N_Nureev

N_Nureev

Che il suo cognome sia nel russo Nureev o nell’inglese Nureyev, N in questa seconda puntata è sinonimo di Rudolf, forse il più grande ballerino nel XX secolo, che nacque a Irkutsk, paesino nei monti Urali della Russia siberiana, il 17 marzo 1938, e morì a Levalloise-Perret in Francia, il 6 gennaio 1993. Un arco di soli 54 anni di vita per raggiungere l’Olimpo della danza e diventarne lo Zar, il sovrano temibile e indiscusso. Una storia extra-ordinaria la sua, nata sul vagone di un treno della ferrovia Transiberiana che stava portando la madre Farida e le sorelle maggiori, fino a Vladivostock, dove il padre Chamet era commissario politico dell’Armata Rossa. La giovane donna dava così alla luce il suo bambino strada facendo, un dettaglio non insignificante, che a posteriori lo stesso Rudolf leggerà come un segno profetico dicendo: “Era il mio destino essere cosmopolita”. 

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Erano gli anni dell’Unione Sovietica di Stalin come terza potenza mondiale, in cui tuttavia il popolo non riusciva a risollevarsi dalla grande povertà, non diversamente la famiglia Nureyev che ora viveva nei pressi di una località di nome Ufa, dove pur avendo la possibilità di mandare i figli a scuola, mangiava ogni giorno un pasto unico a base di poche patate e tanta miseria. Il piccolo di casa cresceva così conoscendo bene il sapore della fame più nera e ben presto, dopo l’invasione del Reich nel 1941 e l’inizio della guerra e la chiamata alle armi, crebbe anche senza alcuna immagine paterna con cui identificarsi. Neppure quando questi fece ritorno sano e salvo nel 1946, riuscirono padre e figlio a instaurare un qualche rapporto, e per Rudolf Chamet restò una figura distante, una presenza triste, del tutto estranea e spesso ostile. Intanto, aveva assorbito una quotidianità tutta al femminile, in cui non veniva ostacolata la sua sensibilità e la sua unica fonte di gioia nei lunghi inverni russi, quando ammazzava il tempo ascoltando e danzando a modo suo, ogni cosa provenisse da una radiolina. Manifestava ogni volta un interesse smodato per qualsiasi musica, e venne incoraggiato in questo dalle cure particolari della sorella maggiore, che allora suonava nella scuola locale. In quelle condizioni di privazione e sofferenza, la musica entrava a illuminare il mondo di un bambino spesso solo e perso nelle sue fantasie, che ben presto presero però forma in veri e propri passi di danza. Gli fu concesso di partecipare alle lezioni della scuola di danze popolari, dove si distinse subito per la grande facilità con cui apprendeva ogni singola coreografia. Dimostrò doti mnemoniche straordinarie e un estro creativo tale da alimentare sia le capacità interpretative e la forza della sua naturale espressività, sia una certa autonomia e un vivere spesso fuori dalle righe, infatti, la sua fu un’esistenza caratterizzata dall’essere costantemente fuori schema. L’esperienza delle danze popolari, intanto, confermava e faceva maturare in lui una passione smodata per la danza e a 11 anni, dopo i molti dubbi della madre e le incomprensioni paterne, iniziò a prendere lezioni di danza classica dalla signora Udeltsova, che aveva fatto parte dei leggendari Ballets Russes di Djagilev.
Iniziare a quell’età era per così dire tardi, i muscoli e le articolazioni risultano essere già più duri e dunque meno elastici e duttili alla disciplina e alla pratica che ne modellano ogni minima parte. Ciò nonostante, fu immediatamente chiaro che si trattava di un allievo dal talento non comune. Rudolf, infatti, come rapito da un fuoco sacro, si esercitava di continuo e quasi in modo ossessivo, andava a lezione persino di nascosto, e ben presto desiderò poter entrare nella scuola del Teatro Kirov di Leningrado, che aveva formato grandi nomi come Pavlona e Nižinskij; scuola dove, solo dopo molti sacrifici, venne ammesso nel 1955.

