Jason Shulman: un film in un frame

Jason Shulman: un film in un frame

É cosa nota che, sul piano tecnico, il cinema sia un’evoluzione della fotografia. Cosa succederebbe, però, se si ripercorresse a ritroso questo processo evolutivo, e si volessero invece realizzare delle fotografie a partire da film? A questa domanda risponde l’opera dell’artista inglese Jason Shulman che, con la sua serie Photographs of films, da qualche anno traduce i più grandi capolavori del cinema mondiale di tutti i tempi in singole immagini, senza adottare alcun criterio selettivo, semplicemente fotografandoli da uno schermo ad altissima risoluzione e con dei tempi di esposizione incredibilmente lunghi.
Si tratta di una sorta di esperimento scientifico, di cui l’autore non può conoscere a priori il risultato finale, ma si limita, come un novello Man Ray, ad attendere che l’immagine si compia in maniera casuale e spontanea. Ciò che ne risulta sono fotografie incredibilmente dense ed enigmatiche, in cui spazio e tempo sono compressi, destrutturati, e rappresentati in maniera senza dubbio originale.

Jason Shulman, Inferno (1980)

Jason Shulman, Inferno (1980)

Simili esperimenti visuali erano già stati messi in atto in passato da un altro grande esponente della fotografia artistica, Hiroshi Sugimoto, che, con la sua celeberrima serie Theatres,giàdagli anni Settanta si era posto lo stesso obiettivo, ossia di fissare interi film in singole fotografie. Pur partendo da una stessa operazione concettuale, però, i risultati delle ricerche dei due artisti sono diametralmente opposti, soprattutto a livello visivo. Nelle opere di Sugimoto, infatti, la sintesi per addizione dei vari fotogrammi porta a una totale assenza dell’immagine, e i film sono ridotti a semplici schermi bianchi in sale deserte. In quelle di Shulman, invece, ad essere generata è una totale presenza, e i film si traducono in immagini caotiche e quasi pittoriche, collocabili a metà tra l’Espressionismo Astratto e il romanticismo di Turner.
Nelle opere di Shulman, i numerosissimi fotogrammi che compongono i film, sovrapponendosi, generando un intero che è qualcosa di diverso, o maggiore, rispetto alla somma delle sue singole parti. Il livello della comprensione logica e del suo significato inevitabilmente si perde, lasciando spazio ad un’esperienza puramente estetica ed emotiva.

Jason Shulman, Il vangelo secondo Matteo (1964)

Jason Shulman, Il vangelo secondo Matteo (1964)

Tuttavia, nel passaggio da film a immagine statica e muta, niente è perso realmente, e anche se il modello originale è intuibile solo grazie al titolo, si tratta in un certo senso comunque di una traduzione. La figurazione si fa apparentemente assente, così come la narrazione e come lo scorrere del tempo. Essi, però, continuano ad essere presenti, anche se a un livello subliminale. Ne resta il ricordo, la memoria. Proprio come il suono: entrambi ci sono, ma non si vedono.
Questo pone un problema di definizione, o, se vogliamo, di interpretazione delle opere. Difficile, infatti, diventa stabilire di che tipo di immagini si tratti. A prima vista appaiono come composizioni astratte, ma sappiamo che in realtà registrano intere storie, che continuano a essere racchiuse in maniera più o meno manifesta nelle loro nuove sembianze.

Jason Shulman, La Grande Bellezza (2013)

Jason Shulman, La Grande Bellezza (2013)

Si parla allora di astrazione o figurazione? Probabilmente si può ridurre tutto a una questione di punti di vista, di ottimismo e pessimismo. Come nella storia dello stolto e della luna, alcuni si concentreranno sul dito, e penseranno che si tratta solo di immagini astratte senza più alcun riferimento a qualcosa di reale e intellegibile; altri, invece, riusciranno a vedere al di là, verso il film che vi è condensato all’interno, scorgendo così la luna. Comunque si vogliano vedere, una cosa è certa: si tratta di un bello spettacolo.
Per godersi questo spettacolo, e decidere da che parte stare, i romani hanno tempo ancora fino al 25 marzo, ultima data utile per vedere dal vivo le opere di Shulman alla White Noise Gallery di San Lorenzo, dove 13 tavole di grande formato appartenenti a questa serie sono esposte per la prima personale italiana dell’artista londinese.

Camilla Federica Ferrario

Jason Shulman
Fast Forward
Fino al 25 marzo 2017

White Noise Gallery
Via dei Marsi, 20/22 – Roma
Ingresso libero

www.whitenoisegallery.it
www.jasonshulmanstudio.com

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