Mario Mieli, o della traviata norma

Mario Mieli, o della traviata norma

«Il tempo stringe» scriveva Mario Mieli in Elementi di Critica Omosessuale, testo datato 1977, vilipendio contro una norma sessuale considerata allora inamovibile e pratica per la riconquista – gioiosa – di quella seconda vita, «polimorfa e ricchissima» che non vuole abortire. Leggerlo oggi vuol dire non piegarsi alla misura della contingenza, e rifiutare radicalmente quel sussidiàrio della tolleranza che da anni viene spacciato come “liberazione sessuale”. Vuol dire, al contrario, rivolgersi alla misura opposta, costringersi a una violenta smentita, essere fedeli a un umore inquieto. Vuol dire prendere atto – insieme – di una provenienza e di come, allo stesso modo, questa provenienza sia anche futuro e ribaltamento. Vuol dire tornare a interrogare e a incomodare chi vorrebbe la cancellazione permanente di quello che rimane, tutt’oggi,  uno dei saggi più importanti sugli “studi di genere” in Italia e nel mondo. Vuol dire, infine, ribadire una formula interamente distante da quella accomodante e conciliatoria di associazioni come il “Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli” che (come testimoniano le reazioni alle recenti affermazioni di Silvana De Mauri) continuano a fraintendere o a mortificare il senso e la direzione dell’opera di Mieli.

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Elementi di critica omosessuale risulta essere non disponibile. Rifacimento della tesi di laurea, Mario Mieli lo pubblicò per la prima volta con l’Einaudi nel 1977; a questa edizione ne seguì una uscita nel 2002 per Feltrinelli, non più acquistabile. Recentemente Silvia De Laude ha pubblicato per le Edizioni Clichy un libro dal titolo E adesso, volto proprio a restituire un ritratto complessivo della vita e della produzione del filosofo milanese.

«Quando andavo travestito in metropolitana a Milano, i tacchi a spillo e boa di struzzo, la violenza negli occhi di chi mi stava attorno, era la testimonianza di quanto gli altri invidiassero la mia libertà di cui loro erano privi».

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Il tempo stringe, ed è per questo che urge al più presto una ristampa dell’opera. Su change.org è stata lanciata una petizione dal titolo “Ristampare Elementi di critica omosessuale di Mario Mieli”, diretta proprio alla Feltrinelli e a chiunque fosse interessato alla diffusione del testo.

 

 

LINK ALLA PETIZIONE

 

 

Qui sotto vengono pubblicati estratti dal capitolo primo e dal capitolo quinto.

Giorgio Cornelio

 

 

 

Capitolo primo

1.Il desiderio omosessuale è universale

In questo libro, io chiamerò transessualità la disposizione erotica polimorfa e «indifferenziata» infantile, che la società reprime e che, nella vita adulta, ogni essere umano reca in sé allo stato di latenza oppure confinata negli abissi dell’inconscio sotto il giogo della rimozione. Il termine «transessualità» mi sembra il più adatto a esprimere, ad un tempo, la pluralità delle tendenze dell’Eros e l’ermafroditismo originario e profondo di ogni individuo. Ma cosa vuol dire «ermafroditismo originario e profondo»?

