La valle del fare anima. Conversazione con Claudio Romano ed Elisabetta L'Innocente

La valle del fare anima. Conversazione con Claudio Romano ed Elisabetta L’Innocente

In collaborazione con il catalogo di ricerca cinematografica La Camera Ardente abbiamo avuto una conversazione con Claudio Romano ed Elisabetta L’Innocente (Minimal Cinema), pubblicata di seguito.

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Salve Claudio e Betty. Vorrei inseguire un poco la strada “Verso Casa”, che poi è soltanto una delle tante biforcazioni e ripartenze del vostro cinema che voi avete in qualche modo definito umile, magari nell’accezione dell’humus, di una vicinanza e di una fedeltà alla terra e all’atto stesso del posare la camera ad altezze disabitate dallo sguardo. Siete d’accordo con Bresson quando esorta a “rendere visibile quello che, senza di voi, non potrebbe forse essere visto”?

CR:In un certo senso sì. Per me lo sguardo, il vedere e la macchina da presa vengono dopo. Quel che conta, l’essenza del nostro invito, riguarda innanzitutto il condurre se stessi. Per vedere qualcosa è necessaria la nostra presenza nel luogo ove l’oggetto dello sguardo si manifesta. In Verso casa abbiamo occupato e vissuto quei luoghi, che non erano altro che l’ultimo km di vita di un piccolo fiume, prima del suo mescolarsi al mare. Abbiamo contemplato quel minuscolo tratto di mondo alla ricerca di una casa. Il filmare questa esperienza non ha alcun valore di per sé. Quel che conta è esserci stati e aver riportato nel proprio animo delle lezioni. Mediante la creazione di un film si invitano gli altri a fare altrettanto, a cercare la propria casa nella Natura, nel nostro caso specifico. Filmare qualcosa, d’altronde, è come partecipare ad una cerimonia religiosa. Puoi parteciparvi da fedele o da laico, rispettivamente in cerca di Grazia o di disposizione mentale. Nel primo caso il fedele può essere frustrato, poiché non ottiene quel che attende; mentre un laico potrà beneficiare degli effetti derivanti dall’affidarsi alla cerimonia, godendo di ritmi diversi dai suoi, obbligandolo a rivolgere la sua concentrazione dentro di sé. La Grazia per me arriva dopo, come conseguenza di questa disposizione d’animo. Per chi ha fede nel Cinema in maniera religiosa l’effetto può essere simile, così come la delusione. Non ho mai conosciuto un uomo la cui vita sia stata migliorata da un’esperienza estetica, ma ho conosciuto persone che, con la “scusa” di filmare qualcosa, sono entrate in intima connessione con quel qualcosa. Insomma, quel che conta per me non è mai il film in sé. É il backstage la cosa importante. Quando filmi qualcosa stai semplicemente preparando te stesso.

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  In questo vostro invito, il cinema non ha legami di servitù con l’atto del disporsi ad uno scopo: è semmai una modalità del vagare, come testimonia un passaggio de “Le passeggiate solitarie” di Rousseau posto in apertura ad “Incanto”. Pure, torno ad interrogare con voi  questa necessità del cinema come limine attraverso il quale sporgersi sul mondo. Non sappiamo guardare se non abitando la cornice del fotogramma?

CR: Sogno un mondo nel quale il cinema non esista. Vorrei poterti dire che abbiamo un’autonomia rispetto a questo, che siamo capaci di vedere ed ascoltare tutto quel che ci circonda. La realtà, purtroppo, è che l’individuo moderno ha perso se stesso e le sue facoltà, pertanto ne avrebbe ancora un disperato bisogno. Ma siamo ancora agli albori del cinema, per quanto mi riguarda. Ci vorrà ancora molto tempo prima che Cinema e Uomo instaurino una relazione davvero trasformatrice. Per me aveva ragione Huxley, quando durante uno dei suoi (noti) esperimenti con la mescalina (che personalmente potrei sostituire con il cinema) si rese conto molto chiaramente che lo scopo dell’essere umano è contemplare la natura. La mescalina lo condusse ad una lezione importante, esaurendo così la sua funzione. Il cinema può fare altrettanto e una volta avvenuto ciò può congedarsi da noi. L’esistenza del cinema certifica la nostra impreparazione a vedere senza cornici, con la mente ed il cuore.

