La sfida italiana al disagio delle periferie

La sfida italiana al disagio delle periferie

VENEZIA – La Biennale pensata e curata da Alejandro Aravena, come nessuna negli ultimi anni, scuote il mondo dell’architettura, e ne rivendica il ruolo di attore cruciale all’interno della pianificazione politica, di strumento necessario per il miglioramento della qualità della vita. Aravena interroga e s’interroga sulle problematiche che affliggono i centri urbani, e chiede idee e suggerimenti per risolverle o alleviarle. Da sempre, le città hanno sofferto nelle loro periferie, quasi sempre cresciute senza adeguati controlli e pianificazioni, in momenti drammatici quali le migrazioni, dovute all’espansione industriale che richiama in città la manodopera delle campagne, o all’esodo forzato per guerre, epidemie, povertà generalizzata, carestie. In ogni caso, si tratta di numeri elevati di individui che si spostano, cui è necessario fornire risposta abitativa. Ma nell’emergenza, più o meno alta, saltano le regole della pianificazione, anche a causa dell’interesse speculativo, si costruisce male per massimizzare la resa, risparmiando sulla qualità degli edifici, dei servizi offerti nei nuovi quartieri, e realizzando enormi agglomerati di cemento, sorta di cubi-dormitorio, senza nessuno spazio, o quasi, per la vita sociale. Una piaga che affligge la maggior parte delle città del mondo, comprese quelle italiane, dove le periferie sono aree a rischio d’illegalità, o comunque di forte malessere sociale, per il senso di esclusione che si percepisce, in aree dove l’estetica è solo utopia.

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Lungomare di Balestrate, Palermo AM3 Archietti-Associati, Ph.-Mauro Filippi

Proprio su questa problematica, si concentra l’attenzione del Padiglione Italia alla Biennale Internazionale d’Architettura 2016, dall’evocativo titolo “TAKING CARE – Progettare per il bene comune”, e curato dal Team TAMassociati, di Massimo Lepore, Raul Pantaleo, e Simone Sfriso.

È tuttavia necessario precisare come l’abbandono delle periferie non sia una problematica ascrivibile soltanto alla cattiva edilizia, considerando anche che questa è diretta conseguenza di una cattiva amministrazione locale; eppure, sono le periferie gli spazi urbani che registrano una maggior presenza di abitanti, e che avrebbero bisogno di maggiori servizi e attenzioni. La problematica principale è però un profondo malessere sociale, su cui è necessario intervenire contemporaneamente alla riqualificazione urbana. Per questo è nato TAKING CARE, un progetto pensato per lanciare segnali concreti nel futuro, per creare consapevolezza e coscienza civica, e far sì che la domanda di buona architettura, di buona qualità della vita, di pacifica convivenza, nasca direttamente dall’interno della comunità urbana, da quei cittadini dotati di senso civico e critico, capace di chiedere alle istituzioni un determinato comportamento, e di assumerlo loro stessi, perché la qualità di un ambiente, è garantita anche da coloro che lo abitano. Ecco che il progetto TAKING CARE prevede la realizzazione di cinque container mobili, da affidare ad altrettante associazioni impegnate sul territorio, e da mandare in missione nelle periferie d’Italia.

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Nuovo Parco Dora, Torino Latz & Partner Studio Pession, Associato, Ph. Alessandro Guida

Fra le associazioni coinvolte, Legambiente, che si muoverà con un laboratorio per monitorare la qualità ambientale; Emergency, che utilizzerà un ambulatorio mobile per l’assistenza medica; l’Associazione Italiana Biblioteche, con uno spazio di lettura e un punto di accesso al prestito librario, per favorire cultura e socializzazione di adulti e bambini. Azioni dalla profonda utilità sociale, che si affiancano all’opera di riqualificazione strutturale delle periferie, che ci si augura posso iniziare quanto prima, con il forte intervento dello Stato. Eppure, il ministro Franceschini, nel suo circostanziato  testo di saluto, auspica soltanto la collaborazione fra “le energie creative di giovani progettisti unite alla vitalità del mondo dell’associazionismo”; nessuna citazione del ruolo delle istituzioni, che dovrebbero invece essere chiamate a riparare i guasti causati da loro stesse nel recente passato, in collusione con la speculazione, anche della criminalità organizzata. Vi è soltanto, sotto i riflettori dell’inaugurazione, l’annuncio del primo ministro, di un prossimo stanziamento di cinquecento milioni di Euro per la riqualificazione della periferie. Al momento, troppi interventi giacciono ancora nella fase “laboratoriale”, ovvero poco più che sperimentale e di studio, a differenza di quanto accade in tanti altri Paesi dell’Asia e dell’America Latina, dove l’architettura sta portando risposte concrete allo sviluppo sostenibile delle periferie urbane. Qualcosa però si sta muovendo, e sempre più torna ad affermarsi il concetto ribadito nel titolo, ovvero quel “bene comune” che ormai siamo abituati a vedere prevaricato dall’interesse personale.

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Farm Cultural Park, Favara, Laps Architecture & Castelli Studio, Ph. Giuseppe Guarneri

Il Padiglione Italia ospita anche una mostra fotografica che documenta venti progetti, tutti già realizzati da altrettanti studi italiani, (in Italia ma anche all’estero), che mirano al recupero di aree industriali dismesse, di antichi teatri, o all’edificazione ex novo di strutture utili alla collettività; fra queste, il nuovo parco urbano Dora a Torino, il recupero del Teatro Sociale di Gualtieri, un nuovo centro socio-culturale a Favara, la riqualificazione del lungomare di Balestrate. Progetti che riportano vitalità in aree sino ad ora “ai margini”, o comunque sottoutilizzate, progetti realizzati nel segno della sostenibilità ambientale e del basso impatto economico. Segnali importanti, ma resta ancora molto da fare, soprattutto perché lo sforzo ricade quasi sempre sull’iniziativa privata. A fronte di un aumento della pressione fiscale (nonostante gli annunci televisivi in senso contrario), il governo, lo Stato, si tirano sempre più indietro nell’offrire servizi al cittadino, nel dare risposte alle problematiche del territorio, e questo spazio, lasciato colpevolmente libero, viene in parte riempito dalle tante associazioni civiche, formate da cittadini volenterosi, costretti a rimboccarsi le proverbiali maniche, o da professionisti del settore, molto spesso giovani, che con passione e onestà cercano di portare il loro contributo al miglioramento di un Paese che sta andando in pezzi. Per questo il team TAMassociati, intende creare sinergie fra questi soggetti, in modo che possano sviluppare e realizzare progetti utili a incrementare la qualità della vita nelle periferie. Lo fa partendo dal basso, cioè dal cittadino-attivista, colui che, dicevamo di sopra, si sta sempre più sostituendo allo Stato nell’occuparsi di gravi problematiche pubbliche.

In linea con Aravena, il Padiglione Italia lancia una sfida ben precisa, che ancora una volta starebbe alla buona politica di cogliere.

Niccolò Lucarelli