La morte del genitore

La morte del genitore

È un tema spinoso, pesante, doloroso, anche forse inutile da proporre, ma purtroppo inevitabile: la morte di un genitore.
Negli ultimi tre anni quattro scrittori lo hanno affrontato senza risparmiarsi, ognuno a modo suo, senza peli sulla lingua; una molto diretta, Annie Ernaux con Il posto; l’altra piuttosto bizzarra, Helen MacDonald con Io e Mabel; con molta misura, Marco Peano con L’invenzione della madre; chirurgicamente, Gabriele Di Fronzo con Il grande animale.

Il racconto di Annie Ernaux inizia con la morte del padre, che avviene in una casa della provincia francese. È un libro sull’allontanamento, su come sia facile in vita prendere le distanze da un genitore, ed è anche salutare e auspicabile farlo. E di quanto la morte invece riavvicini e faccia tornare a galla le liti, le divergenze, gli sguardi di rimprovero e di critica che un figlio ha subìto. Il piccolo romanzo, che è stato scritto nei primi anni Ottanta e pubblicato per la prima volta in Italia da L’orma editore nel febbraio del 2014, è uno sguardo sul passaggio da una generazione contadina a malapena alfabetizzata, quella del padre, a una generazione borghese colta e raffinata, quella della figlia.

 il posto annie ernaux cover

Il passaggio è quello vissuto dalla protagonista. Con senso di colpa nei riguardi delle proprie radici Annie Ernaux insiste quasi ossessivamente, con stile asciutto fino all’estremo, fino al telegrafico, in questo e in altri romanzi, uno fra tutti Gli anni.
Il vero protagonista del libro è il padre, quindi, portatore e simbolo di una classe sociale e di un modo di vivere e di pensare lontani dal lettore comune. La sua vita viene descritta a episodi, lasciando che i vuoti tra un ricordo e l’altro servano da cornice e diano il giusto spazio e risalto alle figure. Lo scopo del libro è dare una fotografia della società, l’esito è letterario.

Io e Mabel è il titolo del libro di Helen MacDonald edito da Einaudi e anche qui, come nel caso della Ernaux, autrice e protagonista coincidono. La naturalista britannica Helen MacDonald e il suo alter ego, l’astore femmina di nome Mabel, esistono davvero. La forza del libro risiede tutta nella verità.

 helen macdonald io e mabel copertina

La storia è in fin dei conti normale. In seguito a un lutto, anche in questo caso la morte del padre, la protagonista si allontana da amici, parenti e colleghi, in breve dagli esseri umani, e si dedica all’allevamento di un astore, un uccello rapace simile a un falco, noto per la sua ferocia. La cura del rapace diventa un’ossessione, un’attività con cui riempire le giornate e la mente, per non pensare. Il racconto è intervallato da episodi della vita di T.H. White, scrittore britannico, autore del Re in eterno, saga da cui è stato tratto il cartone animato della Spada nella roccia di Walt Disney, e di cui in Italia non si ha traccia. L’autrice stessa definisce White “uno degli uomini più soli al mondo” e nel corso del suo anno di lutto e chiusura dal mondo legge e rilegge The Goshawk, in cui White è autore e tormentato protagonista vive specularmente a Helen l’esperienza dell’allevamento di un rapace. La MacDonald si appoggia con tutto il peso del suo lutto all’esperienza parallela vissuta da White un secolo prima, si mette a confronto e dialoga con lui. Mette a confronto le due solitudini, si paragona a lui, si lascia guidare da lui, per poi alla fine distaccarsene. La stessa cosa fa con Mabel, l’astore. Se ne appropria, se ne prende cura dimenticando se stessa, disvela il suo lato più oscuro e animale e lo accosta a quello del suo rapace. Per poi allontanarsene. Il testo è quindi molto denso e intrecciato, si balza da un secolo all’altro seguendo ciecamente e fiduciosamente Helen alla ricerca di un po’ di sollievo.

