Mario Calabresi, A occhi aperti. Dieci fotografi raccontano i momenti in cui la storia si è fermata in uno scatto

Mario Calabresi, A occhi aperti. Dieci fotografi raccontano i momenti in cui la storia si è fermata in uno scatto

Cosa significa essere un fotogiornalista? “A occhi aperti” (Contrasto, 2013) è un libro di Mario Calabresi che, tentando di rispondere a questa domanda, raccoglie le testimonianze di 10 fra i più grandi fotografici della storia: Steve McCurry, Josef Koudelka, Don McCullin; Elliott Erwitt, Paul Fusco, Alex Webb, Gabriele Basilico, Abbas, Apolo Pellegrin, Sebastiao Salgado. E non della storia della fotografia: questi fotografi hanno attivamente partecipato alla Storia tramite il loro mestiere, donandoci delle verità in altro modo nascoste o semplicemente celate. La potenza dell’immagine è proprio questa: non può essere ignorata, non si può cambiare pagina o distogliere lo sguardo, le reazioni sono istantanee quanto quegli scatti, quei momenti.

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Il libro racchiude interviste dirette od indirette a questi grandi autori e narra le vicissitudini dietro gli scatti i quali, come detto, sono momentanei, mentre il punto saliente di tutta la raccolta è il prima e il dopo che ha portato i fotografi in prima fila. Si parla molto di pazienza, di lunghe attese dell’importanza marginale o meno della perfezione di uno scatto. Vi è presente in grande quantità, nelle parole di questi testimoni, un istinto animale: “un comportamento irragionevole”, come il titolo della autobiografia di Don McCullin, quella spinta viscerale che porta il fotogiornalista oltre i propri limiti, oltre l’umana prudenza. Personalmente, mi sono sempre chiesta in quale momento avvenisse il distacco fra dovere di cronaca e coscienza personale. Ovvero, in una situazione estrema, in un ambiente ostile, circondato da cadaveri o da persone bisognose di aiuto, sotto bombardamento, un fotogiornalista come può in coscienza continuare a scattare? Ogni pagina, ogni autore, ogni foto di questo libro rispondono a questa domanda in 10 modi diversi. Perché dietro ogni scatto si nasconde un modo di fotografare legato indissolubilmente al proprio trascorso, al proprio riserbo, al rispetto anche del luogo in cui ci si trova e alla situazione che si sta vivendo e soprattutto con chi la si sta vivendo. Si legge per esempio si legge fra le righe, a dispetto delle volontà di Calabresi, il distacco professionale di Steve McCurry: un fotografo che si definisce “fotosensibile” ai limiti della fobia che con pazienza e indubbia tecnica ricerca spasmodicamente la luce perfetta, il viso perfetto, la situazione perfetta. Un esteta, a mio modesto parere, che ricorda i suoi scatti con vanità ed orgoglio. Non sempre le fotografie vanno narrate, l’immagine a volte parla per sé, soprattutto quando lo scatto è stato fatto in previsione di una prima pagina del National Geographic.

Steve McCurry, Bangladesh, 1983

Steve McCurry, Bangladesh, 1983

Alcune storie invece vanno raccontate, alcune storie sono oltremodo doverose: come quella di Josef Koudelka, alias l’anonimo praghese pupillo di Henri Cartier-Bresson che definì il suo lavoro sulla primavera di Praga il più grande e meglio riuscito servizio di denuncia degli ultimi 50 anni. 200 Rullini scattati in 3 giorni durante l’invasione sovietica che smentivano le voci di propaganda diffuse dalla Russia sulla contentezza dei Cecoslovacchi all’arrivo della nuova potenza dominatrice. Servizio che costò al fotogiornalista 20 anni di esilio dal proprio paese. Egli non voleva essere pubblicato, non aveva alcuna ambizione, si trovò nel posto “giusto” al momento “giusto” ed in prima linea, sopra i carri armati per testimoniare la sua guerra, il suo Paese in lotta le sue piazze invase. Dal 1968 al 1984 Koudelka fu conosciuto come fotografo solo per il reportage sui Gitani, che comunque – proprio perché senza fissa dimora e sotto scacco di denuncia o arresto – riuscì a mettere in mostra per intero con tutti i suoi 109 scatti solo nel 1991 a Milano.

