Mood Indigo – Quella notte al Five Spot Café

Mood Indigo – Quella notte al Five Spot Café

Quell’odore te lo portavi addosso. Attaccava e attecchiva a ogni cosa come salsedine, e al mattino lo sentivi ancora vivido sulla tua pelle. Ci provavi a tagliarlo via con il rasoio da barba: pelo, contropelo e dopobarba. Ma era ancora lì. Avevi per un attimo l’illusione di essertene liberato. Ma era lì. Te lo ritrovavi sul cappotto e lo sentivi persino tra i fetori della subway. Era laggiù che spesso capitava di accorgerti che l’odore non era il tuo e trovavi qualcuno che ti aveva già riconosciuto e aspettava solo un cenno d’intesa. Per questo ci chiamavano i cani di Bowery, vagabondi della vita, intorbiditi da nottate dove l’unica logica era il jazz, pronti ad annusarsi, a riconoscersi e poi a mandarsi al diavolo pieni di disprezzo per quello che i cani facevano di giorno: gli umani. Quelli di Happy Days e di Lessie, delle promesse di matrimonio e del voto repubblicano. Ci si regalava un inchino col cappello o al massimo ci si abbozzava un sorriso, poi ognuno tornava alla sua vita.

Sapevo che mia figlia me lo avrebbe chiesto un giorno. Ero l’unico a cui poteva farlo, era normale. Quel giorno arrivò. Papà, come hai conosciuto mamma? E quell’odore mi si stampò dritto sotto le ossa nasali, come se fosse stato lì inerme per sempre e aspettasse solo quella domanda per innescarsi. Era l’odore del Five Spot Café.

USA. New York City. 1957. David AMRAM entertains at the Five Spot Cafe.

Era il ’57 mi pare, non ne sono sicuro. Dal Greenwich quelli come me, senza soldi e dimora fissa, erano migrati verso il Bowery. Un posto ingrigito dagli sfiati dei tombini e dalle trachee delle migliaia e migliaia assembrati fra cemento, asfalto e rabbia tutto intorno. Cristo, quel posto era tremendo ai tempi allora. Era l’ombelico dei disperati della grande mela. All’angolo tra la Quinta e la Seconda stava sempre un tale, the Sneaker lo chiamavano, spacciava eroina a buon prezzo, spesso la regalava, si consumò la testa con le pasticche, si disse. Ad un tratto scomparve. Pochi metri più in là un gruppo di ragazze ti pedinavano, ti supplicavano di seguirle nel 32 di St. Marks, la metà di loro avrà avuto sì e no 16 anni.


Il Bowery diveniva buio la notte, ma l’insegna del Five Spot Café ci tirava lì come mosche al neon. Quella sera ero con un amico, un grosso negro che lavorava in una fabbrica giù nel Queens. Oscar si chiamava. Aveva le mani enormi, e una Pall Mall fissa piantata nella bocca. Non tirava fuori un solo alito di fumo, diceva che era inutile pagare per qualcosa se poi doveva buttarlo in aria. Gli dissi che sarebbe morto in fretta e fece spallucce. Se le accendeva con i fiammiferi e faceva una gran scena. Così quando presi coraggio gliene chiesi uno.

L’avevo vista poco prima, gli occhi azzurri che affogavano tra le note del sax soprano di Jerome Richardson. Ancora oggi non so dire se mi innamorai di Mood Indigo perché mi innamorai di lei o il contrario. La tromba cominciò a dettare le sue trame e il suo tacco seguì le sincopi impazzite di Mingus. Fu quello il momento in cui decisi che doveva essere mia. Strofinai il fiammifero sul suo tavolo e rimase a guardarmi con la sua sigaretta spenta tra le mani. Finii per bruciarmi le dita e accorgermene parecchio dopo.

