Janis Joplin: “Pearl”. Il fragore di una donna lasciata sola

Janis Joplin: “Pearl”. Il fragore di una donna lasciata sola

Ci sono dei periodi nella vita in cui ci si sente stretti in un legame indissolubile a una persona mai vista e/o conosciuta. Mi è successo tempo fa, e come ogni storia d’amore che si rispetti la nostalgia ritorna a galla quando il destino ti presenta un oggetto che con il suo profumo ti trascina di peso a quelle nostalgiche sensazioni di una volta. È  bastato un bicchiere di Southern Comfort e improvvisamente Janis è tornata nella mia stanza. A piedi nudi, in silenzio, con il suo caftano color terra e i suoi giganti occhiali rosa. Le alzo il bicchiere e soffio un “cheers”. Lei mi sorride, come sempre, malinconica. Malinconica come quel blues che si porta dentro dal giorno in cui è nata nel Texas, terra dai mille contrasti, terra dalla ricchezza smisurata e dal rifiuto dell’integrazione razziale, terra dei cowboy e dello spazio, terra dello Spindletop, della fine di Kennedy ma anche della migliore finezza musicale mai concepita.
Janis si guarda attorno nella mia stanza, sembra non essere passato nemmeno un giorno da quando mettevo su il vinile di Pearl e cominciavo a viaggiare fermo sul mio letto con gli occhi alla finestra.
Pearl è un connubio irreplicabile di blues, rock, rythm n’blues, soul e folk. Una poligamia perfetta e irripetibile.

Photo of Janis Joplin

“Mi sentivo sola quando ho scritto Move over” mi spiega seduta a gambe accavallate sulla mia scrivania mentre i bassi del blues gonfiano le pareti della mia stanza. La struttura della strofa è ridotta a brandelli, ricoperta di polvere, e la sua voce sembra voler mettere insieme i pezzi con una potenza sovrastante, alternandosi alla potenza della Full-Tilt Boogie Band, quasi ad aver bisogno di prendere il respiro.  “In realtà quell’uomo di cui parlo non c’era, ma forse ne avevo bisogno: avevo bisogno di qualcuno che mi rifiutasse, che volesse essere pregato, una persona sicura che il suo amore fosse quanto di più prezioso ci sia al mondo”.

Il vinile per un attimo sfrigola sul nostro silenzio. Poi le terzine rabbiose di Cry Baby vibrano forti nell’aria, e Janis abbozza un sorriso quando ascolta il suo urlo strozzato nella parola “Cry”. Sono 4 secondi, 3 note, ma una volta che le ascolti ti rimangono dentro per sempre. “Ci sono mille modi di dire qualcosa” mi spiega lei. “Spesso scegliamo quello sbagliato perchè lo facciamo con istinto, invece quella volta pensai di scegliere non quello giusto ma quello perfetto”. Cry Baby è una preghiera gospel, il modo di una donna di riaccettare un uomo che aveva preferito un’altra a lei. Cry Baby è accoglienza, è il ritratto di quell’uomo che piange tutte le sue lacrime sul petto della sua donna, e di una donna che gli offre le chiavi per capire la sua vita: “quando giri per il mondo, dici che dovresti provare a cercare la fine della strada, ma tutto quello che devi fare è essere un brav’uomo almeno una volta per una donna e quella sarà la fine della strada”.

Sulle note di piano di A woman left lonely si accende una sigaretta e sfuma il suo sguardo nel vuoto. Ascolto i suoi versi, accompagnati da un soft-blues che offre un elegante tappeto al suo strazio, e quando mi guarda capisco che non c’è altro da dire. “Una donna lasciata sola diventerà presto stanca di aspettare, e quando lei si sente sola, sta pensando al suo uomo”. Chi la conosceva ha raccontato più volte della malinconia nei suoi occhi alla fine di ogni concerto, la malinconia di una donna che ha riempito il cuore di migliaia di persone per lasciare il suo inesorabilmente solo e che torna a casa dove “la febbre della notte brucia la donna non amata”. Si arrabbia e strepita quando canta “Lei sa che lui la sta dando per scontato, yeah yeah, Dolcezza, lei non capisce” perchè sa che quella donna che sa ma non capisce è lei.

Janis Jolpin (jan Perrson)

Quando Half Moon prende piede, Janis mi spiega la sua curiosità e la sua voglia di interpretare i suoni del momento. E infatti in uno dei brani più riusciti al livello di successo, si leggono le percussioni di Santana, il ryhtm’n blues di Joe Cocker e la chitarra funky dei germogli della disco music egregiamente interpretata da John Till.  Questa volta le parole cantano di un amore felice e riuscito, di un amore che porta gioia e vita. Ma l’impressione è di un testo artefatto che vuole privilegiare il ritmo e la musicalità, nella consapevolezza che il freddo glaciale dei suoi sentimenti rischia di perdere di valore se giocato ogni volta che si può.

