La ricerca della perfetta semplicità pop. Parte seconda. Cass McCombs – Dreams Come True Girl

La ricerca della perfetta semplicità pop. Parte seconda. Cass McCombs – Dreams Come True Girl

Giuanin aveva deciso di andarsene per il mondo a ricercare la “perfetta semplicità pop”, di andarsene in giro a scovare quei brani che celassero ciò che lui credeva essere il segreto della perfezione pop: rendere semplici anche le cose più difficili.
E nella sua sete di scoperta, ritenne che il modo migliore per iniziare la ricerca fosse un’immersione bulimica e totalizzante in quel luogo leggendario dove si dice ci sia sempre musica: il Primavera Sound di Barcellona. Coloro che da anni gliene parlavano lo descrivevano come un paradiso terrestre della musica, uno spazio enorme che pulsa di note in ogni angolo e in ogni ora del giorno e della notte, una città all’interno della città le cui istituzioni fondanti sono palchi di tutte le misure su cui musicisti di tutti i tipi si alternano per enunciare, coi loro giri di accordi, i principi costituenti di un’utopica repubblica del suono.
Giuanin quasi non ci credeva che esistesse un posto simile, ma quando, spaesato, varcò la soglia del Parc del Forum – l’enorme complesso che ospita il festival – ebbe l’impressione di aver trovato l’accesso alla porta segreta dei suoi sogni.

Si era preparato un ricco programma di concerti a cui assistere e non voleva perdersene nemmeno uno. Perciò, subito si fiondò al palco dove avrebbe suonato il primo gruppo selezionato e, appena finito, già stava correndo come un forsennato verso il secondo dei concerti da lui prescelti quando qualcosa lo bloccò.
Aveva intercettato la musica proveniente da uno dei palchi che incrociava lungo la strada, un passaggio di note sulle corde alte della chitarra elettrica, il passaggio dal “si” al “sol” e viceversa. Un fugace passaggio dalle sfumature blues il cui intenso e strascicato digradare lungo il manico della chitarra provocava lo stesso vibrante fremito di un brivido lungo la schiena. Un passaggio di note che aveva risvegliato qualcosa in lui, riportando in superficie l’intricata e mai sopita tensione tra ansia di appagamento e paura di delusione, annullando tutto il contesto circostante e bloccandolo in una trasognata espressione di composto sbigottimento.

Per un attimo Giuanin non aveva sentito più nulla se non quel giro di note e, negli interminabili secondi che seguirono, rimase in trepidante attesa di ascoltarlo ancora. Sapeva che quel labile fraseggio chitarristico era troppo bello e troppo rivelatore per essere suonato una volta sola. Sapeva che chiunque lo avesse suonato non si sarebbe fermato lì, ma lo avrebbe suonato ancora, almeno un’altra volta, se non altro per amplificare l’universo emotivo che esso suggeriva, per radicare quel viaggio di andata e ritorno di note, infinitamente evocativo, nella parte più profonda dell’animo degli ascoltatori. E così Giuanin rimase piantato là, aspettando con la stessa smania impaziente con cui si attende l’evento decisivo che potrebbe cambiare il destino di un’intera esistenza.

Pochi millesimi di secondo appena, giusto il tempo necessario per la sterzata del metronomo, ed eccolo di nuovo. Esisteva veramente, allora! Giuanin lo aveva sentito per davvero, non lo aveva solo immaginato! O forse stava immaginando tutto, forse si stava già muovendo nelle trame di un sogno ad occhi aperti e quel fraseggio altro non era che l’acme del sogno dentro il sogno.

Improvvisamente ebbe la conferma che qualcosa stava accadendo in lui, una sorta di incantesimo, anzi forse proprio quell’incantesimo di cui si scrive da secoli: l’innamoramento imprevisto. Sì, per quanto bizzarro possa apparire, per la prima volta Giuanin aveva la piena consapevolezza di cosa fosse il colpo di fulmine, di cosa volesse dire essere stroncato da una fascinazione improvvisa tanto irrazionale quanto assoluta, da una spasmodica attrazione che tutto oscura e di tutto cambia il senso. Lui che pure aveva conosciuto e coltivato l’amore, di colpo, sperimentava qualcosa di straordinariamente nuovo e inaspettato: l’amore all’improvviso. Con la piccola particolarità, però, che, nel suo caso, non c’erano Montecchi e Capuleti, né salvifiche donne angelo: la malia di cui era vittima aveva come oggetto un semplice passaggio di note suonato sulle corde alte della chitarra elettrica ed incastonato tra il terzo e il settimo tasto.
Non riusciva a vedere chi stesse suonando. Anzi, non riusciva a vedere proprio un bel niente. E nemmeno gli importava. I complicati meccanismi di difesa della sua emotività erano stati definitivamente scardinati e l’unica cosa che contava davvero era vivere l’ineffabilità di quegli attimi.

