La ricerca della perfetta semplicità pop. Parte Prima. Flaming Lips – Yoshimi Battles the Pink Robots

La ricerca della perfetta semplicità pop. Parte Prima. Flaming Lips – Yoshimi Battles the Pink Robots

Giuanin era un ragazzo come tanti, con un’unica particolarità: nella sua testa c’era sempre una canzone che suonava. Niente di strano, probabilmente, considerato che da più di un anno studiava chitarra da autodidatta e pensava solo a note, scale, accordi.
Tuttavia i suoi genitori erano preoccupati: non vedeva mai nessuno, non usciva, stava sempre chiuso in camera con lo stereo acceso o la chitarra attaccata all’amplificatore.
- Esci un po’, vedi qualcuno – lo pregavano.
- Ma no, non ne ho bisogno, sto bene qui – rispondeva lui.

Quando, però, arrivò la settimana di ferragosto, tanto lo pressarono che, alla fine, lui decise di accettare l’offerta dei suoi amici di trascorrere quei giorni in un isolato campeggio di montagna.
Nessuno poteva sapere che quella sarebbe stata la prima tappa di un lungo viaggio.
Gli avevano vietato la chitarra e Giuanin, che si annoiava terribilmente, già si pentiva di aver accettato l’invito quando, la sera di ferragosto, una macchina sconosciuta fece capolino nel campeggio. Trasportava quattro musicisti – tra cui un chitarrista – arrivati fin lì per movimentare la serata con un concertino.
Figuratevi la sua contentezza!
Certo la tammurriata che i quattro suonavano non era proprio il suo genere preferito, ma poco importava: l’eclettismo del chitarrista era folgorante e tanto bastava al divertimento di Giuanin che proprio non riusciva a togliergli gli occhi di dosso. Così, mentre tutti ballavano, condividendo vino e salsicce grigliate, lui rimase immobile per tutta la serata, troppo concentrato ad analizzare lo stile del chitarrista per muovere un passo.
E quando il concerto finì, subito gli corse incontro per riempirlo di domande: “Da quanto tempo suoni? Come hai imparato a suonare così? Che metodo di studio hai seguito?” e così via, con il chitarrista che rispondeva cordialmente, divertito dall’ammirazione smodata del ragazzo.
Ma quando Giuanin lo interrogò sui suoi gusti musicali, chiedendogli quali musicisti preferisse, l’entusiasmo di colpo svanì.

- Mi piacciono i Dream Theatre, i Dire Straits, Steve Vai, i Toto. Poi mi piace anche Sting, perché lui riesce a rendere difficili anche le cose più semplici e, come imparerai, è proprio questo il vero segreto che distingue i grandi musicisti pop da tutti gli altri: rendere difficili anche le cose più semplici.
Giuanin, che fino a quel momento aveva ascoltato estasiato, si irrigidì, girò sui tacchi e andò via.
- Ehi, ma te ne vai? Beviamo qualcosa!
- No grazie, sono stanco, andrò a dormire.
Ma non andò a dormire: si allontanò dal campeggio festante e si inoltrò nei boschi scuri. C’era qualcosa nel discorso del chitarrista che proprio non gli tornava e che lo disturbava terribilmente, qualcosa che non si adattava ai suoi schemi. Certo, era deluso dal fatto che un chitarrista tanto virtuoso avesse gusti così prevedibilmente banali. E, col senno di poi, si pentiva di avergli accordato un’ammirazione che non meritava. Ma non finiva qui: era piuttosto quello che il chitarrista aveva detto sul “segreto” della musica pop e sul “rendere difficili anche le cose più semplici” che gli dava da pensare, come se in quel ragionamento qualcosa si fosse invertito.
- Così, insomma, per essere un grande musicista pop l’unica cosa da fare sarebbe far apparire “difficile” anche il più semplice cambio di accordi? E Lou Reed, allora? E Marc Bolan, Syd Barrett, Brian Eno?
Stava riflettendo ad alta voce tutto infervorato e più musicisti elencava, più si inoltrava nell’oscurità, immerso nel frinire dubbioso delle cicale, finché l’urto della sua testa contro qualcosa di solido lo costrinse a fermarsi.
Nemmeno il tempo di riprendersi dalla botta che si vide davanti due occhi luminosi, leggermente a mandorla, che lo osservano.