“Non è mica umana. Di tutte le lezioni imparate in questi mesi insieme a Mabel, questa è senz’altro la più grande: là fuori esiste un mondo pieno di cose, di rocce e alberi e sassi, di erba e di tutte le creature che strisciano, corrono e volano. Cose in sé compiute, ma a cui diamo senso attribuendo loro significati che corroborino la nostra visione del mondo. Stando con Mabel ho imparato che diventiamo più umani quando scopriamo, anche per mezzo dell’immaginazione, che cosa significa non esserlo. E ho imparato anche quanto sia pericoloso scambiare la natura profonda che attribuiamo a una cosa per la natura profonda che realmente la anima. Gli astori sono creature ferine, violente e sanguinarie, ma non sono una scusa per compiere atrocità. La loro inumanità è preziosa perché ciò che essi fanno non ha nulla a che spartire con noi.” (pp 268-269, Io e Mabel, Helen MacDonald, Einaudi)

L’ultima storia di passaggio è di Marco Peano. Il passaggio, in questo caso dall’età adolescenziale, in cui vive il protagonista Mattia, avviene verso l’età adulta, quella cui si avvia alla fine. minimum fax ha pubblicato questo libro nel 2015 sbalordendo tutti per l’idea di proporre una storia-cronaca minuziosa e precisa della malattia, il cancro, e la morte della madre. A partire dal titolo ambivalente e quasi enigmatico. Non si capisce se sia la madre ad aver inventato qualcosa (nel qual caso il figlio) oppure se sia la madre a essere stata inventata attraverso l’elaborazione del lutto da parte del figlio.

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La doppia valenza del titolo che si divide tra passivo e attivo rispecchia l’atteggiamento del protagonista che lungo tutto il romanzo rimane in bilico tra la passività di subire l’inevitabile e la consapevolezza di voler vivere gli ultimi momenti della madre attivamente, lasciando fuori il resto del mondo.

Gabriele Di Fronzo, una delle rivelazione del 2016, giovane autore torinese pubblicato da nottetempo nella collana narrativa.it apre così il suo romanzo, Il grande animale: “Ho fatto esperienza che qualunque cosa non si voglia perdere va innanzitutto vuotata, bisogna fare spazio, sgomberare, portare via quello che c’era in precedenza, occorre togliere: solo così, ciò che altrimenti subito scompare, rimarrà per sempre”. Francesco Collaneve è un imbalsamatore, la sua arte quella della tassidermia: mette le cose in ordine e per farlo serve disciplina e meticolosità.

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Quando il padre si ammala Francesco deve affrontare la sua più grande impresa, il suo più grande animale, cercare attraverso il suo mestiere di indagare il lutto, la mancanza, la perdita e la trasformazione. E qui si ritrova l’arte della minuzia, nella lingua del romanzo d’esordio di Gabriele Di Fronzo. Ma se “l’arte di perdere non è difficile da imparare”, più complesso è sopravvivere alle cose perse.

Quattro storie, che a volerle leggerle tutte insieme potrebbero far venire il magone, ma che attraverso la coincidenza a volte totale, a volte no, tra autore, narratore e protagonista raccontano il lutto come passaggio consapevole da una condizione a un’altra. Partendo dall’individuale riescono tutti e quattro a farne storie universali che toccano le corde di tutti, sia di chi ha già vissuto il lutto, sia di chi ancora no. E questa, se permettete, è letteratura.

Giulia Priore

Annie Ernaux, Il posto, L’orma editore, traduzione di Lorenzo Flabbi, 120 pp, 10 euro
Helen MacDonald, Io e Mabel, Einaudi, traduzione di Anna Rusconi, 298 pp, 19,50 euro
Marco Peano, L’invenzione della madre, minimum fax, 280 pp, 14 euro
Gabriele Di Fronzo, Il grande animale, nottetempo, 168 pp, 12 euro