B.L’I.: Sia Verso casa che Incanto hanno per me intenti diversi da quelli di Claudio; a differenza di Ananke dove c’era una comunione di intenti, un sentire comune, meditato e trasposto nella pellicola, questi altri due film nascono insieme – sempre a quattro mani – ma per ragioni differenti. Forse in questi due film si sviluppa maggiormente e si delinea definitivamente la nostra personalità come autori e come coppia di autori. Claudio ha trovato la “pace” dopo il primo film, io invece l’inquietudine. Pace non trovo e non ò da far guerra di petrarchesca memoria, raccontando ciò che io provo nei confronti del cinema tutto, che per me non fa differenza se di sistema o indipendente poiché è fatto da esseri umani e, dunque, mi trovano – questi stessi esseri umani che appartengano al cinema o all’ecosistema – sola et pensosa per i più deserti campi. Non è una resa, piuttosto il racconto di un abbandono sentimentale.

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  Se a congedarsi fosse solo il legame del cinema con il mito della sua strumentazione (e quindi con la sua precisa collocazione cronologica), esso non potrebbe forse rimanere come un’interrogazione dello sguardo, come un modo del “fare anima”?

CR: Penso di sì, ma non so se sia possibile sdoganare questo aspetto su un piano ontologico. Troppo spesso (sempre?) il mito della sua strumentazione è fondativo, ma cos’ha a che fare la strumentazione con lo sguardo? C’è un grande equivoco in proposito, a mio parere. Si pensa che la strumentazione componga lo sguardo e in qualche modo lo determini, mentre per me essa non è altro che il risultato di una scelta innanzitutto etica. Prendiamo ad esempio Verso casa: se invito a cercare la propria casa lungo le sponde di un fiume, a identificarsi nell’acqua, a trovare se stessi nella semplicità e nella giustezza della vita di un fiume, spogliandosi di tutto il resto, è assolutamente ovvio per me essere coerente nella scelta del medium, della strumentazione. Pertanto sceglierò una strumentazione semplice, cercherò di adottare un approccio epicureo, individuando l’essenziale. Ecco perché ho utilizzato videocamere recuperate dalla pattumiera, rifiuti tecnologici altrui che ho riciclato ed utilizzato. Anche questo vuole essere un invito. Ma per tornare alla tua domanda: la mia risposta è sì, anche perché l’unico modo di “fare anima” è prescindere dalla collocazione cronologica.

Questa scelta innanzitutto etica traspariva anche in Ananke, il vostro film più vicino ad un discorso cinematografico tradizionale e che altrove avete definito come “fallimentare”. Possiamo dire che si tratta di un fallimento fondativo, di un’apertura? È davvero possibile “mancare” un film?

CR: Assolutamente sì. Ananke è un film per me riuscito proprio perché fallimentare, anche e soprattutto dal punto di vista produttivo (superficialmente parlando). In Ananke abbiamo ostinatamente provveduto a incanalarci in un discorso cinematografico tradizionale, con il preciso scopo di fuggire da esso, di dichiarare e palesare una spogliazione da esso, dai sui diktat, dalle sue ottuse dinamiche senza significato. Senza Ananke non ci sarebbe Verso casa. Senza il fallimento non c’è continuazione. Per fallimento intendo il frutto di una spinta che dà vita a qualcosa (il film), che non può che essere fallimentare. Meno male, perché un fallimento segna sempre un percorso e percorrere un percorso è sempre un qualcosa di auspicabile. “Fare l’anima”, dicevamo. In questo senso per me un film è sempre “mancato” e al tempo stesso è “centrato”, “riuscito”, proprio perché manca sempre di qualcosa. Insomma, nella fallibilità, parzialità e imperfezione delle esperienze  e pratiche umane risiede la loro perfezione.

B.L’I.: Io ho qualche problema a rapportarmi con certe sovrastrutture, certe istituzioni, certe dinamiche, che compongono e che contornano il cinema in Italia. Per me Ananke è solo un film troppo sofferto e troppo osteggiato, un film fatto da due persone avulse da ogni sistema e da ogni logica di sistema. Direi piuttosto che Ananke è un film “disabile”, non mancato, ma non abile ad avere una vita dignitosa a prescinedere dalla sua forma estetica.

