La materia selvaggia di Clarice Lispector

La materia selvaggia di Clarice Lispector

Eternità non era solo il tempo, ma qualcosa come la certezza radicata e profonda di non poterlo contenere nel corpo per via della morte; l’impossibilità di oltrepassare l’eternità era eternità; com’era eterno un sentimento nella sua purezza assoluta, quasi astratto.

Quando il romanzo d’esordio di Clarice Lispector, Perto do caração selvagem, apparve per la prima volta in Brasile, i critici gridarono al miracolo, celebrando l’allora giovanissima scrittrice come una novella Virginia Woolf sudamericana. E se in effetti vi è un’affinità – elettiva ma casuale – tra la scrittura di Woolf, soprattutto la Woolf de Le onde,e il romanzo d’esordio di Lispector, quest’ultimo rivendica una poetica tutta sua. Nonostante l’innegabile cerebralità dei flussi di coscienza – a volte in prima, altre in terza persona –  che rappresentano il palinsesto alla scrittura di Vicino al cuore selvaggio, un’energia violenta, tellurica, si sprigiona dal ritmo delle parole e delle frasi, quasi volesse opporsi al ragionamento, secco e implacabile, dell’indagine metafisica. Quando Lispector segue a ritroso l’almanaccare interiore della sua protagonista, dipanandolo tra la dimostrazione per assurdo e un’audace filosofia delle cause, lo fa partendo dalla percezione nuda del corpo. Il reportage interiore sboccia dall’istante in cui il corpo incontra il mondo. Nel momento in cui l’attenzione si concentra su una porzione di percezione, Lispector isola l’attimo del sentire, lo cinge con le sue metafore straordinarie, lo assedia con gli strumenti dell’analisi. Il pezzetto di esperienza prescelto viene sezionato e osservato con il sangue freddo del chirurgo, per poi diventare la palestra della scrittura. E il ritmo della scrittura sembra accompagnare come una gran cassa il tour de force del pensiero, del discorso interiore, che punta implacabile al cuore delle cose, ma cambia poi improvvisamente pelle per diventare un’espressione di amara self-consciousness:

… da dove viene quella certezza di essere viva? No, non sto bene. Perché nessuno si fa queste domande e io … Ma è che basta tacere per scoprire, sotto tutte le realtà, l’unica irriducibile, quella dell’esistenza. E sotto tutti i dubbi – lo studio cromatico – so che è tutto perfetto, perché ha seguito, gamma per gamma, il cammino fatale rispetto a se stesso. Nulla sfugge alla perfezione delle cose, ecco la morale di tutto.  

Clarice Lispector, Vicino al cuore selvaggio, Adelphi 1987, traduzione di Rita Desti, pp 193

Clarice Lispector, Vicino al cuore selvaggio, Adelphi 1987, traduzione di Rita Desti, pp 193