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Insieme al talento, non passò inosservato neppure il suo carattere, difficile e indomabile: puntuale, rigoroso e dedito alla disciplina della danza, assolutamente ribelle verso le gerarchie, al punto che il direttore del Kirov, che non vedeva in lui altro che un giovane presuntuoso e impetuoso, dopo uno scontro diretto, e pur di placare le frequenti contese, lo affidò alla classe di livello avanzato del maestro Puskin, che invece scrutò in lui quel ballerino eccezionale che tutti noi conosciamo.
Puskin, infatti, ne perfezionò la tecnica allora ancora debole e ne limò, in parte, la focosa tempra con quella pazienza e sapienza del maestro che sa attendere e trarre dai suoi allievi il meglio. Lo aiutò a individuare, a sviluppare e a gestire quelli che divennero i suoi punti di forza e si guadagnò il rispetto imperituro e affettuoso del tartaro ribelle, che divenne senza ombra di dubbio il migliore ballerino della scuola nel giro di solo due anni. Non a caso sempre scelto, nonostante i contrasti con il direttore, per le trasferte fuori dalla Russia, permesso eccezionale riservato all’epoca a pochi, poi a lui revocato per i continui richiami disciplinari. Giunse, tuttavia, anche il tempo di un’altra opportunità per uscire dai confini russi e scoprire l’Occidente tanto vagheggiato, ossia durante per la tournée in Europa del Kirov, a cui avrebbe dovuto partecipare come primo ballerino Konstantin Sergejev, il quale però s’infortunò e Nureyev era l’unico in grado di sostituirlo.

Il corpo di ballo così ricostituito e al completo era pronto ad uscire dal Paese per un lungo periodo e come di norma, veniva accompagnato dai servizi segreti russi, che ne monitorava gli spostamenti, dettava legge sul cosa dire o non dire in pubblico, ne regolava i rapporti sociali con il preciso divieto di intrattenersi in conversazione o legami con stranieri, inoltre, non erano autonomi individualmente e potevano muoversi soltanto in gruppo.
Una volta in Francia, prima tappa del tour, Rudolf però non rispettò alcuna di queste regole, e del tutto indifferente alle ragioni politiche che stavano dietro a tali obblighi, divenne un osservato speciale, tenendo un comportamento che alimentò forti sospetti circa la sua fedeltà al regime. Parigi lo aveva catturato e lui aveva catturato i parigini con il suo fascino e la sua energia esplosiva, entusiasmando la critica e stringendo immediatamente amicizie che ebbero un ruolo fondamentale nel suo vicino futuro. Alla scoperta della città con i suoi nuovi amici e avido di bellezza, sempre affamato di conoscenza e novità, restò avvinto a tal punto che qui avvenne l’imprevedibile. Nonostante i rigidi controlli, il suo spregiudicato e talvolta incosciente atteggiamento, portarono il governo a muovere contro di lui un’azione punitiva. Al momento infatti di proseguire il viaggio verso Londra, all’aeroporto di Le Borget lui era l’unico ballerino ad avere un biglietto di rimpatrio, con la scusa di uno spettacolo importante da tenere a Mosca. Un cocktail letale di paura e ansia si impadronì di lui, perché non ci volle molto per capire che si trattava di una scusa e che la posta in gioco era assai più alta, forse un viaggio senza mai più ritorno. Mentre i minuti passavano, lottando contro il tempo e grazie al sostegno degli amici parigini, trovò il coraggio di lanciarsi sulla polizia francese urlando “libertà”, una richiesta di asilo politico per sfuggire alla morsa degli uomini del regime sovietico che lo avevano già accerchiato. Ciò accadeva il 16 giungo del 1961, l’anno della guerra fredda, e in quel clima di contrapposizione feroce tra le due superpotenze sovietica e americana, Rudolf con il suo volo verso la libertà, scatenò un vero e proprio caso sociale.

