda impertinente, ma che sicuramente genera la curiosità collettiva. La prima delle due esposizioni del ciclo Il Peso della mia luce è stata inaugurata lo scorso venerdì 19 aprile e prevedeva gli interventi di Diego Miguel Mirabella, Leonardo Petrucci e Serj. Il successo della serata è fuori discussione data l’enorme quantità di partecipanti. Quali pensi saranno le risposte da parte del mercato dell’arte?

Il mercato dell’arte in Italia, in questo momento, è ovviamente in totale immobilità. Ti devo dire però che la galleria si è sempre rivolta sopratutto ai miei coetanei, che proprio in questo momento stanno raggiungendo una certa indipendenza economica e stanno iniziando a capire che non si possono appendere i quadri di Ikea alle pareti: da loro ho avuto un buonissimo feedback, in fondo il mio lavoro deve essere anche quello di creare nuovi collezionisti.

Inoltre non mancano i tanti collezionisti di storico che mi hanno accompagnato durante tutta l’esperienza con Delloro, che hanno mostrato un crescente interesse per il contemporaneo e in un momento del genere preferiscono acquistare un giovane piuttosto che affrontare una spesa più impegnativa per l’ennesimo quadro di Boetti o Castellani.

Un altro dato interessante, emerso dalla nostra chiacchierata, riguarda il tuo volerti proiettare anche al di fuori della galleria con iniziative di vario tipo. Vuoi parlarci di questa aspirazione?

In questo ultimo decennio il ruolo del gallerista è cambiato radicalmente.

Credo che oggi il mio operare debba essere sempre più simile a quello di un manager di un’etichetta musicale: un ruolo quindi sopratutto di intermediazione con musei e altri spazi pubblici, per mettere così l’artista in condizione di confrontarsi con progetti sempre più ambiziosi, fuori dal canonico spazio espositivo della galleria. Considerare come unico perimetro di lavoro le pareti della galleria è un modo di operare che tra un poco non sarà preso in considerazione nemmeno più a via Margutta. Questa è una lezione che ho già messo in pratica durante l’esperienza con Delloro, dove abbiamo collaborato numerose volte con il Macro, con l’Auditorium, con la pazzesca location della Chiesa di Santa Rita o con Luci d’Artista a Torino. Sopratutto a Roma, con la quantità straordinaria di musei e altri luoghi espositivi a disposizione, sarebbe una follia non operare così.

Intervista a cura di Daniela Cotimbo

Il peso della mia luce

Diego Miguel Mirabella, Leonardo Petrucci, Serj // 19 Aprile 13 – 18 Maggio 13

Josè Angelino, Alessandro Dandini De Sylva, Alessandro Vizzini // 24 Maggio 13 – 15 Giugno 13

www.operativa-arte.com