L’alcolismo e altre tecniche di guerriglia anticapitalista. Tendenzialmente innocue

L’alcolismo e altre tecniche di guerriglia anticapitalista. Tendenzialmente innocue

Quando uno ha deciso che la massima realizzazione umana consiste nello sparare cazzate su questioni che non ha ben chiare, perché pontificare, in qualche modo, è l’unica variabile che permette di non far tornare i calcoli della formula del vuot; quando uno poi ha scoperto che sparare cazzate viene certamente meglio se si è leggeri, e ogni bicchiere di vino ha un valore d’uso calcolabile in misura approssimativa – a seconda del periodo e dell’utilità marginale – tra i due etti e i nove chili di peso in meno; quando perciò uno si trova spesso a chiacchierare alticcio, ecco, può capitare, come a me poco fa, che dalla bocca escano frasi estemporanee e non condivise il giorno dopo.
La mia è stata: «Io voglio stare a casa, cucinare a pranzo per la mia donna in pausa pranzo, e cucinare alla mia donna quando torna a casa a cena: dalla vita non voglio niente di più, e se si dovesse aggiungere una prole…» e qui è chiaro che ero già ubriaco, «…se si dovesse aggiungere una prole non cambierebbe niente; aumenterebbero le porzioni e mi farebbe piacere accompagnarla e andarla a riprendere a scuola, perlomeno fino al giorno in cui non se ne vergognerà davanti ai compagni». E giuro di essermi rattristato prefigurando il primo giorno in cui, al terzo anno di università, avrei smesso di accompagnare mio figlio a scuola.

«Dunque ti farai mantenere dalla tua donna?». Secondo me c’è un qualche diritto a non essere presi sul serio quando si pianifica il futuro da alticci, ma vi dirò, io non porto alcun tipo di rancore contro il realista, alticcio anch’esso, che con una semplice domanda vanifica gran parte della tua costruttiva leggerezza ricordandoti la differenza tra non avere un peso e non sentirlo occasionalmente. Non porto rancore, giuro. Anche lui, a suo modo, sta pontificando, anche lui è un collega. «No, non mi farei mai mantenere, o perlomeno non dalla mia donna. Dallo Stato sì, dalla pensione dei miei genitore pure, terzi occasionali, gare di solidarietà, otto per mille, Theleton, tutto occhei, ma dalla mia donna mai…». L’occasione per pontificare era ghiotta: «Il punto è che farsi mantenere crea un vincolo ulteriore rispetto al vincolo affettivo, vincolo che può divenire coercitivo là dove il vincolo affettivo viene meno. Va a finire che una persona è costretta a stare con un’altra solo perché questa la mantiene: e di costrizioni questa società c’è ne dà già così tante che non vado certo a crearmene una nuova io. Io non mi frego con le mie mani».

Quest’ultima frase è una mezza menzogna e l’unica cosa che non può fare un pontificatore è mentire consapevolmente. Dire cose non vere inconsapevolmente è all’incirca la condizione umana, farlo consapevolmente vanifica il “pieno” del discorso-a-cazzo contrapposto al vuoto di tutto il resto. Il discorso inutile, il discorso non funzionale ad altro, ha una sola regola: non mentire.

E la verità è che questo mondo di costrizione vera e propria ce ne dà solo una. Tranne questa costrizione uno può fare tutto quello che vuole, proprio tutto. Vuoi scopare? – scopa; vuoi essere poligamo? – moderno; vuoi essere monogamo? – affidabile; vuoi scopare con gente del tuo stesso sesso? – fallo; vuoi essere bisessuale? – non c’è problema; vuoi essere religioso? – carino!; vuoi avere una religione esotica? – fico; vuoi averla mainstream? – giusto; vuoi essere ateo? – bravo!; vuoi drogarti – why not?; ubriacarti? – certo; vuoi essere astemio? – la salute innanzitutto; la tua pratica sessuale preferita è guardare tua moglie che scopa un altro? – e che problema c’è?; la tua pratica sessuale preferita prevede il legarsi? – interessante, e comunque tutto ciò che avviene in camera da letto, purché fatto da gente consenziente, è lecito, e ciò che è lecito è automaticamente socialmente accettato; vuoi vestirti elegante? – fai bene; vuoi andare in giro in tuta – fai bene pure te; e potrei andare avanti per ore per dimostrare che grossomodo – tranne una cosa – siamo tutti liberi di fare quel gran cazzo che ci pare, con l’unico limite del rispetto della libertà altrui, si sarebbe detto un tempo, laddove oggi è invece di certo più corretto parlare di rispetto della libertà punto, poiché anche dire a Tizio che fa veramente male a fare quella determinata cosa, viene considerata un’ingerenza troppo poco rispettosa della sfera di autodeterminazione individuale.

L’unica cosa che siamo costretti a fare è: lavorare, produrre, “andare-camminare-lavorare” per dirla con Piero Ciampi.

Se te lavori e produci puoi fare tutto e puoi essere tutto: puoi essere frocio, zingaro, ebreo e comunista, giusto per richiamare le categorie sociali brechtiane, se non lavori puoi fare solo cose low cost (passeggiare, fischiettare, dare fuoco alle cose, litigare con i vecchi sull’autobus etc.), ma ciò che è più significativo non è ciò che puoi fare, ma ciò che sei: se non produci non sei niente. Guardate la vostra carta d’identità, voi siete castani, biondi o quant’altro, gli occhi li avete del colore che avete e siete alti un tot., ma ciò che completa la vostra riconoscibilità sociale è la voce “professione”, in assenza della quale una serie di liniette volte a sbarrare il relativo campo palesa come la vostra identità resti un’incompiuta. La voce precedente a quella di professione, ossia lo “stato civile” è un anacronistico retaggio storico, retaggio di un tempo in cui il mettere su famiglia poteva considerarsi un dovere sociale. Ora anche su questo puoi fare quello che vuoi. “La menzogna del capitalismo permissivista”, qualcuno l’ha chiamata così. La menzogna consiste nel simulare la più assoluta libertà individuale per poi sottrarre subdolamente la più importante delle libertà: usare il mio tempo come meglio credo io. E sia chiaro, la questione non è di autoritarismo piramidale-verticale, ma di controllo reticolare-orizontale, come dimostra il fatto che nel 98% dei casi tra le prime tre domande che si pongono reciprocamente due persone che non si conoscono, specie se potenzialmente attratte l’un l’altra, c’è sempre: «E te di che ti occupi?» (provate a rispondere «un cazzo» e annotate mentalmente l’effetto che fa).

Conosco la differenza tra il non avere un peso e il non sentirlo occasionalmente e tendo a santificare questo secondo momento. Allora, camminando verso casa seguendo a fatica una traiettoria lineare – maledicendo quell’ultimo bicchiere che sospetto sarà il primo che rivedrò, e che si porterà dietro tutti gl’altri nel rifare, a segno invertito, il tragitto che lo ha portato dov’è – torno a pensarmi impaziente ai fornelli, in attesa che la mia donna torni per pranzo e attento a che quel momento coincida con il tirare fuori dal forno qualcosa che possa piacerle. Andrò all’anagrafe a farmelo scrivere sulla carta d’identità: alla mia donna piace quello che le cucino.

Giacomo Venezian

elaborazione grafica in copertina: Marta Gargano

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