Campo selvatico,1959, Tempera su pannello.
The Museum of Modern Art, New York, Collezione Sidney e Harriet Janis, 1967. © 2017 Mark Tobey / Seattle Art Museum, Artists Rights Society (ARS), New York.

Mark Tobey: Luce Filante

Evocative tele elaborate attraverso delicati intrecci di linee simili a merletti attraggono il mio sguardo fino a farmi immergere in una realtà parallela. Sono le opere create da Mark Tobey, uno dei maggiori artisti americani del secondo Novecento, considerato il padre del grafismo occidentale e il precursore della pittura segnica. Realizzati grazie ad uno stile pioneristico, i suoi lavori sono visibili fino al 10 settembre nella mostra Mark Tobey. Luce Filante, a cura di Debra Bricker Balken, ospitata presso la Collezione Peggy Guggenheim di Venezia e organizzata dall’Addison Gallery of American Art, situata sul campo della Phillips Academy di Andover in Massachusetts, dove sarà in seguito esposta dal 4 novembre 2017 all’11 marzo 2018.

Mark Tobey nel suo studio, 1949. Courtesy Arthur Lyon Dahl. Photo by Larry Novak.

Mark Tobey nel suo studio, 1949. Courtesy Arthur Lyon Dahl. Photo by Larry Novak.

Una retrospettiva, la prima in assoluto in Italia, ideata col fine ultimo di riesaminare la produzione artistica dello statunitense proponendo al pubblico ben sessantasei dipinti conseguiti nell’arco della sua longeva carriera – dagli anni ‘20 fino agli anni ‘70 – mettendone in risalto la sua affascinante portata innovativa e decretandone la distanza dall’espressionismo dell’Action Painting di Jackson Pollock. Entrambi negli anni ’40 del XX secolo abbandonarono l’arte figurativa per approdare all’astrazione ma usufruendo di differenti prassi. Se Pollock utilizzò il dripping per manifestare un disagio sociale attraverso pratiche d’origine surrealista come i procedimenti automatici e i gesti incondizionati e spontanei, al contrario Mark Tobey (Centerville, Wisconsin 1890 – Basilea 1976) impiegò una tecnica calligrafica per comporre opere in cui un’infinità di pennellate filamentose sono disposte secondo un preciso e studiato accostamento debitore della visione delle diagonali e dei rigidi reticolati tipici dell’urbanistica modernista di New York nonché della sua fascinazione per il mondo orientale.

Luce filante, 1942, Tempera su pannello,The Museum of Modern Art, New York Acquisto, 86.1944 © 2017 Mark Tobey / Seattle Art Museum, Artists Rights Society (ARS), New York.

Luce filante, 1942, Tempera su pannello,
The Museum of Modern Art, New York Acquisto, 86.1944 © 2017 Mark Tobey / Seattle Art Museum, Artists Rights Society (ARS), New York.

Una poetica lontana dal nazionalismo culturale americano divulgato da Greenberg e dalla Scuola di New York poiché nata da una profonda sintesi tra due culture figurative opposte – orientale e occidentale – incentrate sui concetti divergenti di spiritualità e di materialità. Osservando le sue rivoluzionarie tele è possibile scorgere chiari riferimenti alla pittura cinese su pergamena, al cubismo europeo ma anche alle vertiginose forme architettoniche che s’innalzano nelle metropoli mondiali richiamando al senso ascensionale caratteristico dei culti asiatici come la fede Bahá’í, religione abramitica monoteista nata in Iran a metà del XIX secolo, cui Tobey si convertì nel 1918. Nonostante Manhattan fosse la sua musa ispiratrice, egli continuò a risiedere a Seattle e a viaggiare molto tra l’Europa e l’Oriente (Kyoto, Shanghai, Hong Kong, Medio Oriente). Le sue straordinarie creazioni furono presentate per la prima volta al pubblico nel 1944 presso la Willard Gallery di NY, circostanza in cui fu coniato il termine scrittura bianca per definire la sua specifica modalità espressiva, locuzione da lui apprezzata ed impiegata nella corrispondenza che tenne con artisti, scrittori, galleristi e nelle interviste.

Cristallizzazioni, 1944, Tempera su pannello.Iris & B. Gerald Cantor Center for Visual Arts, Stanford University, Mabel Ashley Kizer Fund, Donazione Melitta e Rex Vaughan, e Modern and Contemporary Acquisitions Fund © 2017 Mark Tobey / Seattle Art Museum, Artists Rights Society (ARS), New York.

