La pittura vivida e sofferta di Antonio Ligabue

La pittura vivida e sofferta di Antonio Ligabue

La rassegna romana dedicata ad Antonio Ligabue (Zurigo 1899- Gualtieri1965), terminata qualche giorno fa al Vittoriano, ha avuto il merito di contribuire a sgomberare il campo da tutta una serie di accostamenti del passato che si sono rivelati spesso arbitrari ma radicati. Si tendeva, spesso, com’è stato notato, a costringere in una definizione la personalissima cifra espressiva di questo pittore, tormentato quanto sensibile. In primis si è tornati sull’inopportuno ma frequente accostamento alla cosiddetta pittura naїve, per certi versi duro a morire: idealmente il termine naїf , “ingenuo”, si potrebbe estendere ad alcuni pittori nati autodidatti, capaci di trasferire un tratto popolare e a volte perfino folkloristico nella propria arte, sulla scia di un’ispirazione di stampo fresco e dai contorni atemporali. Se però andiamo a restringere il campo, in senso proprio, la pittura naїve è quella che prende le mosse a partire dal Salon des Indèpendants nel 1886, dove Henri Rousseau, meglio noto come il Doganiere, presenta opere di gusto descrittivo e permeate da una sorta di aura onirico-fiabesca, del tutto assente nel caso del nostro pittore.

Autoritratto,-1959-60, olio su tela

Autoritratto,-1959-60, olio su tela

A rimarcare questa distanza, torna utile una bella frase di Lorenza Trucchi: “ Ligabue è un irregolare, assolutamente non un naїf (i naїf sono tra il dilettante e l’ingenuo)”. In effetti parlare di irregolarità risulta più proprio e convincente: irregolare la sua pittura, proprio come la sua vita, segnata, fin dagli esordi, da notevoli e indicibili sofferenze e un forte isolamento che lo porterà a legarsi agli animali in nome di un’empatia davvero autentica e viscerale: non solo ha visto e studiato da vicino gli animali (anche grazie alle frequenti visite nelle biblioteche dove consultava i cosiddetti bestiari), ma si è come sintonizzato sui loro ritmi, recuperando tutta la carica ancestrale di un simile contatto: si è visto che spesso, prima di riprodurre gli animali sulla tela, Ligabue ne imitava il verso talvolta anche osservandosi attentamente allo specchio: in diverse opere compaiono fauci di bestie feroci spalancate, scene anche violente della lotta per la sopravvivenza, emblematiche anche del travagliato percorso della sua vita, una lotta per affermare se stesso.

Antonio-Ligabue, Leopardo nella foresta, 1956-7, olio su tavola di faesite

Antonio-Ligabue, Leopardo nella foresta, 1956-7, olio su tavola di faesite

L’arte per Ligabue è stata un’arma di riscatto da un’esistenza di privazioni e profondo dolore.  A partire dalla nascita (gracile nel corpo e affetto da tisi), alla tragica esperienza dell’abbandono, ad appena nove mesi. Non si sa chi fosse il vero padre, è noto solo che fu riconosciuto da un successivo compagno della madre naturale, un certo Bonfiglio Laccabue (da cui poi deriva il nome Ligabue), un uomo originario di Gualtieri, un paese in provincia di Reggio Emilia. Adottato da una coppia della Svizzera tedesca, Ligabue trascorre un’infanzia tutt’altro che serena. Il distacco dalla terra natale, da cui viene espulso, rappresenta l’ennesimo strappo e l’ennesimo rifiuto della sua giovinezza. Si trova così catapultato in Emilia Romagna, in nome di quel riconoscimento di paternità da parte del Laccabue. Qui vive di espedienti, emarginato, in una terra estranea di cui non conosce nemmeno la lingua. Basterebbero questi pochi elementi per pensare quasi alla trama di un film o di un romanzo, per quanto la sua biografia sembra frutto di una fervida immaginazione. Come se non bastasse, rischia anche di morire durante il rigidissimo inverno che si abbatte sull’Emilia nel 1928, ma fortunatamente sarà tratto in salvo da Marino Mazzacurati, noto pittore della scuola romana, in visita dai genitori in quel periodo: questo incontro è la sua salvezza. La riconoscenza per questo gesto di accudimento è infinita, tanto che, a distanza di decenni, subito dopo l’importante mostra del 1961 presso la Galleria La Barcaccia di Roma, Ligabue chiederà di andare a trovare l’ormai anziana madre di Mazzacurati; non appena la reincontra si getterà ai suoi piedi, baciandole le mani, con evidente commozione.