Nonostante l’infervoramento di cui era ormai preda, la seconda volta aveva ascoltato con più attenzione quel fraseggio, cogliendone ulteriori dettagli. Gli sembrava confermata l’impressione che si trattasse del passaggio dal “si” al “sol” e viceversa, anche se più verosimilmente si trattava di accordi e non già di semplici note. Contrariamente a quanto immaginato in precedenza, tuttavia, la chitarra era suonata senza l’ausilio dello slide, a “mani nude”; le singole note, semplicemente, venivano trattenute più a lungo e fatte vibrare impercettibilmente per dare l’effetto di un tremolio fantasmagorico. Non c’erano effetti particolari, se non forse un delay appena accennato: il passaggio strascicato dal terzo al settimo tasto della chitarra era di per sé sufficiente ad amplificare le possibilità evocative di quel fraseggio, avvicinandolo al suono spettrale del theremin o a un acuto e vibrante coro femminile cantato a fior di ugola. O forse quel coro femminile c’era per davvero e stava già dialogando con la chitarra, senza che il cervello infervorato di Giuanin riuscisse a distinguere le due fonti uditive.
Se, secondo la leggenda, il tritono è l’intervallo del diavolo – pensò Giuanin – quel fraseggio di note, al contrario, era la quintessenza della melancolia, l’intervallo tra lo spleen e l’ideale, l’incolmabile distanza tra i sogni e la loro realizzazione, l’avvilente imposizione della realtà alla frenesia del desiderio. Era il lamento dell’animo sconfortato la cui incrollabile fede nella barriera che separa la volontà dalla sua concretizzazione cede per un attimo alla speranza che l’ennesimo sogno ad occhi aperti non venga invalidato da un ulteriore beffardo controsogno di sconfitta e derisione. Era il monito sinistro del fantasma del passato che cerca di ricondurre a miti consigli di rinuncia anche le più febbrili e irresistibili fantasie di salvezza.

 Cass McCombs

Se la psicoacustica è la scienza che studia i legami tra il cervello e il suono, il modo in cui il cervello, e non l’udito, percepisce il suono – pensò Giuanin – quel fraseggio meritava di essere oggetto di una scienza tutta nuova in grado di studiare direttamente le relazioni tra il suono e il cuore. Tutta la musica, si sa, ha la capacità di scatenare emozioni. Ma l’immediatezza con cui il semplice passaggio da un accordo a un altro era riuscito a suscitare un tale grado di empatia nascondeva una componente così prodigiosa che per spiegarne la natura forse sarebbero stati necessari addirittura gli strumenti dell’esoterismo.
Giuanin ormai aveva anche dimenticato il suo programma del festival, curioso soltanto di sentire il prosieguo di quella canzone. E già pregustava tutte le ulteriori emozioni che si annidavano nelle note rimanenti, quando il fiume della folla che si trasferiva da un palco all’altro lo travolse trascinandolo lontano. Provò ad opporre resistenza, scalpitò, cercò di dimenarsi e puntare i piedi, ma nulla riuscì ad ottenere.
Quando era ormai lontano e in preda alla disperazione per l’ebbrezza interrotta, prese la brochure del festival e la sfogliò fino ad identificare l’autore di quelle poche note che lo avevano infiammato: Cass McCombs. Ora non gli restava che scoprire di quale canzone si trattasse.

Ma la connessione internet al Parc del Forum era pessima e così dovette attendere la fine della prima giornata di festival per dedicarsi alle sue ricerche. E per quanta musica ascoltò in quella giornata, in testa aveva solo quelle due note che lo ossessionavano.
Tornato al suo appartamento, nel cuore della notte, cominciò a cercare tra le canzoni di Cass McCombs finché non trovò il brano agognato: Dreams Come True Girl. Esitò prima di ascoltarlo: temeva che l’effetto fosse stato solo passeggero, che fosse in qualche modo dipeso dalle circostanze contingenti e dalle condizioni di ascolto o che, per quanto bello quel fraseggio, la parte rimanente del brano non fosse altrettanto ammaliante.