Erik Bruhn nureyev

Il nome di Nureyev finì su tutti i giornali, portandolo ad essere conosciuto, volente o nolente, a un pubblico ben più vasto, dentro e fuori al mondo della danza. Dopo la sua defezione tornò in Russia, terra madre che sempre gli mancherà, solo nel 1987 grazie ad un permesso speciale concesso da Gorbačëv.
A Parigi, a quel punto solo e senza radici, fu come nascere una seconda volta, e nel frattempo la sua carriera sembrava già prendere un’ottima piega: venne scritturato dalla compagnia del Marchese di Cuevas e poco dopo iniziò a far parte anche del Balletto Reale Danese di Erik Bruhn, con cui ebbe una lunga e travagliata relazione. Un giorno, come in una favola, ricevette la telefonata di una delle migliori ballerine inglesi, la “regina” Margot Fonteyn, che lo invitava a danzare a Londra per un importante galà di beneficienza. Il loro incontro fu fatale, e tra i due artisti, nonostante la differenza di età, si instaurò un celebre sodalizio, umano e professionale, come forse mai più ve ne sono stati. Dalla stessa Fonteyn venne introdotto al Royal Ballet di Londra, e qui lavorarono fianco a fianco, arrivando insieme anche a rinnovare balletti intramontabili come Il lago dei cigni e Giselle.
Margot sarà una figura fondamentale nella sua vita, una donna che amerà fino alla sua morte sotto ogni punto di vista, come partner ideale, amica, amante, anche quando lei tornerà al capezzale del marito gravemente malato. Rudolf aveva intanto raggiunto un successo tale che lo portò nella condizione privilegiata di decidere dove e con chi danzare, e di godere di un ampio margine di libertà che mai alcuno aveva raggiunto. Dotato anche di una singolare e unica capacità espressiva, come un attore portava in scena il suo personaggio vivendolo fino in fondo con grande trasporto, e ne incarnava tutte le sfaccettature interpretandolo con profonda verità fino a modificare le variazioni coreografiche. Ad esempio creava nuovi passi ed evoluzioni giocando sulla velocità della sua esecuzione oppure più semplicemente introducendo innovazioni nell’abbigliamento, facendo cucire costumi che rispettassero la sua fisicità e gli permettessero maggiore libertà nei gesti e nei movimenti. Personalità versatile e mai sazia di esperienze, si dedicò anche alla danza moderna e per lui, visto come il ballerino per antonomasia, vollero creare i massimi geni della coreografia.

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Oggi, egli è considerato il precursore del ballerino contemporaneo, la cui preparazione, che unisce danza classica e moderna, era allora impensabile. Fu interprete in entrambi gli stili, abbattendone il confine che li voleva divisi, tanto che l’importanza e l’influenza della sua figura portarono a sviluppare nelle coreografie una maggiore attenzione verso i ruoli maschili, fino ad allora decisamente in secondo piano rispetto all’immagine della donna, posta su un piedistallo dominante dall’estetica del balletto sette/ottocentesco.

Si cimentò anche al cinema, interpretando il ruolo di Rodolfo Valentino nel 1962. Tuttavia, già alla fine degli anni ’70, quando la Rudimania faceva riempire i teatri di tutto il mondo, qualcuno gli suggeriva di fermarsi, poiché si sa, la vita di un ballerino in scena è breve. Cosa che però lui non fece, affermando di poter ancora offrire allo spettatore che lo vedeva per la prima volta un’assolutezza del gesto di cui un giovane non sarebbe stato capace. Intanto, nel 1982 ottenne la cittadinanza austriaca e un anno dopo, nel 1983, fu nominato direttore artistico del Balletto dell’Opéra di Parigi, dove si dedicò soprattutto alla promozione dei giovani. Anche quando l’AIDS ormai lo stava consumando, decise piuttosto di ignorare la malattia e di continuare a lavorare senza sosta. Risale al 1992 la sua ultima uscita pubblica, in occasione della Bayadère al Palais Garnier, dove fu accolto da un pubblico commosso. Subito dopo, il Ministro della cultura francese, allora Jack Lang, gli conferiva il titolo di Chevalier de l’Ordre des Arts et des Lettres, la più alta onorificenza culturale in Francia. Dopo aver servito la danza con una passione divorante, si spense in una clinica nel gennaio dell’anno successivo, restando per tutti il “tartaro volante”, la stella fulgida, ammaliante, solitaria e inafferrabile. Etoile irraggiungibile, dal corpo e dall’anima brucianti, ha scritto una pagina di storia indimenticabile, che si offre a noi come l’immagine di una tela intrisa di purpurea vitalità e di soave bellezza. 

Erica Romano