La Fotografia è morta, lunga vita alla fotografia

La Fotografia è morta, lunga vita alla fotografia

Avete mai sentito annunciare che “la fotografia è morta”? Io sì, e purtroppo non al bar, ma in luoghi preposti alla stessa, da soggetti che curandola ne hanno campato per anni.
Queste parole ricalcano curiosamente l’infelice espressione con la quale nel 1839 il pittore Paul Delaroche commentò la presentazione dell’antenato della fotografia, il dagherrotipo: “da oggi la pittura è morta!”. Infelice allora, perché fu proprio in stretto connubio con quell’invenzione che prese avvio l’Impressionismo; infelice oggi, perché i fenomeni ritenuti responsabili del malessere dell’ottava arte la stanno al contrario e già da tempo traghettando oltre i confini di se stessa.
Approfondendo il paragone: nel 1863, ossia poco più di vent’anni dopo il colpo che le sarebbe dovuto essere fatale, la pittura era talmente morta che si dovette predisporre un luogo apposito per accogliere le oltre tremila opere scartate dalla commissione dell’Accademia di Belle Arti per la tradizionale esposizione parigina; quel luogo, voluto da Napoleone III, fu chiamato Salon des Refusés. L’imperatore ci aveva visto lungo, perché lì dentro finirono Le déjeuner sur l’herbe e altre tele del medesimo calibro.
Guarda caso e passando all’oggi, Salon des Refusés è la denominazione che il curatore John S. Weber ha utilizzato per descrivere un lavoro fotografico composto di opere scartate – mille, per la precisione – ideato e sviluppato da Joachim Schmid.
Lui è un soggetto che sfugge ad una definizione univoca: artista, collezionista, sociologo, critico, ladro, bugiardo (1); di sicuro sappiamo che è tedesco.
Il progetto in questione invece è Bilder von der Straße (Pictures from the Street) e per raccontarlo non esiste termine più appropriato di “raccolta”, dal momento che si tratta di un archivio composto esclusivamente da fotografie raccattate dalla strada: tutte trovate per caso, qualcuna ricomposta per riparare al gesto di chi l’ha strappata prima di gettarla a terra, e quindi progressivamente numerate. Nessun autore noto dietro alle immagini protagoniste della collezione, nessun altro tipo di intervento da parte del nostro.
A partire da questo lavoro – uno dei primi e più famosi dell’artista tedesco, nonché quello che maggiormente aderisce ai contorni della found photography vera e propria – Schmid ha sempre operato utilizzando fotografie già scattate da altri, sovrapponendo con una costanza quasi maniacale la (sua) logica al caso, secondo modalità e finalità in tutto e per tutto dadaiste. Queste tendenze hanno trovato proprio su uno dei fronti maggiormente esecrati da chi ha già fatto i funerali alla fotografia – ossia il digitale, il web e le reti virtuali di condivisione delle immagini, prima fra tutti Flickr – lo spazio ideale di espansione, costringendoci a guardare all’assurdità della sovrapproduzione visiva attuale con lucidità e consapevolezza, quasi fossimo uomini del futuro che con rigore scientifico studiano le abitudini delle civiltà che li hanno preceduti.
In Other People’s Photographs, Schmid ha riunito oltre tremila foto prelevate da Internet allo scopo di enciclopedizzare (e dunque in qualche misura neutralizzare) la frenesia fotografica dell’uomo comune, che, quasi fosse spinto dalla pervasività della tecnologia, si ritrova a immortalare n’importe quoi. La forma finale del lavoro è una collana di novantasei libri, ciascuno focalizzato su un tema specifico (Dogs, Feet, Postcards, Sunsets), sfogliando i quali si rimane affascinati e al tempo stesso nauseati dallo srotolamento escheriano di immagini che sono tutte uniche eppure tutte uguali.
Secondo una politica che copre l’intera produzione dell’autore, i volumi sono autoprodotti e vengono stampati su richiesta. Altro punto di scostamento dalla dottrina dei predicanti che, a lutto annunciato, tentano di vendere consolazione con il commercio di reliquie; come a dire: se è vero quanto è vero che la fotografia è stata uccisa, salviamoci nella venerazione delle opere dei santi da comprare a caro prezzo.
In generale, l’operazione di Schmid non è nuova in termini assoluti, né unica nel suo genere, ma il fatto che anche personaggi dello spessore di Franco Vaccari abbiano scritto di lui e il MuFoCo – sigla dal sapore vagamente entomologico che sta per Museo della Fotografia Contemporanea (l’unico in Italia) – gli abbia appena dedicato una mostra, sta evidentemente a significare che questa nuova pratica fotografica – non autoriale, ma allargata e allo stesso tempo analitica – è una delle frontiere più promettenti e stimolanti con le quali chi si occupa di quest’arte non può oggi fare a meno di misurarsi.
Dunque sì signori, la Fotografia forse è davvero morta; ma la fotografia non è mai stata meglio.

Paola Paleari

www.schmid.wordpress.com
www.mufoco.org

(1) cfr Stephen Bull, www.cefvigo.com/ingles/galeria_joachim.htm