In genere, si chiamano transessuali tutti gli adulti che vivono coscientemente il proprio ermafroditismo e che riconoscono in sé, nel proprio corpo e nella mente, la presenza dell’«altro» sesso. Attualmente, i «casi» di transessualità manifesta riflettono le problematiche relative alla contraddizione tra i sessi e alla repressione dell’Eros, che è repressione della universale disposizione transessuale (ovvero polimorfa e ermafrodita) umana: i transessuali manifesti, perseguitati dalla società che non ammette confusione tra i sessi, tendono spesso a ridurre la propria effettiva transessualità a monosessualità apparente, cercando di identificarsi col sesso storico «normale» opposto al loro sesso genitale; così, la donna transessuale si sentirà uomo, scegliendo la virilità, mentre l’uomo transessuale si sentirà donna, scegliendo la femminilità. Un essere umano dal sesso «imprecisato» circola per le strade della capitale molto meno facilmente di un uomo che sembri, a tutti gli effetti esteriori, donna o di una donna che sembri uomo. Perciò oggi, spesso, chi si sa transessuale desidera cambiar sesso (genitale) e può in effetti optare per Casablanca o Copenaghen, per il «cambiamento di sesso» tramite operazione, oppure, più frequentemente, può limitarsi all’identificazione psicologica col sesso «opposto».
La società induce i transessuali manifesti a sentirsi monosessuale a celare il loro reale ermafroditismo. Ma, a dire il vero, così la società si comporta con tutti: infatti siamo tutti, nel nostro profondo, transessuali, siamo stati tutti bambini transessuali e ci hanno costretto a identificarci con un ruolo monosessuale specifico, maschile o femminile. Nel caso dei transessuali manifesti, ovvero di quelle rare persone che non hanno rimosso crescendo la propria transessualità, la costrizione sociale produce effetti inversi rispetto a quelli «normali», dal momento che l’uomo tende a identificarsi con la donna e la donna con l’uomo. Come vedremo, la transessualità manifesta non comporta necessariamente una particolare propensione all’omosessualità: esistono parecchi transessuali eterosessuali. Ma allora, per esempio, se sono uomini e si sentono donne e desiderano sessualmente le donne, la loro eterosessualità è, in certo qual modo, omosessualità. Lungi dall’essere particolarmente assurda in sé, la transessualità ribalta le categorie attuali separate e contrapposte della sessualità considerata «normale», di cui evidenzia, piuttosto, il carattere assurdo.
In ogni caso, coloro che si sanno transessuali, oggi, manifestano a (bisessualità)-transessualità latente in tutti. La loro condizione li avvicina o li conduce alla coscienza, potenzialmente rivoluzionaria, del fatto che ogni essere umano, embriologicamente bisessuale, conserva in sé per tutta la vita, dal punto di vista biologico e psicologico, la presenza dell’altro sesso.
Io credo che il superamento delle attuali categorie separate e antitetiche della sessualità sarà transessuale e che nella transessualità si coglierà la sintesi una e molteplice delle espressioni dell’Eros liberato.

8. Edipo o altro

Dal punto di vista gay, così come da quello femminista, non si può parlare di complesso edipico senza provvedere a una rifondazione completa delle teorie che lo concernono, senza tenere effettivamente conto del complesso nella sua completezza.
Secondo Deleuze, non si deve «credere che basti dell’omosessualità per uscire dalle categorie psicoanalitiche classiche: Edipo – castrazione – pulsione di morte».

Ma, pur riconoscendo che anche l’omosessualità, analogamente all’eterosessualità, si basa su una concezione radicata della differenza tra i sessi, differenza che trova il suo fondamento nell’ambito della triangolazione edipica e che la transessualità del profondo contesta, noi gay non ci riconosciamo nella categoria psicoanalitica classica dell’Edipo, poiché l’omosessualità, in certo qual modo, nega l’Edipo: «la manifestazione immediata del desiderio omosessuale si oppone ai rapporti di identità, ai ruoli necessari che l’Edipo impone per assicurare la riproduzione della società. La sessualità riproduttrice è anche riproduzione dell’Edipo; l’eterosessualità familiare non assicura solo la produzione di figli, ma soprattutto la riproduzione di Edipo come differenziazione tra genitori e figli» (Guy Hocquenghem). Il desiderio omoerotico minaccia la riproduzione edipica: «Il desiderio omosessuale è l’ingenerante-ingenerato, il terrore delle famiglie perché si produce senza riprodursi»
Trattando dell’affermazione dell’eterosessualità, abbiamo visto come la sua supremazia (che si determina attraverso la fase edipica) si regga sulla repressione delle tendenze omoerotiche. La lotta omosessuale rivoluzionaria si batte dunque contro una forma di repressione che sta a monte dell’Edipo. Nega l’Edipo poiché nega le sue premesse. Lo stesso Deleuze, con slancio benevolo, ammette: «Non che ci sia di meno in certi gruppi omosessuali una potenzialità rivoluzionaria. Credo che non sia semplicemente in quanto sono omosessuali, è ben di più, in quanto, attraverso la loro omosessualità, hanno saputo mettere in questione il problema stesso delle differenze tra i sessi. E tramite questa rimessa in questione, diventano capaci, in quanto marginali, di porre, di incaricarsi del problema del desiderio sessuale nel suo insieme» Tante grazie.
Noi checche rivoluzionarie sappiamo vedere nel bambino non tanto l’Edipo, o il futuro Edipo, bensì l’essere umano potenzialmente libero. Noi, sì, possiamo amare i bambini.

