Meg Stuart/Damaged Goods – Sketches/Notebook.

Meg Stuart/Damaged Goods – Sketches/Notebook.

 23 aprile, Dag van de dans. Bruxelles, capitale della Vallonia e cuore palpitante dell’arte della coreografia sin dagli anni ’80, porta la danza  nelle strade. Chiama a raccolta la sua folta e sempre più crescente comunità di amanti della danza –e non solo-  per una grande manifestazione che ha animato la città coinvolgendo donne, uomini, anziani, giovani e bambini di diverse nazionalità.

In particolare Anne Tersa De Keersmaeker e Wim Vandekeybus, due dei coreografi belga più acclamati nella scena internazionale, si sono visti protagonisti di questa liberatoria iniziativa: la prima organizzando una slow walk a partire da cinque angoli opposti di Bruxelles che è poi confluita in una danza collettiva a mo’ di flashmob nella famosa Grand-Place; il secondo con una street performance eseguita dalla sua compagnia Ultima Vez, in cui la gente ha potuto godere da molto vicino e in uno scenario insolito di alcuni pezzi del suo repertorio.

Un rito collettivo di vibrante energia umana che risulta ancora più benefico dopo i terribili accadimenti degli ultimi tempi nelle maggiori città europee e che appena un mese prima hanno visto l’aeroporto di Zaventem e una linea della metro di Bruxelles come triste palcoscenico di brutalità.

La stessa sera il Kaaitheater apriva i battenti alla coreografa americana Meg Stuart che, con la sua compagnia Damaged Goods, ha portato in scena ben 4 ore di spettacolo (per l’occasione esteso di 2 ore rispetto alla durata originaria) con la produzione Sketches/Notebook.

Per chi fosse stato novello del suo lavoro – come d’altronde ero io- non si sapeva bene cosa aspettarsi, mentre per i molti affezionati non è stata che un’ulteriore conferma della sua inesauribile creatività e linguaggio multiforme, che ha fatto sì che si aggiudicasse la protezione e il sostegno del settore culturale fiammingo sin dal 1994, anno in cui Meg Stuart fondò la sua compagnia e vinse il primo sussidio dal governo fiammingo -prima coreografa straniera a raggiungere questo risultato.

Ho ben presto capito –letteralmente dal primo passo che ho mosso nello spazio che mi avrebbe “contenuta” da lì a 4 ore- che quello a cui avrei assistito (ma farei meglio a dire “partecipato”) non sarebbe stata una performance come tante –o spettacolo, nell’accezione comunemente data per buona-, bensì un vero e proprio “evento”. Appena entrata –dicevo- in quella che mi è sembrata essere sin dall’inizio una bolla di sapone, intendendo al contempo il suo essere variopinta e tridimensionale, l’occhio è andato perdendosi dietro a questo e a quell’altro stimolo (visivo, uditivo, tattile) per una durata che non riesco a ricordare. Perché anche quello, il tempo e la sua percezione, si era d’improvviso rarefatto in un loop che sembrava non dovesse mai finire. Nessun elemento era tirato fuori. I corpi dei danzatori, gli oggetti di scena, i costumi, i microfoni, le luci, gli strumenti musicali: tutti gli elementi che di norma servono alla messa in scena teatrale –ma molti dei quali sono opportunatamente occultati alla vista dello spettatore- erano come esaltati. Perfino i tecnici erano parte integrante di questo trip iniziale –e, a dir la verità, lo sono stati per l’intera durata di quella serata surreale-, indossando esuberanti costumi di scena ed eseguendo il loro lavoro sotto studiati spotlights. A coronare il tutto la colonna sonora di Jurassic Park, eternamente ripetuta mentre al pubblico, a metà tra il divertito e lo sconcertato, venivano distribuite pietre colorate, veniva chiesto di reggere corde e, in alcuni casi, di mettersi alla prova in esercizi di coordinazione delle braccia. A molti leggevo nel pensiero “speriamo che non prenda me!” –cosa che anch’io mi dicevo con crescente preoccupazione- e che è un po’ lo stesso pensiero che hanno molti papà quando accompagnano i figli a vedere il circo, e c’è il clown che si aggira tra il pubblico in attesa di trovare la sua prossima vittima (“ ti prego fai che non scelga me”) e tentano in tutti i modi di camuffarsi dietro ad un pacco di pop-corn o di rimpicciolirsi il più possibile sulla poltroncina diventata un rovo di spine. Altri accoglievano questi ripetuti inviti a collaborare senza troppi problemi, ma ancora con un filo di timidezza. Ciascuna reazione da parte del pubblico era sotto agli occhi di tutti, dal momento che lo spazio teatrale era organizzato in modo che ci fossero quattro spalti tutti a circondare lo spazio centrale, “regno” dei performers – anche se questo concetto sarebbe stato ben presto capovolto-, alla stregua dei primi esperimenti del teatro degli anni ’70, che rivoluzionò il pensare l’evento teatrale nel suo complesso, a partire da “come si sta seduti”. Ma nonostante la generale perplessità, questa (come tante altre “trasformazioni” di cui saremmo stati tutti artefici) è stata una sensazione che si è magicamente andata trasformando nel corso del tempo che avremmo condiviso, per poi dissiparsi quasi totalmente verso la fine della serata/evento.