Non è un caso che Janis si alzi e sollevi la puntina. Gira il vinile sul lato B e va sulla prima traccia. My baby è la prima volta di Janis con la tenerezza, la voce è morbida e modulata, e raramente graffia e stride o azzarda quelle note che le richiedevano le pene dell’anima. “Mi manca tanto mio padre sai? Sono felice di avergli dedicato questo brano”  mi parla guadagnando il posto accanto a mio sul letto. My baby è il riflesso di una donna che si sente sola e abbandonata, che confessa le sue debolezze, il bisogno di cercare più e più volte la calma della voce paterna, la percezione di quel rapporto carnale. “In quel periodo era come se ognuno avesse dimenticato il posto da dove veniva, ognuno era nato da solo da qualche parte. Quando gli altri mi dicevano che l’amore è sofferenza, io pensavo… No! Questo è vero per te, per Janis no, tutto ciò che lei deve fare è chiamare il nome di suo padre. Lui c’è sempre stato”. Il finale si dondola sul ritornello ripetuto più volte, come i gospel del profondo sud, come se quel rapporto fosse la sua sacralità, il suo sentiero religioso.

Me and Bobby McGee corre via veloce, come Janis vorrebbe. È una canzone scritta da quello che riteneva il suo amore, Kris Kistofferson, lo stesso che durante la sua veglia funebre pensò bene di approcciare la sua migliore amica. La storia è di stampo Kerouac: due amanti che bucano la gomma e scoprono il loro amore in autostop sulle strade d’america, dalle miniere del Kentucky al sole della California. Ma per Janis il sogno sembra non funzionare e mi chiede del Southern. Basta un ricordo, un graffio che ritocchi vecchi nervi scoperti per scegliere la via più facile: quella della perdizione e dell’annullamento. Poi mi guarda e mentre la sua voce canta gli ultimi versi della strofa lei mi declama parlando: “Libertà è solo un’altra parola per chi non ha più nient’altro da perdere. Niente è tutto ciò che Bobby mi ha lasciato”.

Janis Joplin (Lisa Low) - immagine di copertina

Poi arriva una preghiera. Un canto religioso scandito da un battere di mani intitolato Mercedes-Benz: un ossimoro che si consuma in meno di due giri d’orologio. “Questa l’ho cantata due giorni prima di lasciare questa sudicia fogna di mondo” si confida guardando il suo bicchiere di whiskey. Ma in realtà non ce n’è bisogno, un ascoltatore attento capisce che qualcosa non va: la voce è stanca, è cartavetrata sporca, e si affatica spesso. “Li guardavo tutti attorno a me… tutti pronti a giudicare, a professare ‘pace e generosità’, ma poi ognuno si cullava nella sua avidità attratto dal consumismo sfrenato di un mondo che era ancora da venire: quello che è diventato il vostro”. Quei versi sono i versi della nostra generazione, fatta di persone che a Dio non hanno nulla da chiedere se non un giro di birra al bar o una montagna di dollari. Fatta di quei ragazzi che se potessero chiederebbero una Mercedes-Benz ma solo perchè tutti i loro amici hanno una Porsche.

Trust me è una ballad scolpita direttamente sulla pelle di Janis. Quella vera, quella insicura e timida che chiede al suo amore tempo, e lo fa più volte come se avesse paura che quella richiesta potesse diventare troppo. La sua voce quasi sussurra, è impacciata, è meravigliosa. Lei chiedeva spasmodicamente conferma di un amore che non esisteva, che non aveva ragione di esistere solo perché lei richiedeva dal principio sincerità. Provava a mostrarsi sufficiente, ma soffriva in maniera straziante per gli abbandoni dei quali era vittima. “Non riuscivo a capacitarmi di come le cose non funzionassero con gli altri, sapevo che era solo perché chiedevo troppo ma non riuscivo a farne a meno”  mi dice, mentre la sua voce canta quasi piano, come travolta dalla timidezza: “Credi in me, credi nel mio amore, credi nel mio amore, ti chiedo di avere fede”. La canzone scolorisce nel finale, come la sua fiducia in un futuro senza fine da condividere con qualcuno.

La chiusura è ancora un lento. Un lento di ardente intensità. È la simbiosi perfetta tra la sua band e Janis, che decide di spogliarsi in un inno alla vita. Mi invita in un lento, e come dirle di no. “Se leggi i giornali, saprai solo di gente che si combatte l’un l’altra” mi bisbiglia facendo eco alle sue parole. “Ma c’è dell’amore e tu devi prenderlo finché puoi”.  La guardo negli occhi, vorrei dirle che fino a quel momento mi ha insegnato altro, che l’amore è disparità e sofferenza, è caricarsi di una pena e di una persecuzione. “Quando stai amando qualcuno, stai scomettendo su una piccola sofferenza”, sembra capire. “Ma poi… chi se ne frega? Perché domani potremo non essere qui, è questo ciò che conta”. Il nostro lento finisce di ardere nella sua gola che sprigiona tutta la sua tempra e tutta la sua sensualità urlando: “Aggrappati al suo cuore, prendilo, desideralo, tienilo, necessitalo, prenditelo finché puoi”.

La puntina del vinile gira a vuoto nel silenzio della mia stanza. Apro gli occhi e sono in piedi da solo, ma dilaniato dalla voglia di vivere e farmi straziare dall’amore. Perché Janis Joplin è questo: la voce di quella parte che ognuno di noi nasconde dentro, l’emotività melodrammatica di chi riconosce ancora la sublimità dell’amore e ha bisogno di una guida per non rimanerne scottato, ma soprattutto per non dimenticare che farne a meno è da veri idioti.
“Cheers” Janis.

Mariano Biasella