Nuove da Nuova #5

Nuove da Nuova #5

Martedì ho buttato tutte le mie frattaglie sparse in casa di bobby e mi sono trasferita da Astoria all’Upper East Side. Una mia amica mi ha salvato da un sicuro pernottamento in dormitori e letti a castello e bacarozzi offrendomi gentilmente il suo divano. Quando ero più giovane dormivo in piedi, come i cavalli, adesso sono tendenzialmente insonne, ho la sciatica infiammabile e se mi mangio un peperone non chiudo occhio per due notti. Ho bisogno di dormire comoda e in campeggio non ci torno neanche se me lo chiede Bale nudo e osceno. Sono terrorizzata dalla mia futura vecchiaia, sono già vagamente rompicoglioni adesso. Per cui no, cari futuri figli o nipoti o assistenti sociali – ma più probabilmente mia sorella, non me la prenderò a male se mi rinchiuderete in un ospizio in Islanda. Anzi non vedo l’ora di imparare a giocare a burraco, basta che ci sia un posto decente per dormire.
Ho trascinato quel cadavere con le rotelle per 4 fermate di metro e 8 blocchi verso nord per poi lanciarlo in casa impaziente di fare un giro per il nuovo quartiere. È pieno di boutique senza le etichette con i prezzi esposte, donne gravide, vecchie croste con la piega perfetta incapaci di accettare la vecchiaia (ecco sia chiaro: quando mi rinchiudere nell’ospizio fate in modo di farmi trovare altre vecchiette sciatte e rincoglionite come me per favore), filippini che portano a spasso i cani delle croste acchittati con la pelliccia di ermellino (i cani), caffè organico a 5 dollari e ambrogio-avrei-un-languorino. Uno stuzzicadenti usato per mangiare una zuppa sarebbe comunque più adeguato di me in questo quartiere. Mentre passeggiavo per le vetrine esose con le mani giunte dietro la schiena e l’andatura di mio padre pensavo che sono grata di avere un senso di inadeguatezza davanti a tutto questo sfarzo.
Ho fatto la spesa cercando cose che costassero poco, non quelle che mi sarebbero potute servire. Ho speso 17 dollari comprando cose del tutto inconciliabili fra loro. Mi sono fermata al deli che a volte chiamano “botega” ed ho comprato un cartone delle mie birre polacche preferite e le ho bevute con la mia amica sul divano parlando della sezione aurea e di piselli.
costo della giornata: 17$ di spesa 9$ di birra

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Mercoledì mi sono svegliata con del vago mal di testa dovuto all’invasione della Polonia nel mio fegato. Giornata libera, amici a lavoro, musei visti, passeggiate fatta a iosa, soldi pochi. Dominic, dopo 4-5 sessioni sessuali in cui la fanfara suonava la marcia nuziale nella mia testa, mi ha semplicemente detto “domani torna mia moglie”. “Ma come tu moje?” gli ho risposto. Non mi ha capito. Non l’ho più visto. Ho pensato a Glenn Close in Attrazione fatale. Alla fine, porella, aveva solo bollito un coniglio, e capirai. Tutta sta caciara per un roditore in una pignatta. Tutti i vecchi saggi dicono che la festa va lasciata quando ti stai divertendo. Io sono sempre stata l’ultima stronza che beve i residui delle bottiglie alle 7 del mattino senza neanche aiutare a pulire. Anche in amore, metaforicamente. Insomma quel mercoledì non avevo,quindi, neanche la possibilità di dilettarmi biblicamente. È successa una cosa strana:  ho pensato di andare a correre. Ed è un tarlo, lo stronzo, che difficilmente va via. Fa leva sul senso di colpa, sulla totale ignoranza del tuo corpo, sul fatto che non sai toccarti la punta dei piedi con le ginocchia tese etc, etc… (potrei dilungarmi ma mi è rimasto uno sputo di pudore).
E poi non so perché ma questa città ti ispira la corsa. Un po’ come chiamare un taxi con la mano alzata o bere un caffè da asporto o fare una foto ai tombini che fumano.
Per tutta la mia pigra esistenza non ho accelerato il passo neanche per prendere l’autobus. Quando a scuola facevamo le corse campestri mi iscrivevo per non andare a scuola e dovevano aspettarmi all’arrivo per far partire la corsa successiva. Una volta si sono scordati di aspettarmi e di conseguenza, per qualche istante, sono stata la prima del gruppo dopo, per quanto fossi ultima nel mio. Sono una discreta nuotatrice ma questa cosa la dico solo perché so che nessuno può controllare se è vero o no. Il motivo per cui ho deciso di andare a correre mi è del tutto ignoto. Rientra pienamente tra quelle azioni velleitarie che contornano i miei momenti di noia. L’ho fatto.

