Matteo Nasini, Distratti dal buio

Matteo Nasini, Distratti dal buio

Sì Lei, mi portava in fondo al mare perché dovevamo cercare una cosa importante, un’alga fotosensibile che serviva come pellicola per un film. L’acqua era scura e densa, praticamente buio, mi teneva per mano e scendevamo giù fino al fondo vicini a queste alghe color cenere che si muovevano come capelli al vento.
Lei mi diceva che su queste alghe si potevano impressionare immagini e che c’era tutta una scuola di filmaker sperimentali Russi che nel secolo scorso le aveva usate e anche scritto dei trattati su questa specie di vegetale marino.

I flip books sono libri composti da una serie di immagini che, variando gradualmente da una pagina all’altra, sembrano animarsi quando il libro viene sfogliato rapidamente. Oggi sono spesso utilizzati nell’editoria per l’infanzia, ma in realtà rappresentano la forma primitiva di animazione. Come le immagini in movimento, si basano sulla persistenza della visione: invece di decifrare le immagini da sinistra a destra, il lettore fissa lo sguardo nella stessa posizione mentre le pagine scorrono e ciò crea l’illusione che si stia osservando un unico movimento continuo piuttosto che una serie di immagini singole presentate in successione. I flip books sono oggetti affascinanti, astratti e allo stesso tempo molto fisici: Daumenkino, letteralmente “pollice cinema”, è la parola tedesca che definisce questo tipo di prodotto editoriale e riflette il processo di interazione umana necessario per attivarlo.

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Il flip book è un riferimento immediato e inevitabile nel caso di Distratti dal buio, la pubblicazione che Matteo Nasini ha realizzato con Yard Press a fine 2015. La matrice di partenza è un bacino di materiale “d’archivio” – prevalentemente foto, disegni e testi che nel corso degli anni l’artista ha sviluppato in maniera autonoma e caotica parallelamente ai suoi altri progetti – che viene trasformato in intreccio di racconti aperti, in cui l’associazione e il dialogo tra la parte visiva e i testi vanno a formare una zona controversa, sia realistica che fantastica. E’ uno spazio chiaroscuro, di origine spesso privata e a tratti diaristica, dove il lettore si introduce in punta di piedi, quasi spiando. La scelta del bianco e nero, anzi precisamente del colore unico (Black Silver Ink) non è casuale, così come la dimensione tascabile della pubblicazione, che conferisce al volumetto la pasta omogenea e domestica del primo cinema.

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La dimensione narrativa è fondamentale e l’esperimento è stato quello di svilupparla attraverso un materiale frammentario, aprogettuale e labirintico basato in larga parte sull’illustrazione e la fotografia – due generi “minori” in termini di presenza nella produzione dell’artista, che si muove principalmente tra la musica e l’istallazione, spesso in spazi pubblici e su grande scala. Anche il titolo è carico di implicazioni: è allo stesso tempo malinconico e ironico, profondo e leggero. Riporta alla mente l’infanzia e il rapporto di terrore e attrazione verso il buio che si vive solo quando si è bambini. “Ma non è stato premeditato e non ha un significato specifico proprio per l’accezione ambigua che la frase suggerisce”, racconta Matteo. “E’ qualcosa che è presente e accompagna lo scorrere dei racconti in modo indiretto, è una sorta di osservatore nascosto”.

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Ritrovai il sentiero sul quale poco dopo incontrai la mucca che invece di dormire mangiava il prato, gli feci la boccaccia e lei disse: nella realtà, splende ancora il sole e tu sei addormentata in mezzo al granoturco, non hai ancora capito che questa notte e la tua paura sono la stessa cosa.
Non è vero! gli urlai e lei mi rispose: Non ti preoccupare, qui puoi restare quanto vuoi.

Paola Paleari

www.matteonasini.com
www.yardpress.it/distratti-dal-buio

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