Antonio Ligabue, gufo con preda

Antonio Ligabue, gufo con preda

Da Mazzacurati Ligabue apprenderà nozioni tecniche e quegli accenti cromatici, quasi visionari ed espressivi così caratteristici della sua maniera.  Dopo questo incontro la resa spaziale si fa più strutturata rispetto agli esordi, assume tridimensionalità ma senza mai raggiungere una resa propriamente prospettica. Non si può negare che ci sia un che di primitivo nella sua arte, ma è un elemento che trascolora nella sfera dell’espressività e nella riproduzione quasi fotografica dei dettagli. In alcuni casi, specie nelle opere del cosiddetto secondo periodo della sua produzione, raggiunge proprio un pregevolissimo equilibrio tra la resa minuziosa, al punto da risultare calligrafica, e l’esplosione cromatica di matrice espressionista. Molto belle anche le sculture, a soggetto animale, presenti in mostra e spesso poco note al grande pubblico.

Il successo arriva tardi e lo porterà a ritmi di lavoro anche molto intensi negli ultimi anni. Con i guadagni della maturità potrà acquistare varie moto, un’automobile, disporre di un autista, eppure non riuscirà ad acquistare mai quell’affetto e quel calore umano di cui era così avido.

Antonio Ligabue, Il serpentario, 1962 , olio su tavola di faesite

Antonio Ligabue, Il serpentario, 1962 , olio su tavola di faesite

Quello rappresentato nei quadri è davvero il mondo di Ligabue, la sua realtà “deformata” dalla sua interiorità: da una parte c’è l’osservazione attenta, continua e appassionata del mondo animale, da quelli visti in campagna fin dagli anni dell’infanzia e dell’adolescenza trascorsi nella nativa Svizzera fino a quelli esotici, come tigri e leopardi, osservati da vicino quando collaborò come inserviente nei circhi. dall’altra, c’è l’insistenza, specie della produzione matura, sugli autoritratti che riproducono impietosamente le fattezze dell’artista (i capelli radi, il gozzo esageratamente pronunciato, l’espressione grave e severa), segnate proprio da un’esistenza fatta di dolore ed emarginazione.

Alla luce di questi elementi, risulta superficiale, anche l’ipotesi di un’analogia con Van Gogh, spesso enfatizzata in ragione della comune presunta follia che però, ad ogni modo, si andrebbe ad innestare nell’ambito di circostanze personali e in contesti storico-culturali estremamente diversi: dietro Van Gogh c’è un retroterra ricco, c’è un percorso ben strutturato; dietro a Ligabue c’è il vuoto, la solitudine e una vita che continua in Italia, suo malgrado, con l’immancabile nostalgia per la sua Svizzera di cui riporta i profili aguzzi nelle case che compaiono nei suoi quadri. Certo, Ligabue subisce tre ricoveri presso istituti psichiatrici, il che ovviamente rappresenterà motivo di ulteriori traumi. Ma, in fondo, come dirà uno dei suoi autisti, “era anche troppo sano con quello che aveva passato […]. Aveva paura della gente, ma che cosa aveva fatto la gente per lui?” E ancora: “non avendo trovato altre armi per farsi posto nella società, ha usato quelle a lui più congeniali cioè i colori, la mano facile nel disegno, quella che la natura gli aveva dato”.

Giulia Andioni