Lav Diaz e l’onestà della visione

Lav Diaz e l’onestà della visione

FIGLI DELL’URAGANO
(Mga Anak ng Unos, Unang Aklat)

In attesa di sapere quando il film di Lav Diaz The Woman Who Left, vincitore dell’ultima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, verrà distribuito nel nostro Paese, proprio in questi giorni, per la prima volta, è in programmazione nelle sale italiane una delle ultime opere del regista filippino, il documentario Figli dell’uragano (2014), girato tre anni fa in una zona delle Filippine colpita dal devastante tifone “Yolanda”.
Diaz sceglie di raccontare il drammatico evento riprendendo i bambini sopravvissuti al disastro e il loro lento ritorno alla vita quotidiana dopo che la furia della natura si è abbattuta su di essi.
Se c’è qualcuno in grado di adattarsi a situazioni critiche e di profonda disgrazia questi è il bambino che con la sua creatività e un’incredibile elasticità emozionale sviluppa la cosiddetta ‘resilienza’, ovvero la capacità di affrontare e superare un evento traumatico riuscendo a riscattarsi e a continuare il proprio percorso di vita in maniera positiva.
Sono bambini che cercano, continuamente, i resti di ciò che è stato, le risorse che permettano loro di guadagnarsi una dignitosa esistenza, i possibili tesori sommersi per sognare un futuro migliore.
Nei loro occhi leggiamo sì il disorientamento ma non il terrore o la disperazione; si ricomincia da capo, dal bianco e nero che aspetta di essere riempito nuovamente con i colori della vita, dai luoghi silenziosi che aspettano il ritorno dei suoni e delle voci umane.

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 Diaz sistema la macchina da presa ad altezza uomo, si ferma e cattura tutto questo come lui sa fare, con l’onestà dei sentimenti, l’onestà della visione, senza fretta, perché il tratto distintivo del suo cinema è proprio questo, dilatare il tempo, dare modo all’inquadratura di sedimentarsi, lasciare allo spettatore lo spazio necessario per poter osservare, riflettere ed interpretare ciò che sta guardando, negando piuttosto spazio a una colonna sonora che sollecita sensazioni o ad una voce narrante che possa guidare il suo percorso.
Così in quest’opera è il rumore dell’acqua il suono che assume un ruolo rilevante, sia essa la pioggia che cade dal cielo o il fiume che inonda le strade, un elemento capace di donare la vita così come di sottrarla. Un contrasto che Diaz sottolinea nella scelta delle sue inquadrature, a cominciare da quelle che aprono e chiudono il documentario: la pioggia iniziale avvolta nell’oscurità e la pioggia finale che non impedisce ai bambini di giocare spensieratamente.
Anche l’imponente nave cargo intorno alla quale si sviluppano le traiettorie dei giovani sopravvissuti riassume il valore delle contraddizioni che attraversano il paese, se da un lato infatti essa è responsabile della distruzione delle abitazioni di questi bambini e della morte dei loro cari, dall’altro rappresenta per uno strumento di gioco e quindi un mezzo per alimentare il loro divertimento e la loro felicità.

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 Sottraendo l’elemento drammatico Diaz si concentra sulle possibilità del dopo, su coloro che hanno ancora uno sguardo aperto sul mondo e la forza di immergersi nuovamente in quel flusso continuo che è la vita; un’immagine evocata in maniera sublime nella scena che chiude la pellicola, dove la macchina da presa, immobile e distante, riprende i giovani che ormai abbiamo imparato a conoscere tuffarsi in mare da quella stessa nave che ha segnato le loro esistenze; l’immagine si avvicina, il tempo rallenta, come se fosse possibile far durare per sempre quel momento di pura gioia; i bambini continuano ad arrampicarsi sulla scaletta dell’imbarcazione e ogni loro tuffo è come un nuovo inizio, una rinascita dell’anima, un ritorno a nuova vita.

Elisabetta Orsi