Cass McCombs Catacombs

E invece si sbagliava di grosso: quel brano era perfetto! Non solo il fraseggio chitarristico, ma ogni singolo elemento era esattamente al posto giusto. Si trattava di una ballata country dal sapore vagamente rétro e dalla progressione inizialmente lineare: pochi accordi di chitarra acustica, uno shaker insistente e una batteria discreta a dare il ritmo insieme al contrabbasso creando un leggero senso di sospensione tra un accordo e l’altro. Su tutto la voce pulita, liscia, levigata di Cass McCombs, che per un brano del genere non ha bisogno né di tremolanti falsetti né di cupi baritoni di cui pure è capace. L’intimità del tono generale rendeva subito confidenziale l’atmosfera e la sensazione che Cass McCombs stesse parlando proprio a te, ascoltatore, era amplificata dall’uso della seconda persona singolare.
Ma non è adun ascoltatore qualunque che sta parlando, come rendono inequivocabile le parole: “You’re not my dream girl, You’re not my reality girl, You’re my dreams-come-true-girl”.
Non è una semplice fantasticheria il destinatario di questo brano, né una prosaica realtà, ma una “dreams-come-true-girl”: la concretizzazione corporea e tangibile di un sogno ad occhi aperti, privata della dolorosa evanescenza che sempre accompagna le visioni notturne.
Il brano descrive quel momento perfetto in cui si ha la sensazione rara di aver messo le mani su ciò che da sempre si cerca, con tutta la pacificazione interiore che questo comporta. E il relativo effetto ristoratore è ancora più potente in opposizione a quello che è stato il passato: “All the troubles in my past / That’s just what they are / And all the delusions that took host then passed / Have only made my immunity strong”.
Sembra quasi di sentirle, quelle delusioni, nella voce limpida di chi dà l’impressione di essere sopravvissuto ad angosce e frustrazioni i cui strascichi si colgono nei trattenuti accenni vibranti del cantato.
Ma proprio la consapevolezza del passato getta una luce sinistra sull’attuale situazione di appagamento e, al minuto e 1:24, qualcosa cambia. La felicità è una benedizione, ma come tale può essere terribilmente effimera. E la prospettiva che la considerazione del carattere transitorio della felicità apre è angosciante: perché tornare a una condizione deteriore, dopo l’ebbrezza dei momenti sereni, significa portarsi dietro il tormento del rimorso e lo strazio della perdita.

Il tono della canzone muta e la chiave di questo cambiamento è tutta nelle parole “I hope this voyage / Will not be ending very soon”, nella speranza che non si sia trattato soltanto di una beffarda illusione. Una chitarra elettrica dalle venature blues fa il suo ingresso e, nel più imprevedibile dei contesti, rievoca uno stile vagamente surf, suonando le note in levare. Ed è allora, al minuto 1:40, che arriva il tanto agognato fraseggio. In un momento di sospensione onirica, ecco quel percorso circolare dal “si” al “sol” che aveva ammaliato e ossessionato Giuanin. Ma ora tutto gli è chiaro, ora ha la sensazione di aver colto il segreto che aveva soltanto vagamente percepito al concerto. Potrebbe sembrare incoerente ascoltare una chitarra elettrica blues e vagamente surf proprio nel momento in cui una romantica ballata country inaspettatamente si incupisce, ma in realtà nulla è più consequenziale di questa scelta. La paura della fine della giovinezza, che del surf era tratto peculiare ed implicito in quanto contraltare dell’esaltazione della spensieratezza, in Cass McCombs diventa atroce visione di sconfitta, avvisaglia fugace ma sinistra del carattere transitorio ed irresoluto delle cose, la cupa prospettiva del baratro in cui ogni sogno ad occhi aperti, anche il più solido, può frettolosamente scivolare.

 Cass McCombs Karen Black

Eppure è impossibile fermare questo intermittente meccanismo di soddisfazione e frustrazione: troppo dolci sono i lidi che promette l’incessante fantasticare dell’animo, troppo simili al canto di una sirena. E di questa tendenza alla perdizione a proprie spese si fa interprete una splendida Karen Black, il cui coro spettrale risponde alle divagazioni della chitarra elettrica. La sua presenza vocale diventa decisiva nella seconda parte del brano, così come la sua presenza fisica era stata determinante in Easy Rider. È lei che dagli echi più reconditi della melodia passa in primo piano per duettare con Cass McCombs, alternando la possanza con cui interpreta i versi principali all’acuta volatilità con cui ammanta di cori le cavità del brano.

Ma, per quanto la canzone regali brividi vigorosi per tutta la sua durata, per quanto strabiliante sia il modo in cui si compenetrano a vicenda il testo e la musica che la accompagnano, essendo l’uno la linea direttrice dell’altra, niente riuscì a fare breccia nel cuore di Giuanin come quel fraseggio al minuto 1:40. E per quanto fosse sicuro di aver colto il segreto di quel momento chiave, Giuanin proprio non capiva perché continuasse ad infiammarsi a quel modo ogni volta che lo riascoltava. Né capiva come si potesse rimanere ancorati all’idea tradizionale di composizione in presenza di un brano in cui una pennellata di chitarra elettrica di pochi secondi è così pregnante da cambiarne interamente il senso.
Se c’era una lezione che Giuanin aveva appreso al termine di quella prima giornata di festival era questa: la perfezione pop può annidarsi anche nei pochi centimetri che separano il terzo e il settimo tasto di una chitarra elettrica.

Piervito Bonifacio