Nadia Kaabi-Linke: Meinstein

Nadia Kaabi-Linke: Meinstein

Tutto perché Marco Polo potesse spiegare o immagi-
nare di spiegare o essere immaginato spiegare o riuscire
finalmente a spiegare a se stesso che quello che lui cerca-
va era sempre qualcosa davanti a sé, e anche se si tratta-
va del passato era un passato che cambiava man mano
egli avanzava nel suo viaggio, perché il passato del viag-
giatore cambia a seconda dell’itinerario compiuto, non
diciamo il passato prossimo cui ogni giorno che passa ag-
giunge un giorno, ma il passato più remoto.
(Italo Calvino, Le città invisibili)

Karl-Marx-straße. Per uno di quei ruzzoloni alla Lewis Carroll non rari a Berlino, si entra in una fermata metro regolarmente, quasi assonnatamente tedesca e si esce in un quartiere di Istanbul o di un sognato e desiderato quartiere di una città palestinese. Karl-Marx-straße. Siamo a Neukölln, il quartiere che pone tra le sue attrattive artistiche la moschea Şehitlik.
È qui che Nadia Kaabi-Linke ha costruito uno spazio urbano che ha dato conto dell’incrocio e dell’ibridazione culturali e sociali che sono il senso di questo quartiere. Nadia sorride quando si parla di multiculturalità. Può farlo: suo padre è tunisino, sua madre di Kiev, si è perfezionata a Parigi, vive a Berlino, parla tante lingue da confondersi nell’enumerarle, compreso l’italiano. Già lunga l’attività di questa artista che spesso lavora sulla fatica, sul senso, sulla difficoltà dell’essere fuori dal proprio paese, del non essere più a casa; alla Biennale di Liverpool aveva presentato, ad esempio, un lavoro, NO,  in cui gli uffici immigrazione diventavano moderne inquisizioni dove l’unica strada possibile era assoggettarsi alla liturgia ospitante.

collecting data, photo Timo Kaabi-Linke, 2011

collecting data, photo Timo Kaabi-Linke, 2011

A Berlino, Kaabi-Linke ha vinto un concorso per la sistemazione di un’area di incrocio tra due strade, quasi un’area di risulta, un piccolo pezzo di “terzo paesaggio” che l’artista ha consegnato alla natura umana, agli abitanti del quartiere, al loro ricordo, alla memoria, a quella terra che custodiscono in loro lasciandola, ma anche a coloro che lì sono nati e che Neukölln hanno visto mutare. Tutti insieme non hanno certo pianificato la mutazione urbana del quartiere, non ne hanno controllato il processo, allo stesso modo hanno visto nascere e formarsi l’opera dell’artista e di tutti loro in assoluta consapevolezza e condivisione eppure senza il totale possesso del risultato finale.

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È nata così Meinstein. Nadia ha chiamato a raccolta i cittadini del quartiere, si sono succeduti una serie di incontri in cui tutti parlavano del luogo di provenienza, della lingua, della migrazione, quella che da lontano ha condotto a Berlino e quella che quotidianamente conduce per Berlino, di dove vorrebbero vivere. Parlavano di cosa gli piace di quella città, di come si sentono legati tra loro, residenti del quartiere. Tutte quelle risposte, quegli spostamenti, quelle emozioni, quei ricordi, quei legami recisi o appena intrecciati, sono diventati punti colorati di un software dinamico e da punti colorati si sono tramutati in pietre, una pietra per ogni partecipante scelta e fatta arrivare dal luogo di provenienza delle comunità. Non più basalto, granito, quarzite, gneiss… ma Turchia, Polonia, vari Paesi africani, Oceania… E poi pietre, strane pietre, cubetti di vetro in realtà, per chi viene da una patria trasparente, una patria negata, i Palestinesi. A ogni abitante una pietra, la pietra del proprio paese, la sua pietra che ha dovuto posare sulla terra per costruire il selciato di quella nuova piazza, alcune contrassegnate da una X, alcune sistemate in modo da ricostruire interi nuclei famigliari o gruppi di amici, ma molte singole. Il risultato è una visibilissima cartografia cromatica che non risponde a nessuna regola se non quella delle emozioni, della nostalgia, del desiderio di porsi dentro un abitare che non è radicamento, ma neanche più spaesamento, per diventare un andare “sotto casa” a riconoscersi in piazza come accade nella memoria che ricostruisce un’infanzia lontana, un racconto lontano.