Cristallizzazioni, 1944, Tempera su pannello.
Iris & B. Gerald Cantor Center for Visual Arts, Stanford University, Mabel Ashley Kizer Fund, Donazione Melitta e Rex Vaughan, e Modern and Contemporary Acquisitions Fund © 2017 Mark Tobey / Seattle Art Museum, Artists Rights Society (ARS), New York.

Nelle sale espositive della location veneziana è possibile osservare il lento passaggio compiuto da Mark verso l’eliminazione degli elementi figurativi dalle sue opere (Il vuoto divora l’era del gadget, 1942; Luce Filante, 1942). Il 1944 segna una svolta decisiva – come documentato in Cristallizzazioni (1944) e Linee della Città (1945) – proseguita nel decennio successivo con Frammenti nel tempo e nello spazio del 1956 o in Mondo del 1959, tele in cui si ravvisano pacatezza ed introspezione quali peculiarità distintive del suo operare fondato sulla creazione di mondi microscopici, composizioni intime e sull’osservazione intensa della natura, della città e del flusso delle luci. Durante gli anni Cinquanta trascorse molto tempo a Parigi per poi trasferirsi definitivamente a Basilea nel 1960, dove creò il suo studio. Nella seconda metà degli anni Cinquanta lesse diversi libri sulla cultura Zen e giapponese rimanendone ammaliato tanto da spronarlo a produrre un nuovo corpus di lavori, i cosiddetti sumi, che videro la luce nella primavera del 1957 (Senza titolo, Disegno Sumi, 1957) e che si distanziano dai precedenti per via della loro spontaneità e intuitività.

Senza titolo (Disegno Sumi),1957, Inchiostro su carta, Collezione Martha Jackson, The Albright-Knox Art Gallery, Buffalo, New York, 1974:8.37 © 2017 Mark Tobey / Seattle Art Museum, Artists Rights Society (ARS), New York.

Senza titolo (Disegno Sumi),1957, Inchiostro su carta, Collezione Martha Jackson, The Albright-Knox Art Gallery, Buffalo, New York, 1974:8.37 © 2017 Mark Tobey / Seattle Art Museum, Artists Rights Society (ARS), New York.

In questo periodo partecipò a numerose mostre internazionali – come Fourteen Americans di Dorothy C. Miller al MOMA di New York nel 1946 – e nel 1958 fu invitato alla Biennale d’Arte di Venezia per esporre nel Padiglione Americano insieme a Mark Rothko ed altri artisti, occasione che gli valse il Premio del Comune di Venezia, fino a quella data aggiudicato solamente da un altro americano: James McNeill Whistler. Fu in questi anni che iniziò a maturare la decisione di aumentare le dimensioni delle sue creazioni, problema ritenuto non consono alla propria produzione, caratterizzata da una forte componente spirituale ed intimistica. L’impiego di supporti monumentali e della pittura ad olio, sostituita dalla precedente a tempera, ampliò, ancor più, la sua idea di scrittura bianca non legata a un determinato contesto geografico ma rivolto a un più alto stato di consapevolezza ed autonomia. Infatti, dopo il suo trasferimento in Europa e nonostante il suo riconoscimento di maestro e precursore dell’Informale insieme al gruppo di astrattisti del vecchio continente (Jean Dubuffet, Hans Hartung, Georges Mathieu, Henri Michaux, Pierre Soulages e Wols) Tobey continuò a essere restio nei confronti di etichette collegate a gruppi artistici, americani o francesi che siano, poiché – come egli ha sempre dichiarato – la sua scrittura bianca è l’emanazione di un pensiero che sfida i confini culturali grazie all’integrazione di elementi estetici e filosofici d’origine sia occidentale sia orientale.

Maila Buglioni

Campo selvatico,1959, Tempera su pannello.The Museum of Modern Art, New York, Collezione Sidney e Harriet Janis, 1967. © 2017 Mark Tobey / Seattle Art Museum, Artists Rights Society (ARS), New York.

Campo selvatico,1959, Tempera su pannello.
The Museum of Modern Art, New York, Collezione Sidney e Harriet Janis, 1967. © 2017 Mark Tobey / Seattle Art Museum, Artists Rights Society (ARS), New York.

 

Mark Tobey, Luce Filante
a cura di Debra Bricker Balken
fino al 10 settembre 2017
Collezione Peggy Guggenheim
Palazzo Venier dei Leoni – Dorsoduro, 701 – 30123 – Venezia
ingresso a pagamento
orario: lunedì – domenica 10:00 -18:00 – martedì chiuso
La biglietteria chiude alle ore 17:30
info:
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