Foto di Iris Janke

Foto di Iris Janke

Non sarei in grado di tracciare uno schema –per così dire- che riesca a delineare l’andamento della performance. L’immagine che accorre in mio aiuto per è più quella del cerchio, o della materia (o come la si voglia chiamare, particelle, atomi) che si trova, organizza, trasforma e disperde per poi riaggregarsi in nuova materia. Un fil rouge, quello sì, ma non del tutto lineare, come fil, e con anche molte più sfumature di una banale tinta unica, di un concetto (per usare termini intellettuali). L’esperienza a cui i miei occhi di spettatrice hanno preso parte attiva, mai passiva (ma mi viene da chiedermi se si possa mai essere completamente passivi rispetto a qualcosa c cui scegliamo di partecipare volontariamente e involontariamente) è stato un concatenarsi organico di immagini e situazioni che hanno coinvolto in tutti i suoi aspetti -dai sensi all’intelletto- il pubblico tutto. Non ho avvertito nel lavoro di Meg Stuart l’intenzione di dichiarare (imporre) un dato di fatto, uno statement -all’inglese-, caratteristica all’inverso non raramente presente nel lavoro di molti coreografi, e so per certo di non averne sentito l’assenza ma di trovarne un valore aggiunto. Non che non sia interessante (e in alcuni casi, perché no, illuminante) l’essere messi di fronte a una categorica presa di posizione da parte di questo o quell’artista, che l’idea sia condivisa o meno, ma, come cittadina di questa millennio, mi piace più pensare a un’organizzazione sociale in senso orizzontale e non verticale, a una comunità che riflette e ragiona insieme sugli aspetti del vivere.

Sta di certo che la performance –e qui dico una banalità- non avrebbe avuto luogo senza la partecipazione degli spettatori o, mi spiego meglio, se quest’ultima non fosse stata incuriosita, entusiasta, giocosa, la performance stessa avrebbe seguito tutt’altra traiettoria, e credo che le cose siano andate come sono andate proprio perché si respirava aria di uguaglianza. Tendiamo a reagire con deferenza verso una modalità d’espressione perentoria, annullando le facoltà individuali necessarie al dibattito, mentre mettiamo a disposizione tutti i nostri canali quando veniamo stimolati nella costruzione di qualcosa. Quella sera abbiamo costruito e condiviso uno spazio, parole, sensazioni, riflessioni, folli danze, silenzio. Abbiamo osservato e ci siamo osservati, siamo stati coscienti del nostro vicino come di quello seduto all’angolo opposto della sala. Abbiamo guardato chi non ci guardava e condiviso il sudore a ritmo di technomusic.

Non credo che non ci fosse un’”idea” dietro tutto questo, la sua presenza intangibile ha avuto un effetto più forte e più duraturo.

La produzione Sketches/Notebook ha allargato i confini, li ha spinti al limite ponendo molte domande senza necessariamente fornire le risposte. Per non parlare delle soluzioni che, se anche esistessero, durerebbero ben poco e la materia si ritrasformerebbe presto in forma di una nuova domanda.

Lucia Sauro