“Non sono obiettivo”. Il mondo che non piace a Oliviero Toscani

“Non sono obiettivo”. Il mondo che non piace a Oliviero Toscani

«È deprimente delegare alla speranza di vincere una lotteria la nostra scommessa di essere felici»

Oliviero Toscani non è, e non vuole essere, obiettivo. Nel suo lavoro di fotografo, di giornalista e politico. Ma anche – e soprattutto – nella sua vita quotidiana. La sua raccolta di articoli, scritti per una rubrica del quotidiano livornese Il Tirreno e confluiti nel libro edito dalla Feltrinelli, sprizza giudizi da tutti i caratteri stampati (Non sono obiettivo, Feltrinelli 2001).
Giudizi che, a tratti, possono far innervosire per la loro moralistica intransigenza, o sorridere per la semplicità delle connessioni logiche che vi sottostanno. Ma che, nella loro apparente banalità, sanno filtrare un po’ di luce nei comportamenti consolidati – e sadomasochistici – a cui il genere umano postmoderno si è ormai votato da anni.
Come quando Oliviero sentenzia sulle omologate vacanze estive delle famiglie che, a guisa di tante pecore, si mettono in coda sull’autostrada in pieno agosto e fanno file interminabili per godere di un non-rilassante villaggio turistico frustrando ulteriormente il loro bisogno di riposo.
O come quando il noto fotografo inveisce contro il degrado ambientale – generato dai soliti idioti che gettano di tutto per terra – e il consumismo più becero determinato dall’ansia di arricchirsi e di apparire, o ancora come quando la polemica punta all’odierno modo di fare politica, alle ottusità di uomini e donne impegnati solo a correre verso la ricchezza e i soldi facili, alla mancanza di morale e di etica che sembra appartenere ormai all’umanità tutta.
A questo quadro desolante, Oliviero risponde a voce alta, e grida le sue invettive dando corpo – come lui stesso ammette nella nota che apre il libro – alle sue idiosincrasie, al suo senso di giustizia e al suo moralismo, «magari per scandalizzare a mia volta».

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Oliviero Toscani, del resto, è un fotografo di fama mondiale che anche nel suo lavoro con la macchina fotografica (usata per campagne pubblicitarie del calibro di Chanel, Fiorucci, Benetton, ma anche per collaborazioni giornalistiche con Elle, Vogue, GQ) non ha mai tradito la sua vena dissacrante e disarmante, polemica e denigratoria,volta a gridare in faccia al pubblico, senza mezzi termini, la realtà di un mondo da decostruire, di pregiudizi da sfatare, di ipocrisie da guardare dritto negli occhi e di cui vergognarsi. Basti pensare alle pubblicità che ritraggono i baci “anticonvenzionali” sui cartelloni della Benetton, o agli scatti alla modella anoressica Isabelle Caro. Gigantografie delle paure e delle deviazioni di un’epoca che si autodefinisce avanzata, ma che ha ancora molti scheletri nell’armadio della propria coscienza.
La sua non obiettività, in fondo, è come l’urlo disperato edun po’ delirante di chi non ce la fa più. L’ultima voce rotta dall’indignazione di un uomo arrabbiato, che antepone la vera ricchezza (quella interiore), il vero lavoro (quello che rispetta la natura, e che stimola la creatività anziché anestetizzarla), alle costruzioni malate di intere generazioni assordate dal rumore del denaro, dell’eterna giovinezza, della mancanza di cultura e di etica.

È lui stesso, nella presentazione del libro, a confidare che «malgrado il tono infiammato da Savonarola, non pretendo di insegnare, né di dire come e cosa bisogna pensare». Ma è sempre Oliviero a ricordarci che, pur se siamo tutti destinati a sprofondare, «un conto è lasciarsi inghiottire e magari esserne soddisfatti, e un conto è esserne consapevoli, resistere, dibattersi e gridare».
Non essere obiettivi, in un mondo come il nostro, è forse l’ultimo baluardo di speranza per sentirsi ancora vivi.

Simona Di Michele