Fece un passo indietro e vide materializzarsi nel buio la sagoma di una ragazza dai tratti orientali che con espressione dolorante si massaggiava la fronte incorniciata da un cerchietto blu.
- Scusami, credo di averti urtato – le disse.
- Tranquillo, capisco come ti senti.
- Sì, anch’io ho preso una bella botta, ma non preoccuparti, è tutto ok.
- Non è alla botta che mi riferisco.
Giuanin rimase interdetto e la osservò con fare interrogativo.
- Chi sei? – Le chiese dopo una lunga pausa.
- Vieni, ho qualcosa da mostrarti.
Giuanin la seguì, senza fare altre domande, attendendo che fosse lei a parlare. E, alla fine, così fu.
- I tuoi ragionamenti ti hanno condotto in sentieri piuttosto tortuosi e rischi di non uscirne. Perciò ti racconterò una storia che forse ti sarà d’aiuto. Ma prima guarda.
Parlando lo aveva condotto in un’ampia radura, al centro della quale si innalzava un marchingegno enorme che, tuttavia, il buio impediva di vedere. La ragazza si staccò da Giuanin e nell’oscurità compì alcune operazioni indistinguibili. Un attimo dopo, tutta la radura era illuminata da un’accecante luce rosa fluorescente.
Giuanin si por

tò una mano agli occhi per proteggerli e, quando la sua vista si abituò, si accorse con sgomento di avere davanti un enorme robot rosa dal corpo minuto, le gambe lunghissime e la testa sformata.
Comprendendo il suo terrore, la ragazza riprese a parlare.

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- Non temere, non può farti nulla ormai. Mi chiamo Yoshimi e sono la protagonista della storia che sto per raccontarti. Gli autori, invece, dovresti conoscerli: sono quei mattoidi dei Flaming Lips che di storie bizzarre ne hanno create parecchie. Questa storia hanno deciso di intitolarla Yoshimi Battles the Pink Robots, e, come avrai capito, parla della mia lotta contro i Robot Rosa, una temibilissima stirpe di robot giganteschi e dalla natura malvagia programmati per distruggere l’umanità e inghiottirla nei loro circuiti meccanici. Erano robot straordinariamente potenti non solo per la loro forza, ma anche per la capacità di capire gli uomini: erano stati creati con un algoritmo particolare che permetteva loro di ragionare come gli umani. Erano dotati di intelligenza, capisci, e questo permetteva loro di prevedere le mosse degli uomini. E tuttavia proprio questa caratteristica li avrebbe portati alla distruzione. Quanto a me, io ero un’umile ragazza giapponese più adatta a un manga che a un’improbabile storia di fantascienza dai risvolti romantici.

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E ancora non so per quale motivo i Flaming Lips mi scelsero come protagonista, affidandomi la responsabilità di salvare il genere umano, quando io me ne sarei stata tranquillamente per i fatti miei. Forse contavano sul fatto che io fossi cintura nera in karate, anche se non so davvero come questo avrebbe potuto aiutarmi nella lotta contro robot che, benché rosa, erano dieci volte più grossi e potenti di me. E, in effetti, non mi aiutò per niente. Alla fine ciò che salvò il genere umano fu l’amore che il robot che vedi qui davanti improvvisamente cominciò a provare per me. Sì, il suo circuito, Unit 3000-21, quando mi vide e capì che ero pronta a sacrificarmi in una lotta impari, cominciò a sviluppare emozioni sintetiche nei miei confronti e alla fine si innamorò. E piuttosto che distruggere me e l’umanità tutta, questo robot preferì autoannientarsi facendo esplodere il software che controllava tutti i Robot Rosa. Da allora lo porto sempre in giro con me, anche se ha solo reazioni meccaniche e non è più in grado di pensare come un uomo.