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Capitolo quinto

Mens sana in corpore perverso”.

Se ogni essere umano è (anche) omosessuale, coloro che rifiutano apertamente la propria omosessualità non fanno che reprimersi e adeguarsi alla repressione. Per gli eterosessuali è cosa ovvia e «naturale» essere esclusivamente tali: essi corrispondono al modello cui il sistema li ha obbligati a identificarsi; né avvertono consciamente il peso della rimozione dell’omosessualità. Il loro comportamento erotico «normale», ovvio, nasconde (ma al tempo stesso evidenzia) la repressione molto più efficacemente di quanto non la celi il desiderio sessuale «anormale», anomalo, che la sottocultura dominante rifiuta, considera patologico e/o perverso,
o tutt’al più tollera. D’altra parte, se per colui che si ritiene «normale» essere eterosessuale è cosa «naturale», ovvia, rileveremo con Husserl «[...] come tutte le ovvietà siano pregiudizi, come tutti i pregiudizi siano oscurità derivanti da una sedimentazione tradizionale [...]». Si tratta di sospendere il giudizio su tutta la sessualità, se — partendo da un punto di vista eterosessuale — si vuole evitare di ricadere costantemente nei pregiudizi correnti.
(…)Oggi, liberazione del desiderio significa anzitutto liberazione da un certo tipo di desideri imposti. Il desiderio eterosessuale esclusivo, per esempio, è un desiderio coatto, risultato dell’educastrazione. Così, in gran parte dei casi, la sessualità liberalizzata dal sistema nega e reprime la libera espressione dell’Eros, si manifesta polarizzata da veri e propri oggetti di desiderio che la limitano, la mutilano, la incanalano nell’ambito mortifero delle direttive del capitale, la allontanano dall’essere umano per rivolgerla verso il feticcio, il fantasma stereotipato, la merce. La sessualità coartata dal capitale trasforma la donna e l’uomo in merci e feticci; ma sotto le loro apparenze di maschere, zombie, robot, insomma cose, si celano esseri viventi, si dibatte un desiderio censurato. I rapporti quotidiani e i desideri coscienti si muovono in genere tra maschere, apparenze, personaggi, personificazioni di un determinato tipo di valore: bella figa o bel figo, intellettuale, duro, «femminista», metalmeccanico, donna di casa, «rivoluzionario», «invertito», uomo d’affari, cuoco, prostituta… ognuno vale più o meno. Ma come la merce è in realtà lavoro umano, così i feticci che si aggirano per le strade sono donne, uomini, dei. Le città del capitale sono il palcoscenico di un assurdo spettacolo, e basta rendersene conto per scoprire che non esiste un senso né utilità umana in questa recita. Tanto più che questa recita è una tragicommedia noiosissima: e la sua falsità è continuamente denunciata agli occhi degli attori-spettatori della reale e fisica morte dei personaggi, di cui soltanto per omertà non si parla. Ma se c’è la morte, dovrebbe ben esserci la vita. E infatti essa preme al di là della recita.
La lotta per la liberazione del desiderio, del profondo, è lotta per la (ri)conquista della vita, per il superamento della sopravvivenza angosciosa, ruolizzata e costantemente minacciata cui siamo costretti, per mettere fine alla messinscena nevroticogrottesca che ci coinvolge, chi più chi meno, tutti, poiché siamo stati negati, separati gli uni dagli altri, da noi stessi. E non si tratta di riscattare il bon sauvage (ché anche questo è un mito borghese), ma la nostra potenzialità estetica e comunista, il nostro desiderio di comunità e di piacere cresciuto nella latenza per millenni: «l’educazione dei cinque sensi è un’opera di tutta la storia del mondo fino ad oggi.»