La teoria dei singles

La teoria dei singles

I) Solo una cosa ho capito delle Sacre Scritture. Dinnanzi a una stella cadente, laddove i più si limitano a esprimere un desiderio, il saggio prende il cammello e si incammina. Per la cronaca poi la storia continua con i Re magi che chiedono a Erode dove fosse il nuovo re appena nato e con Erode che – giustamente, essendo lui il re – si stranisce, e nel dubbio fa secchi tutti i neonati della regione. Gesù e famiglia si salvano, ma questa è un’altra storia. Torniamo alla stella cadente. Indipendentemente dal lago di sangue prodotto da i magi che se si fossero fatti i fatti loro non sarebbe avvenuto, e considerando il tutto al netto dell’oro dell’incenso e della mirra, vi sembra saggio inseguire una stella cadente?
Mutiamo la prospettiva e consideriamo la seguente situazione: Tizio e Caia orbitano attorno ai reciproci assi e a guardarli dal di fuori si fatica a seguirne il moto. Sembra proprio che stiano perdendo tempo. È così.
Nel ristretto orizzonte di senso della gente che sa tutto ciò che deve sapere ed ottimizza i suoi sforzi nel percorso più breve, nulla è più riconoscibile di questo perdere tempo. Si tende però ad ignorare che tale perdita di tempo trova la sua causa efficiente nel medesimo ristretto orizzonte di senso.

II) Conoscete quella regola scientifica un po’ grossolana che invita a non farsi sentire il giorno dopo d’una qualche congiunzione significativa uomo-donna, se la conoscete sapete stare al mondo. Ecco, il contesto sociale che ha prodotto tale regola è una poco indagata fobia dell’accollo, declinata sia in accollo passivo, ossia paura che qualcuno ci si accolli; sia in accollo attivo, ossia paura di sembrare un accollo. Quanto segue si propone innanzi tutto di colmare il vuoto scientifico che circonda tale fobia con queste due semplici proposizioni:
a. ogni aspettativa nei nostri confronti corrisponde a una limitazione del nostro spazio vitale.
b. all’interno d’uno spazio vitale ben difeso si cammina come morti viventi.
In altre parole avremmo tutti fatto bene a cercare di capire meglio cosa potesse voler dire “vittoria” all’interno delle relazioni affettive, prima di riempirci la bocca col noto “in amor vince chi fugge”. Solo così la paura di poter perdere qualcosa non sarebbe mai stata scalzata dalla consapevolezza di non avere niente da perdere. La difesa eroica dei bastioni si è troppe volte spesa a contenere la capitolazione d’una città fantasma. Fossi stato io il capo avrei detto alle truppe: «’cazzo vi frega, scendete dalle mura e andate a vivere la città, solo così avremo qualcosa che varrà la pena difendere».

III) Forte di queste considerazioni pensai di smettere di giocare a ruba-bandiera, ossia quel nascondersi e farsi notare che portò Tizio e Caia a volteggiare attorno ai reciproci assi senza incontrarsi mai. Pensai di smettere proprio quando ero in odore di selezione olimpica. Avevo una tecnica tutta mia che l’ufficio brevetti si ostinava a non registrare. Si componeva di 114 (centoquattordici) schemi, alcuni dei quali riconducibili all’intuizione che in amore vince chi fugge solo se la fuga è molto lenta, e una decina dei quali predisposti esclusivamente a non far apparire ridicoli i rimanenti novantaquattro. I miei 114 (centoquattordici) schemi si facevano crescere la barba quando c’era da farsela crescere e se la tagliavano quando c’era da tagliarsela, imbastivano conversazioni leggere, componevano messaggi brillanti, offrivano da bere. Incardinata in piccole formalità, la fobia dell’accollo veniva espunta dal piano della sostanza per divenire, per l’appunto, forma. E questa forma andava per fatti suoi ad interagire con altre forme, mentre io restavo comodamente a casa a farmi scadere gli yoghurt.

IV) Intanto, dall’altra parte del concetto, a centinaia di chilometri di distanza, una moltitudine di navi sente veramente freddo ai piedi in un mare sterminato dove l’unica regola è l’omissione di soccorso. Avessero capito per tempo che ognuno galleggia a modo suo e che non è certo un piede freddo a far affondare, non ti saresti mai trovato a dire: «scusami cara nave numero uno, mi dispiace molto che tu stia sentendo freddo, ma ho veramente molto da fare» là dove un leggero spiffero cominciava a lambirti l’alluce. «Nave numero due, perdonami, ma quest’oggi mi sento un po’stanco e, non so se lo noti, i miei piedi accanto ai tuoi vengono raffreddati proporzionalmente a quanto i tuoi si riscaldano»; «quanto a te, nave numero tre, ti scriverò nei prossimi giorni» e al caldo ti resta solo la testa. Ti giri a destra, navi che tremano, ti giri a sinistra, sempre navi che tremano. E, a questo punto, te con loro. L’obbiettivo è quello di scaldarsi i piedi, non di averli freddi in due. Nonostante ciò che sostengono i romantici, due coppie di piedi freddi non si riscaldano reciprocamente entrando in contatto. Te lo sai, gli altri pure. Cominceranno a starti alla larga, ma sul lungo periodo imparerai a perfezionare i tuoi schemi – tutti orientati a rappresentare i tuoi piedi caldi al punto da renderti desiderabile – schemi tanto più efficaci, quanto più avrai la pazienza di sorridere pensando di congelare. Fingere disinteresse senza staccare lo sguardo. Spostarsi lentamente a sinistra per poi scattare a destra. Giocare a ruba-bandiera.

V) E questo è all’incirca il motivo per cui non ci si incontra mai, e in attesa che una migliore saggezza ci indichi con maggiore precisione come ci si deve comportare, non resta che esprimere un desiderio stando comodamente a casa propria a farsi scadere gli yoghurt, senza mettersi in cammino ogni volta che una stella cadente sembrerà annunciare una nuova salvezza.

Giacomo Venezian

elaborazione grafica in copertina: Marta Gargano

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