Josef Koudelka, Praga, 1968

Josef Koudelka, Praga, 1968

Don McCullin parla molto di coscienza e di incubi notturni. Durante il tempo dell’intervista il fotografo dichiara a Calabresi di voler fotografare solo paesaggi, di essersi stufato di “rubare” la dignità dei soggetti così come aveva fatto a Cipro nel ’64 o in Vietnam o in Biafra nel ’68 o in Irlanda del Nord negli anni ’70. Le sue sono parole forti dettate da un passato al limite della criminalità e nella forza ritrovata tramite la passione per la fotografia che però lo ha portato in giro per il mondo fotografando miseria, morte e tragedia. Egli oggi vive in campagna con la famiglia alla ricerca del paesaggio perfetto dichiarando “non mi è più possibile abituarmi alla normalità dei massacri”.
Calabresi è l’ultimo a riuscire ad intervistare Gabriele Basilico prima della sua prematura dipartita e con il quale parla di spazi fotografici ed architettonici, dell’importanza del formato in fotografia e di tecniche della fotografia spaziale; ricuce momenti storici della fotografia insieme a Elliott Erwitt, un uomo e fotografo di spiccata ironia, che prima di essere a capo della Magnum era il fotografo ufficiale della Casa Bianca, oltre ad aver testimoniato la repressione razziale in America negli anni ’50; dibatte con Salgado sul Mal d’Africa e sulle circostanze sfavorevoli nelle quali lavorò in Sud America a strettissimo contatto con comunità fuori dal mondo così come lo immaginiamo noi occidentali.

Gabriele Basilico, Beirut, 1991

Gabriele Basilico, Beirut, 1991

L’intervista più bella è con Paul Fusco riguardo al suo servizio sul Funeral Train, un servizio che ha aspettato 30 anni per vedere la luce. Nel 1968 (un anno importante per molti di questi fotografi), Paul Fusco venne mandato dal suo redattore di Look Magazine all’interno del treno che conteneva il feretro di Bob Kennedy, assassinato la sera del festeggiamento della vittoria delle primarie come candidato democratico, che doveva percorrere il tragitto tra New York e Washington. Sul treno i servizi segreti Americani impedirono a Fusco di fotografare l’interno,: fu così che l’autore. con una manciata di rullini nello zaino, iniziò a fotografare l’esterno, dove migliaia di persone lungo il percorso di 328 chilometri si erano schierate per salutare il leader del partito. Il viaggio, nonostante il breve percorso, durò quasi 8 ore, durante le quali Fusco poté fotografare un pezzo di storia. Nonostante molti scatti siano mossi, essi racchiudono con eleganza e malinconia l’immobilità del saluto degli americani a qualcosa che sta passando e scomparendo via nelle loro vite: un treno, un uomo che raffigurava un barlume di speranza. Calabresi riesce in questa specifica intervista a racchiudere tutti i tempi e le pause che il fotografo si prende, narrando l’evento con voce bassa e timida.

Robert F. Kennedy funeral train, 1968

Robert F. Kennedy funeral train, 1968

La capacità di Calabresi nel raccontare queste storie, aiutato in larga misura dalle personalità spiccate di questi capostipiti del fotogiornalismo, è stata principalmente quella di riuscire ad accomunarli sotto un termine che non è mai presente all’interno dei testi, ma che è la parola chiave di tutto la raccolta. Questa parola è vocazione. Vocazione presente in ogni scatto, in ogni parola di ogni singolo fotografo qui raccontato. Vocazione grazie alla quale alcune verità storiche sono state impresse su pellicola e rese immortali dagli occhi osservanti di chi di questa vocazione è riuscito a farne un mestiere capace di rendere partecipe il mondo tramite le immagini di un solo secondo.

Giovanna Santirocco