La storia della vita di Joana appare un pretesto per creare un caleidoscopio di impressioni. L’infanzia trascorsa col padre, figura ombrosa il cui profilo emerge dalle linee spezzate della percezione della figlia piccola. La fanciullezza Joana la passa in casa di una zia, che la prende in custodia alla morte del padre, ma non riesce a vincere l’avversione che prova per quella creatura così impietosa e scrutatrice, così diversa da sua figlia e dagli altri bambini. L’adolescenza, vissuta in collegio, si rivela altrettanto travagliata. La passione per un professore, tesa tra erotismo e arguzia intellettuale, sembra come contratta, dolorosamente inconclusa. L’età adulta è segnata  dall’innamoramento e dal matrimonio con Otàvio, il quale darà adito a nuove inquietudini. La lotta di Joana con il mondo delle convenzioni e delle consuetudini, così lontano dal cuore selvaggio delle cose e delle persone, finisce per diventare il manifesto della battaglia tra mente e corpo. Tra fasi alterne di resistenza e abbandono si dipanano sorprendenti riflessioni, in cui l’introspezione si sposa all’osservazione minuziosa e la percezione rappresenta un incipit nel lungo dialogo tra sensazioni ed emozioni, attraverso fasi di maturazione del desiderio, del confronto e dello scontro con l’altro. E d’altronde Joana indulge al conflitto, tanto da pensare che «perfino soffrire era bello perché mentre la sofferenza più profonda si sviluppava, si continuava a esistere, come un fiume a parte». Anche l’infedeltà di Otávio con Lídia, sua fidanzata d’infanzia, è per Joana l’occasione di scatenare una battaglia interiore. Le due donne rappresentano tipi umani volutamente opposti. La sana, placida corporeità di Lídia fa da pendant tanto all’aspetto ascetico di Joana, quanto alla sua ipertrofia analitica. Se Joana motteggia con straordinaria sagacia riguardo all’esistenza, all’amore, all’eros  –  «La vita umana è più complessa: si riassume nella ricerca del piacere, nel suo timore, e soprattutto nell’insoddisfazione degli intervalli» –  il suo sguardo indagatore è ciò che le impedisce di dimenticare se stessa, un io che non può rinunciare al pensiero e alla parola, e di godere pienamente del corpo, della sensualità che pure occupa tanta parte nelle sue riflessioni. Nelle domande che Joana si pone, si intuisce il corpo che sente, come se l’intelletto si nutrisse di  un’incandescenza segreta. Eppure la gioia del sentire arretra di fronte al passo marziale della deduzione. Ma anche chi, come Lídia, sembra conoscere e agire in base alla ragione del corpo ha i suoi dilemmi. E se il suo corpo naviga sicuro attraverso le incertezze di Otávio, la sua mente arranca di fronte ai silenzi pensosi dell’amante:

Tanto più facile parlare con le altre persone … Si capivano soltanto quando si baciavano, quando Otávio posava la testa così, nel suo grembo. Ma la vita era più lunga, pensava spaventata. Ci sarebbero stati momenti in cui lo avrebbe guardato negli occhi senza che la sua mano potesse raggiungere quella di lui. E allora il silenzio. Sarebbe sempre stato separato da lei e avrebbero comunicato solo in qualche istante isolato nelle ore di vita intensa e di pericolo di morte.

Alla relazione quasi orfica di Otávio e Joana si contrappone quella di Otávio e Lídia, solida e sicura come il fisico della ragazza. Tutto ciò che riguarda Joana ha invece la qualità della rivelazione:

Joana passò la mano sul ventre caldo della cagnetta, accarezzandolo con le sue mani sottili. Indugiò leggermente, assorta.
«È gravida» disse.
E c’era qualcosa, nel suo sguardo, nelle sue mani che palpavano il corpo della cagna, che la legava direttamente alla realtà denudandola.

Lo sguardo che denuda la realtà sembra lo stesso che Lispector mette nella sua scrittura: strappando via strati e strati di tradizione, cerca un’immersione totale nella materia, di qualunque materia si tratti. Ma è soprattutto il cambiamento a cui questa materia viene sottoposta ad interessarla, i corpi e le menti che subiscono lo scorrere del tempo, accumulano abitudini, vizi, stanchezze. Ciò che sempre ritorna è il confronto tra la vita vissuta e l’eternità anonima, scorta tra un atto e l’altro, con la coda dell’occhio, incombente e sfuggente, invisibile ed enorme allo tempo stesso.
“Vicino al cuore selvaggio”, titolo che fu suggerito da Lucìo Cardoso ed è una citazione tratta da James Joyce, rivela l’azione e la posizione, violenta, che la scrittura di Lispector prende rispetto alla realtà. Soffermandosi indefinitamente sul momento psicologico, allungando ad libitum le catene di reazione della mente agli stimoli, scopre la verità carsica dell’ossessione e  dell’interpretazione, nascosta dalla superficie della percezione e dell’abitudine. Benché le qualità e le tipologie umane siano polarizzate al punto da rischiare lo stereotipo, il viaggio attraverso questo mondo doloroso di percezioni e reazioni, elucubrazioni e smarrimenti mantiene un fascino irresistibile. E se a volte l’eccesso di sentire si trasforma suo malgrado in sentimentalismo, il quadro d’insieme offre un tuffo oltre il visibile in cui le leggi umane, le consuetudini e i buoni sentimenti lasciano il posto ad un gioco spregiudicato tra l’io e il non-io.

Mi sento così immersa nel mondo da aver l’impressione che non sto pensando, ma usando una nuova modalità di respirare.

Flavia Fratini