«Che fai mi inviti a ballare?» mi chiese. Le allungai la mano, il pianoforte dettava trame inestricabili e ci lasciammo trasportare prima nello swing, frenetici, estasiati, completamenti fuori controllo, poi nello slow. La strinsi a me e le chiesi come si chiamava, lei mi zittì. Ci misi del tempo a capire la sacralità del momento.
Non eravamo in molti. Saremmo stati venti, o trenta non di più. Erano le tre del mattino e Charles stava suonando Mood Indigo forse per la terza volta, ma per molti di noi era la prima, e questo era ciò che contava per lui: suonare al Five Spot, per qualcuno che quel giorno di aprile non era stato ancora commosso dalla vita. Sembrava tutto ovattato sopra quel tappeto che Jaki Bayard tesseva con cura maniacale sul pianoforte sotto i soli di Preston. I tacchi di lei guidavano le mie scarpe di terza mano in goffe spirali che serpenteggiavano tra un tavolo e l’altro. Rideva quanto incappavo nel legno di una sedia, e mi piaceva al punto che finii per farlo apposta. Jaki cominciò il suo solo, delicato e “morbido” sui martelli del suo piano, sembrava angustiarsi tra le note, con quel naso arricciato come se sentisse l’odore di piscio dei bagni che stavano nel retro della parete del palco, lì dove a Broadway infilavano dei caldi e comodi camerini.

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Arrivò il momento del solo di Charles e lei smise di danzare, senza guardarmi negli occhi. Non l’aveva ancora fatto. Strinse la testa sul mio petto, e non disse nulla. Ricordo che vidi Oscar fissare il vuoto e la sua sigaretta che si consumava tra il medio e l’anulare, poi fissai Charles che si arrampicava sul suo contrabbasso come un gorilla impazzito, mentre i suoi occhi annegavano nella bruma del sigaro che non stava tirando. Tutto era sospeso, vacillante tra il delirio e l’eleganza di un attimo. Tutti sembravano aver capito l’ineluttabilità dell’irripetibile, e così chiusi gli occhi anch’io nella speranza di cogliere tutto di quel momento. Fu lì che quell’odore divenne mio. Divenne nostro. Mio e di sua madre. Ricordo tutto, le punte dei suoi capelli sotto le mie mani, i ricami del reggipetto premuti forte contro di me, gli sbuffi di Perkins che inseguiva i contrattempi perfetti sul suo rullante. Ma quell’odore racchiudeva tutto.

Mingus spesso aveva messo a soqquadro quel posto negli anni, aveva preso a calci un cameriere o un cliente troppo rumoroso. Molti lo temevano, ma non quella sera. Anche lui era vittima della sua stessa magia in quel momento, e potrei giurare che tra i suoi lineamenti crudi le sue labbra si incurvarono in un sorriso.
Jerome riprese quel si bemolle sul suo sax, e lei finalmente mi guardò negli occhi. Entrambi imbirgliati tra le mille cose che avremmo potuto dire, rimanemmo lì senza dir nulla, lasciando ai nostri sguardi e al jazz di Mingus il compito di riempire quel silenzio. Qualche giorno dopo mi disse cosa aveva pensato in quegli istanti, ma io già lo sapevo. Perchè il jazz è questo, la capacità di dire le cose senza bisogno di usare idiomi o retoriche. La forza di arrivare dove la parole si arrendono. Estasi telepatica. Semplice.
Quella donna divenne mia moglie qualche anno dopo. Quando se ne andò mi scrisse in una lettera che avrebbe rincorso ancora quell’odore, perché sentire quell’odore una volta nella vita può valere il prezzo di viverla. Così ripensai al Five Spot Café, alla sera in cui mi accorsi che dietro il bancone bar c’erano solo due bottiglie di liquore: le ultime. Pensai al Bowery ormai covo di turisti, e pensai perfino alla 52esima dove oggi potevi sorseggiare il tuo cocktail da 13 dollari. Mi ero arreso anch’io alla nostalgia. Anch’io, come tanti, avevo associato la nostalgia al jazz, come addirittura accade su qualche vocabolario, banalizzando il jazz a una sua piccola parte, come una sineddoche mal riuscita.
Mia figlia non era brava a capire quando il papà era perso tra i suoi pensieri e avrebbe voluto esserlo per sempre. Forse capitava spesso e ormai le pareva normale. Così mi richiamò. Allora papà, com’è successo? Le chiesi di prendere il secondo vinile da sinistra sulla mensola sopra la tv e di metterlo su. Poi di poggiare la puntina sul terzo solco. «Cos’è questo?» mi fa lei.
«Non lo senti?» le chiesi toccandomi il naso.
Chiuse gli occhi e Charles e i ragazzi fecero il resto. Senza bisogno di usare idiomi o retoriche. Solo l’odore del momento in cui ho conosciuto sua madre.

Mariano Biasella