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Decantata l’emozione di camminare in quella piazza, si affollano subito molti visibili dubbi che ancora rimangono intorno al come scrivere, quand’anche sia uno “scrivere per oggetti”, la prosa della Storia. Una delle prime percezioni è che la necessità presente nella quotidianità e spesso nell’organizzazione della cultura di una parte di mondo ospitante di fornirsi costantemente di certe “percentuali” e catalogazioni – e non si sta parlando degli Uffici demografici – somigli ancora troppo alla divisione degli animali di quell’Enciclopedia cinese borgesiana, pretesto letterario per Les mots et les choses. Una rigida catalogazione totalmente avulsa dal fluire dei cambiamenti della storia e dalla realtà degli individui. Non mi convince fino in fondo l’idea che la nostra epoca e i molti fenomeni che la compongono siano liquidi, tuttavia quando ci si trova di fronte al necessario racconto del mondo, l’unica possibilità che si ha è quella che il mutamento rapido, ancorché assai difficile, della cultura, della convivenza, del confronto sia narrato attraverso forme dialogiche che le categorie ordinatrici usate fino a poco tempo addietro non  possono più usare neanche come forme retoriche. Se esiste allora un modo perché quel raccontare diventi verità, o meglio diventi dire la verità, ebbene questo è il modo che tanta arte di questi nostri giorni sta rendendo visibile, immediatamente percepibile. Si potrebbe dire che la possibile evidenza della verità è il risultato di un dialogo in cui l’artista e i suoi molteplici interlocutori (interni ed esterni al progettare artistico che elabora un’opera) corrono il medesimo, sincero, rischio di mettere a repentaglio la tranquillità (spesso apparente) che deriva dall’evitare di esprimere se stesso, il suo rappresentare un’altra verità dentro un ordinamento. Insomma, non dimentichiamo che lo stesso concetto di parresia prende l’avvio da una parola elaborata tutta dentro la storia della democrazia ateniese, dentro cioè una città che concedeva al cittadino di dire in assemblea la sua verità quand’anche diversa da quella ufficiale o della maggioranza.

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Meinstein è esattamente questo: il coraggio di un’artista di intraprendere un dialogo che sia da un lato l’espressione di tutte le persone coinvolte di reificare attraverso il loro racconto l’esperienza di essere in un luogo in cui non si è più monoliticamente stranieri e tuttavia almeno in parte estranei, dall’altro il rendere visibile dentro uno spazio urbano un’accoglienza che non sia il semplice elenco di individui, ma anche il riconoscimento immediato, perché immediatamente percepibile, della grande portata culturale, concettuale e emotiva recata dai nuovi cittadini. In questo dialogo urbano, Kaabi-Linke non è mai soggetto silenzioso, non rinuncia mai a posizionarsi in modo visibile nel dialogo e non solo perché è ovviamente visibile il risultato finale, ma perché nei suoi lavori appare sempre nitidamente presente la rappresentazione di un vissuto personale che diventa chiave storicizzante e quindi critica, di analisi delle differenze.

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E chi cammina per la piazza, chi la calpesta per la prima volta, chi osserva la colorata mappa di pietra sente il piacere di essere testimone oculare della riuscita di quel dialogo, di essere parte di un luogo di verità collettiva, non di un luogo comune. E per vedere come sia possibile sentirsi bene dentro una verità che si è narrata a un’artista andate pure a vedere con quanto orgoglio Albert-Scholz-Platz è vissuta e tenuta in ordine perfetto: un ordine teutonico, turco, ivoriano, palestinese…

Michela Becchis