Yoshimi si fermò e lo guardò. Nel silenzio che seguì, Giuanin colse un certo imbarazzo nei suoi occhi e anche il colorito delle sue guance sembrava virare verso il rosso. Di colpo lei scoppiò a ridere.
- So che ti starai chiedendo che diavolo abbia a che fare con i ragionamento che ti hanno condotto qui questa storia kitsch di una pacchianeria disarmante. Tuttavia, se tu ascoltassi la title track di Yoshimi Battles the Pink Robots, uno dei tanti irrinunciabili album di questa band fantastica, tutto ti sarebbe improvvisamente chiaro e anche questa improbabile storia ti sembrerebbe irresistibile. Il brano – che, in realtà, si chiama Yoshimi Battles the Pink Robots Part 1, dato che poi segue anche una Part 2 – si apre con un elementare giro di chitarra acustica suonato in modo ancora più spudoratamente elementare. Con l’aggiunta non marginale, però, in post-produzione, di un effetto che dà l’impressione che ogni accordo venga inghiottito dopo esser stato suonato. Ma ecco che già al termine del primo giro di accordi comincia l’accumulazione di elementi. Si sente un vociare lontano, indistinto, in lingua giapponese e subito dopo irrompe la batteria elettronica, la cui decisa meccanicità dovrebbe in qualche modo contrapporsi alla delicatezza della chitarra. Ma come sentirai, in realtà, non ci sarà mai una vera contrapposizione tra gli elementi sonori: tutti finiranno per amalgamarsi in modo talmente naturale che ti sembrerà impossibile immaginarne un intreccio diverso. Già, perché al vociare di sottofondo (che culmina nel celebre gridolino al termine dei primi due versi) si aggiungeranno una delicatissima tastiera dall’effetto vagamente Rhodes, un triangolo appena percettibile e, soprattutto, nel ritornello, quel rumoraccio elettronico forse generato da un moog, forse riprodotto con un vocoder, chissà, con cui Wayne Coyne crea il più inverosimile dei call-and-response: ad ogni verso del ritornello risponde quel rumore, come se un robot, o meglio questo Robot, cercasse di duettare con la voce umana, troppo umana, di Wayne Coyne, come se un coro di automi fosse stato scelto per il contro-canto. Nella seconda strofa, invece, entra in scena un coro femminile vero e proprio, che fa eco al cantato, in un morbidissimo tappeto vocale. E questa equilibrata accumulazione di elementi discordanti, a cui poi si aggregherà anche una bucolica linea di tastiera, proseguirà fino al termine del brano, quando i rumori robotici prenderanno il sopravvento e inghiottiranno tutto il resto. Tutto, meno che la tua voglia di sentirla ancora, ancora e ancora.
Si fermò di nuovo e fissò Giuanin. Dal suo sguardo intuì che moriva di curiosità e che, soprattutto, cominciava a capire. Ma perché tutto fosse ancora più chiaro, attivò un pulsante del robot e fece partire la canzone. Al termine della stessa Giuanin stava già per chiedere di farla ripartire, quando Yoshimi riprese.

The Flaming Lips

- Tanti elementi sonori così diversi si mescolano in un amalgama musicale che non potrebbe essere più naturale. Che non potrebbe essere più spontaneo. Ogni strumento fa cose molto semplici, ma, d’altronde, la vera difficoltà alla base del brano era far dialogare tra loro i diversi strumenti. E il risultato di questo dialogo è così incredibilmente fluido ed efficace che, per cogliere la complessità che vi è dietro è necessaria una disamina scrupolosa e particolareggiata. Disamina che la semplice bellezza della melodia fa passare del tutto in secondo piano.
Ormai tutto era chiaro a Giuanin. Ma proprio quando stava per dirlo a Yoshimi, proprio quando stava per ringraziarla per avergli aperto gli occhi, per averlo fatto divertire come non gli era mai successo, per avergli fatto ascoltare la più straniante delle ballate pop, lei parlò di nuovo:
- Di canzoni pop così perfette nella loro semplicità sei circondato. Tocca solo a te scovarle.
A quel punto, si arrampicò sul robot, pigiò un tasto e, con un rumore assordante, spiccò il volo. Giuanin le gridò:
- Yoshimi, ti rivedrò?

Lei disse qualcosa, ma le sue parole furono sommerse dal rumore del robot che si azionava. Dal suo labile Giuanin riuscì solo a leggere qualcosa come “dipende da te”.
Guardò ancora una volta in alto e, mentre sentiva il ritornello del brano appena ascoltato suonargli per la testa, ebbe l’impressione che il robot gli stesse facendo l’occhiolino.

Quando anche l’ultimo barbaglio rosa nel cielo scomparve, Giuanin, tutto infervorato, tornò al campeggio, pronto a dire la sua. Purtroppo per lui, però, tutti erano andati a dormire ormai. Non si era reso conto di quanto tempo fosse trascorso dal momento in cui si era allontanato. Così, fece in fretta in furia lo zaino e, prima di partire, lasciò un bigliettino che recitava così: “Caro chitarrista, tu ragioni al contrario. Il vero segreto della musica pop – tutto ciò che serve per rendere davvero perfetto un brano pop – è rendere semplici anche le cose più difficili. Tu rimani pure con i tuoi gusti da tredicenne, io me ne vado per il mondo a cercare la perfetta semplicità pop. Addio”.
E così ebbe inizio il viaggio di Giuanin.

Piervito Bonifacio