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Fatto sta che ci ho messo più tempo a scegliere la canzone da ascoltare mentre avrei corso che effettivamente a correre. Quindici anni di sigarette, più caffeina che sangue non hanno certo aiutato. Dopo 6 secondi di corsa (circa tredici sampietrini di distanza) il braccio destro ha iniziato a formicolare e credo mi siano scoppiati due capillari in faccia perché avevo un occhio gonfio e la faccia color barolo. O forse era un ictus. Per un attimo ho provato anche un momento di euforia durato comunque meno della mia corsa, come quando entri da Decathlon e ti viene voglia di fare equitazione o tiro con l’arco, o ti compri le scarpe da corsa e il contachilometri sorpresa da una botta di incauto ottimismo.  Io quelli che dicono che andare a correre sfoga e fa sentire meglio non li capisco. Li farei parlare con il mio rotuleo, già di per sé un disadattato motorio, che pulsa inviperito ogni volta che da quel giorno in poi ho provato a muoverlo in maniere non convenzionali. Fare sesso fa sentire bene, la droga anche… non correre, sù. Dovrebbero ammettere semplicemente di essere degli edonisti vanitosi e amen, senza giustificazioni. “Io corro per me stessa”. Ma vaffanculo.
Ho retto 27 minuti (non di seguito). Il resto della giornata l’ho passato a vedere Una mamma per amica su Netflix ordinando quattro differenti cibi asiatici da farmi consegnare a casa scolandomi l’avanzo delle birre polacche, come un vecchio disoccupato con la canotta bianca zozza sul divano che chiacchiera da solo con la tv.  Nella mia testa me la ero sudata quella serata di svacco.
Costo della giornata: 35$ di asian food.

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Giovedì sono stata invitata da Bobby, di ritorno dall’Italia, a casa sua per la festa del ringraziamento. Ho messo su la camicia, le duilio, ho sciolto i capelli e messo il rossetto rosso. Ho fatto il massimo che potevo fare per rendermi presentabile. Persone nuove, un sacco di cibo, tutti molto carini. Dalle 7 del pomeriggio inizio ad avere ricordi vaghi. Ricordo un tacchino grosso come il Molise ma più palpabile, le patate dolci, una torta alla zucca che c’era la luce divina dentro, i cavoletti di Bruxelles, champagne francese, vino italiano, limoncello artigianale, grappa, caffè con sambuca,  il cd di Tiziano Ferro per raccontare la nostra cultura musicale. Ricordo io che provo a spiegare il concetto di “grazie al cazzo”, di fatto calzante per la giornata, ma molto difficile da far capire a uno straniero che sta festeggiando la festa dei Ringraziamento. Ricordo gli invitati che se ne vanno. Bobby che chiama un taxi. West Village. Un piano bar e un altro e un altro ancora. Gay club. Margarita. Cosmopolitan. Jack e Coca. C’era un pianista del piano bar che aveva un bicchiere d’acqua vicino ai piedi e quando pensava di non essere visto ci immergeva le dita e si disegnava sulle guance due lacrime finte con le dita e poi ricominciava a cantare le sue canzoni melense con la faccia dispiaciuta. Ricordo di avergli detto in romano “t’ho cioccato zì”. Ho provato a essere una buona wingman per Bobby ma ha capito ben presto che sono una pippa e si è arrangiato egregiamente da solo. Verso le 3 di notte ho preso un uber ed ho attaccato una filippica all’autista pakistano sull’amore, credo.
Il giorno dopo mi sono svegliata sentendomi come quella volta quando uno che mi piaceva mi disse di aver giaciuto con la principessa guerriero: una merda.
costo della giornata 6.70$ uber. Il resto gentilmente offerto da Bobby, credo.

FuckYouLove – Giovanna Santirocco

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