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  Mi rivolgo ad “Incanto” come ad un disconoscimento dello sguardo “incipriato”. Penso però a Baudelaire che nel suo “elogio al trucco” (il pittore della vita moderna) scrive: “Guai a colui che spinge la depravazione sino al punto di non godere se non la semplice natura!”. Come si può registrare (restituire?) una natura che non sia già esotismo, dissomiglianza, falsa prossimità?

 CR: Possiamo dire che l’esotismo è ricerca e gusto per qualcosa al di fuori da noi: come può  dunque applicarsi alla Natura, essendo noi un tassello dell’infinito mosaico naturale? La questione è presto esaurita quindi, ma facciamo tuttavia un passo indietro.

Personalmente la questione dello sguardo “incipriato” è dirimente, ma siamo sicuri che essa si risolva fra i confini del cinema? Per registrare o restituire la Natura credo sia necessario lavorare su due fronti, che di fatto convergono costantemente: da una parte si tratta di lavorare su di sé (che è molto diverso dal lavorare sulla propria persona); dall’altra è necessario esperirla, questa benedetta Natura. Ognuno scelga come. Come non pensare ad Herzog e ai suoi intendimenti a proposito della selva amazzonica? Immaginiamo la mole massiccia di insegnamenti che può aver appreso un uomo del genere, negli anni che lo hanno visto occupato nella lavorazione dei suoi “film amazzonici”. Un bavarese sicuro di sé, razionale, un po’ megalomane, rinascimentale nella concezione del suo ruolo nel Mondo, che si trova nel Caos Supremo della selva. Un uomo determinato a portare se stesso e il cinema oltre il consentito che si accorge che in quei luoghi sacri anche una formica può ucciderti, che le nostre regole non hanno alcun valore oggettivo, che perdere le proprie coordinate e il senno è cosa facile e neppure così importante, che bene e male e giusto e sbagliato sono solo categorie mentali prive di significato, che un uomo che muore è utile come un uomo che vive. Il tutto in quel che egli percepì come una guerra quotidiana, un’infinita battaglia senza appello. Come dimenticare il suo volto sopraffatto quando ci restituisce tutto ciò, “confidando” le sue frustrazioni alla macchina da presa? La sua intensa esperienza deve averlo scoraggiato moltissimo.

Detto ciò, possiamo restituire un percorso, che se è autentico non è mai esotico né dissomigliante. Concludo con una provocazione, che pongo innanzitutto a me stesso, riportando nuovamente la citazione che hai menzionato nella domanda. “Guai a colui che spinge la depravazione sino al punto di non godere se non la semplice natura!” Dove si colloca il cinema all’interno di questo ammonimento? E se si situasse nel campo della depravazione che allontana dal godimento? Si tratta pur sempre di un filtro. E se davvero non avessimo capito nulla?

B.L’I.: Incanto è un film sullo spaesamento, che è un concetto a me caro quanto la distopia. Infatti segue un film apocalittico.

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Come considerate il progetto di un cinema che possa valere come un affrancamento dello sguardo dalla sua condizione “naturale”, come una continua progettazione dell’occhio (e suo rinascere al mondo)?

CR: Credo sia una buona cosa perseguire un obiettivo simile, indipendentemente dalla sua fattibilità. Quel che penso, tuttavia, è che lo sguardo è determinato dal pensiero, non viceversa. É dunque sulla costruzione del pensiero che dobbiamo focalizzarci; fare cinema può incidere sul pensiero e sulla percezione del mondo, non sullo sguardo. Prendiamo il cinema per quello che è: una delle innumerevoli pratiche che disinnescano la Persona ed edificano il Sé.

B.L’I.: Ritengo, laddove il mio pensiero avesse una valenza, che la settima arte sarà il reperto archeologico del futuro. Ogni documento filmico lo lasciamo ai posteri ed ogni film parlerà non tanto del suo autore ma della contingenza storica che stava vivendo. In questo trovo necessario entrare nel campo dell’etica; forse viziata dalla mia missione di docente, ritengo che che ogni nostro documento debba rispettare non noi stessi ma chi ci succederà. Per questo attribuisco una sacralità – quasi iconica – alle immagini e non comprendo il presente che le fagocita e le dimentica, per nostra stessa colpa.

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Intervista a cura di Giorgiomaria Cornelio